Dal 2011 una parte della Siria, già tormentata dalla guerra civile, è stata colpita anche dalle economiche decise dall’Unione Europea: blocco del commercio, embargo sul petrolio siriano, congelamento dei beni siriani all’estero, blocco dei visti per una lunga serie di persone e personalità (179, in questo caso), il tutto sotto la dizione generica di “sanzioni a personaggi del regime”. È la parte del “regime”, appunto, la parte di Bashar al-Assad. La parte in cui, quest’inverno, con il salario di un mese ti compravi a stento una tanica di cherosene per far andare la stufa. Curiosamente, nel 2012, tali sanzioni venivano abrogate per la parte di Siria già conquistata dalle “opposizioni”, dai “ribelli”. Che si presupponevano “moderati”, qualunque cosa questo aggettivo dovesse o volesse dire nel pieno di una guerra.

Da allora nulla è cambiato. Anche di fronte al fatto che i “moderati” hanno una presenza marginale sul campo. Anche di fronte alla triste realtà che, se non fosse per i russi e per l’esercito regolare siriano da un lato, e per le milizie sciite addestrate dagli iraniani dall’altro, oggi l’Isis avrebbe il controllo di Damasco e Baghdad. Nessuna sanzione, peraltro, è stata inflitta dalla nobile Europa ai Paesi che, in un modo o nell’altro, hanno buttato benzina sul fuoco della guerra civile, i grandi finanziatori dei jihadisti come le petromonarchie del Golfo Persico o la Turchia che ha fatto passare per i suoi confini almeno 35 mila foreign fighters. Cosa non faremmo, noi europei, per la democrazia!

A giugno il Consiglio dell’Unione Europea dovrà decidere se proseguire con questa follia. Cosa che questa Ue, comatosa in politica, terrorizzata dai migranti, incapace a tutto e ormai ridotta ginocchioni di fronte a Erdogan, probabilmente farà. Però sta prendendo forza in molti Paesi la campagna “Basta sanzioni alla Siria” (https://bastasanzioniallasiria.wordpress.com), con l’appello ora diffuso anche in Italia: “Così sosteniamo tutte le iniziative umanitarie e di pace che la comunità internazionale sta attuando, in particolare attraverso i difficili negoziati di Ginevra, ma in attesa e nella speranza che tali attese trovino concreta risposta, dopo tante amare delusioni, chiediamo che le sanzioni che toccano la vita quotidiana di ogni siriano siano immediatamente sospese. L’attesa della sospirata pace non può essere disgiunta da una concreta sollecitudine per quanti oggi soffrono a causa di un embargo il cui peso ricade su un intero popolo. Non solo: la retorica sui profughi che scappano dalla guerra siriana appare ipocrita se nello stesso tempo si continua ad affamare, impedire le cure, negare l’acqua potabile, il lavoro, la sicurezza, la dignità a chi rimane in Siria”.

L’appello è stato firmato, tra gli altri, da fra Pierbattista Pizzaballa, francescano, per dodici anni Custode di Terra Santa. Dal vicario apostolico di Aleppo, monsignor Abu Khazen. Dall’arcivescovo maronita di Aleppo, monsignor Joseph Tbji. Dal vescovo armeno di Aleppo, padre Boutros Marayati. Da monsignor Jeanbart, arcivescovo greco-cattolico di Aleppo. Da suore che curano i bambini e gli ammalati, da medici, da persone che ogni giorno si mescolano con il dolore reale della gente, oltre qualunque schieramento. Facile prevedere che saranno descritti come gente di parte, se non addirittura pericolosi estremisti. Perché, come sempre per quanto riguarda il Medio Oriente, siamo disposti a tutto, tranne che a dar retta a chi i problemi li conosce davvero.

Allo stesso modo è facile prevedere che nessuno dei grandi soloni della politica avrà il coraggio di ammettere che gli embarghi sono sempre serviti soprattutto a far soffrire il popolo innocente. Il bloqueo non ha fatto cadere i Castro a Cuba, le sanzioni non hanno fatto cadere gli ayatollah in Iran, l’embargo non privò del potere Saddam Hussein in Iraq né Muhammar Gheddafi in Libia. Le sanzioni ebbero una relativa influenza sulla fine di Slobodan Milosevic in Serbia e non sarà certo il boicottaggio economico a incrinare la forza di Israele. Si dice molto spesso che fu il boicottaggio internazionale a far cadere l’apartheid in Sudafrica. Forse, ma dopo un bel po’, perché le sanzioni furono decise nel 1977 (risoluzione 418 dell’Onu) e le prime elezioni a suffragio universale si tennero in Sudafrica nel 1994. Anche nel caso della Siria, quindi, le sanzioni servono in primo luogo a far finta che facciamo qualcosa. Se poi ci vanno di mezzo quelli che non c’entrano, pazienza.

Fonte: Occhi della Guerra