In Grecia – grazie ai diktat dell’Unione Europea – un intero popolo è stato ridotto in povertà. In Norvegia – grazie alle convenzioni europee – un mostro colpevole dell’uccisione di 77 persone – tra cui 69 ragazzini – può accusare il governo di detenerlo in condizioni disumane e vincere un risarcimento da 35mila euro. Sono i due volti dell’Europa. Sono i paradossi di un continente dove norma e buon senso viaggiano ormai su piani divergenti e dove un’insensata applicazione della legge diventa la sceneggiatura di una commedia dell’assurdo capace di confondere vittime ed assassini. Difficile trovare una definizione diversa per la sentenza con cui, ieri, una corte norvegese ha dato ragione – nel nome delle Convenzione Europea sui Diritti Umani – ad Anders Breivik, lo stragista che nell’estate del 2011 mise a segno un attentato contro il palazzo del governo di Oslo uccidendo otto persone e subito dopo si spostò sull’isola di Utøya massacrando 69 ragazzini riuniti per la festa giovanile del partito socialdemocratico. La sentenza a favore dello stragista, letta ieri dal presidente della corte Helen Andenaes Sekulic, ribadisce che «il divieto di trattamenti inumani o degradanti rappresenta un valore fondamentale della società democratica e va garantito sempre e comunque, anche nel caso di terroristi ed assassini».

Grazie all’esemplare verdetto Breivik si metterà in tasca 35mila euro di risarcimento e potrà pretendere di muoversi a proprio piacimento dentro il carcere di massima sicurezza in cui sconta una condanna a 21 anni. Per capire l’assurdità di un responso che trasforma in vittima un assassino bisogna partire dalla cella del carcere di Skien assegnata a Breivik. Più che una cella è un confortevole mini appartamento di tre locali, per complessivi 31 metri quadrati, in cui il prigioniero può scegliere se oziare nella zona notte, svagarsi nello studio con playstation e computer non collegati ad internet oppure curare il fisico nella mini palestra contigua. Il tutto ovviamente potendo contare su un bagno e una cucina indipendenti. Eppure nonostante queste condizioni, decisamente superiori a quelle in cui vivono molti onesti cittadini italiani od europei, Anders Breivik s’è potuto permettere di trascinare in tribunale un governo norvegese accusato di sottoporlo a trattamenti disumani e degradanti.

Grazie a Øystein Storrvik e Mona Danielsen, due avvocati pronti a tutto nel nome della notorietà, l’assassino è diventato il protagonista di un processo alle autorità in cui ha raccontato di venir tenuto segregato dagli altri detenuti, di esser costretto ad indossare le manette anche dentro la casa di pena e di non godere di sufficiente libertà di movimenti all’interno degli spazi carcerari. Per non parlare delle ore di sonno turbate dalle indisponenti visite delle guardie, dalle avvilenti posate di plastica con cui è costretto a sbocconcellare pasti di scarsa qualità e del divieto di comunicare con l’esterno ed intrattenere rapporti con la famiglia. Il surreale quadretto dipinto da Breivik e dai suoi legali ha però convinto i giudici ad emettere una sentenza che definisce «disumano» e «degradante» – in base all’articolo 3 della Convenzione Europea sui diritti umani – l’ isolamento imposto a Breivik. In un sussulto di carità di patria i giudici hanno invece ritenuto «giustificati» i limiti imposti a Breivik nei rapporti con la famiglia e l’esterno del carcere. Il tutto per un totale di circa 151mila euro di spese processuali addebitate, grazie alle tasse, anche alle famiglie dei ragazzini uccisi.

Fonte: Il Giornale