«S e vi fate costruire la casa in uno stile alla moda, potete star certi che sarà sorpassata prima ancora d’essere finita» diceva Frank Lloyd Wright. Detestava «ogni ismo reso istico dagli isti», ogni avanguardia destinata a divenire «la logora carcassa di un imminente domani».

A quarant’anni, nel saggio In the Cause of Architecture , era la «causa conservatrice» quella di cui si faceva portatore: «Per quanto radicale possa sembrare, il lavoro qui illustrato è dedicato a una causa conservatrice, nel senso migliore del termine. In nessun modo ciò comporta il rifiuto della legge e dell’ordine alla base di tutta la grande architettura; è piuttosto una dichiarazione d’amore per lo spirito di quella legge e di quell’ordine e un reverente apprezzamento degli elementi che resero la sua antica lingua vitale e bella». Cinquant’anni dopo, l’inaugurazione di quel Guggenheim Museum da lui progettato, porrà, fra mille polemiche, il suggello finale all’immagine di New York come «capitale dell’avanguardia mondiale» e sembra quasi uno scherzo del destino se non si trattasse invece della conferma di come modernità e tradizione, cultura e tecnica, invenzione e memoria raccontino, se rettamente, genialmente intesi, un percorso complesso, ma lineare, non forzato. Non per nulla, dietro il Guggenheim c’era l’antica architettura masoamericana, non per nulla, dietro il monologo record (6 minuti) di Gary Cooper, nelle vesti dell’architetto creatore e individualista Howard Roak, in The Fountainhead , La fonte meravigliosa, il film di King Vidor tratto dall’omonimo romanzo di Ayn Rand, la scrittrice-alfiere dell’anarco-capitalismo, c’è in controluce proprio la figura e l’opera di Wright: «I grandi creatori, gli intellettuali, gli artisti, gli scienziati, gli inventori, si ergono soli contro l’umanità del proprio tempo. Ogni pensiero nuovo è contrastato. Ogni grande nuova invenzione è denunciata».

Adesso che le edizioni Taschen mandano in libreria questo imponente Frank Lloyd Wright (500 pagine, testo trilingue, inglese-tedesco-francese, un migliaio di illustrazioni, 49,99 euro), silloge di cento fra progetti ideati e realizzati, degli ottocento della sua carriera di architetto, davanti agli occhi del lettore si spalanca non solo un sessantennio di attività, ma la contemplazione di un’architettura totalmente nuova e totalmente in armonia con il paesaggio americano e con lo spirito del Middle West, nazionale quindi, e tuttavia universale, come Shakespeare e la Ferrari, Chanel e Wagner. Il suo segreto lo si può cogliere nel modo in cui Wright rimodellò nel 1942, dopo un incidente, la sua automobile, una Lincoln Continental. Costruì un tetto apribile in tela e cuoio per i sedili anteriori, abbassò quelli posteriori e li fornì di due finestrini a mezza luna e a battente orizzontale, rinforzò il tettuccio bombato sopra di loro e tolse il lunotto posteriore. «Non mi interessa ciò che mi lascio dietro, mi interessa dove vado» spiegò. Conservare vuol dire avere l’esperienza per andare avanti.

Nato nel 1867, quando la guerra civile americana era appena finita, cresciuto nel Wisconsin, lettore appassionato di Henry David Thoreau, irregolare negli studi per mancanza di mezzi, Wright fece i suoi primi passi professionali a Chicago, sotto il magistero di Louis Sullivan. Detestata dagli architetti bostoniani e newyorkesi che giudicavano con sussiego tutto ciò che avveniva a Ovest, Chicago, come racconta Luca Giannelli nel suo New York Confidential (Circolo Proudhon editore), il saggio più illuminante sinora apparso su avanguardia, modernità e intellettuali in America, dalla scuola di Chicago appunto, alla pop art, godeva allora della straordinaria convergenza di più elementi: «L’importanza geografica ed economica di una città dalla pratica mentalità “tedesca”, l’incredibile domanda edilizia susseguita all’incendio del 1871, la spinta di uno spirito pragmatico antieuropeo, l’abilità e le competenze di architetti e ingegneri (diversi dei quali reduci da esperienze professionali nella guerra civile) impegnati solo a soddisfare nel migliore dei modi una classe emergente di uomini d’affari che chiedevano edifici funzionali».

Alla form follows function , la forma segue la funzione, del suo maestro Sullivan, Wright aggiunse l’idea di un’architettura organica, l’integrazione fra costruzione e habitat naturale, di cui la prairie house , la casa della prateria, era l’applicazione pratica: «La prateria ha una sua bellezza e nostro compito è identificare e mettere in luce questa bellezza naturale, la sua moderazione. Da qui, tetti sobri dalle pendenze dolci, costruzioni basse, abbandono di camini pesanti, di mura interminabili che sequestrano i giardini privati». Lunghi soggiorni in Giappone e l’amore per l’universo delle stampe del periodo Edo, lo aiutarono in un processo di semplificazione che era il suo: «L’arte giapponese aveva un vero e proprio carattere organico, era la più prossima alla terra e costituiva un processo indigeno nato dalle condizioni di vita e di lavoro locale. Perciò, era il più vicino alla modernità di qualsiasi civiltà europea vivente o scomparsa». La Robie e la Gale House (1909), i Midway Gardens (1914) gli sono debitori, così come la celeberrima Casa Kaufmann, o Casa sulla cascata (1936), esaltazione del senso dello spazio accompagnato dal senso per la struttura, che idealmente servirà da set cinematografico, insieme al monte Rushmore, il che è tutto dire, per le scene finali di Intrigo internazionale di Alfred Hitchcock, apoteosi figurativa dello spirito americano… Taliesin, «fonte risplendente» è invece il nome che Wright, sceglierà per la sua casa-atelier-studio di Oak Park, nell’Illinois, in cima a una collina, sopra giardini d’acqua e campi a pascolo, omaggio a un bardo gallese del VI secolo che nelle sue canzoni aveva celebrato i capolavori delle belle arti. Ne sarà l’incarnazione architettonica.

Nel corso di una vita lunga, non priva di lutti (la madre e due dei suoi sei figli morti in un incendio), divorzi costosi e matrimoni contrastati, scontri e liti feroci con committenti pubblici e privati, Wright fu il perfetto cantore di un’America fedele a se stessa. Naso aquilino, fronte regale, cappellaccio, mantello e cravatta svolazzante sembrava la rappresentazione del Song of Myself , il canto di me stesso di Walt Whitman («Intono il canto dell’espansione e dell’orgoglio, / rinunzie e scuse ne abbiamo avute abbastanza, / io mostro che la grandezza non è che sviluppo»), un eroe di The Unvanquished , Gli Invitti, di William Faulkner («credevano che la terra non appartenesse agli uomini, ma gli uomini alla terra… »). Fieramente isolazionista e pacifista nella seconda guerra mondiale, nemico del fisco rapace così come dell’urbanizzazione selvaggia, lasciò nei disegni per il progetto di Broadacre City (1931-1935) l’idea di una città ideale dove urbanesimo e ruralità tecnologica, tecnologia e arcaismo formavano un tutt’uno. Nel 1947, il suo volto apparve sulla rivista Life tra le cinquanta fotografie formato-tessera di pericolosi «filocomunisti» da cui guardarsi, a dimostrazione di come la destra americana, quanto a ottusità, non avesse nulla da invidiare alle destre europee.

Fonte: Il Giornale