L’intervento militare della Francia, di Israele e del Regno Unito in Siria è legale?

Per lanciare la loro nuova guerra in Iraq e in Siria, la Francia, Israele e il Regno Unito hanno fatto adottare dal Consiglio di Sicurezza il 20 novembre la risoluzione 2249. Per il rappresentante francese all’ONU, che è l’origine del testo, essa autorizza l’azione collettiva ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, ossia l’«autotutela». Per il primo ministro britannico David Cameron, essa dà sostegno a «qualsiasi azione contro questa setta omicida e diabolica sia in Siria sia in Iraq».

Ora, secondo gli esperti del Servizio di ricerca della biblioteca della Camera dei Comuni, la risoluzione non si presta a ciò. In uno studio giuridico dettagliato, Arabella Lang precisa che la risoluzione in nessun modo autorizza l’uso della forza, ma fa appello a coloro che hanno la possibilità legale affinché raddoppino i loro sforzi. Orbene, la cosa può solo riguardare gli Stati che sono stati chiamati a intervenire dall’Iraq e dalla Siria.

Per le necessità del caso concreto, l’Iraq ha pertanto inviato una lettera al Segretario generale e al Consiglio di sicurezza affermando di essere attaccato da Daesh dal territorio siriano, sebbene l’Emirato islamico sia stato fondato in Iraq. Poiché Francia e Regno Unito sono stati chiamati dall’Iraq, entrambi gli Stati — ma non Israele — pretendono di esercitare un diritto di «autotutela collettiva». Inoltre, ciascuno di essi afferma di essere stato attaccato da Daesh dalla Siria e sostiene anche di avere un diritto individuale di autotutela. Purtroppo, questi argomenti sono validi solo se Parigi e Londra dimostrano che Daesh prepara degli attacchi imminenti dalla Siria, ma non si dà il caso.

Di conseguenza, l’intervento militare della Francia, di Israele e del Regno Unito in Siria rimane illegale senza il previo consenso del governo della Repubblica araba siriana.

Ricordiamo, inoltre, che la Carta delle Nazioni Unite e le relative risoluzioni dell’Assemblea generale vietano formalmente il sostegno militare a gruppi non statali che cerchino di rovesciare uno Stato membro delle Nazioni Unite. Questo è il motivo per cui la Francia e il Regno Unito hanno a lungo sostenuto di inviare solo attrezzature di difesa ai gruppi armati in Siria. Purtroppo, questi gruppi ricevono grandi quantità di armi offensive (tra cui fucili, mortai, missili anticarro e terra-aria, esplosivi e perfino gas da combattimento). Ebbene, nell’agosto 2014, il presidente francese François Hollande ha riconosciuto nel corso di un’intervista a Le Monde di aver consegnato armi offensive ai ribelli siriani. 

Preciserà in seguito, nelle interviste con il giornalista Xavier Panon, di aver consegnato nel 2012  dei cannoni da 20 mm, mitragliatrici, lanciarazzi e missili anticarro, cosa che viola senza dubbio il diritto internazionale e fa abbassare la Francia al rango di “Stato canaglia”.

Il progetto inconfessabile di Francia, Israele e Regno Unito

Dal 20 novembre, la Francia sta cercando di mettere insieme una coalizione – una in più – per lottare contro Daesh, e più precisamente per prendere Raqqa. Questa retorica, che è sufficiente a convincere i francesi della volontà del loro governo di reagire agli attentati del 13 novembre a Parigi, maschera malgrado ciò piuttosto male le intenzioni coloniali del presidente Hollande. In concreto: cacciare Daesh da Raqqa, certo; ma con quali truppe di terra e a vantaggio di chi?

La campagna aerea russa si appoggia sull’Esercito arabo siriano, mentre secondo il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, la campagna franco-britannica potrebbe sostenere l’Esercito siriano libero [organizzato da membri di Al-Qa’ida in Libia], oltre a delle Forze arabe sunnite [vale a dire le milizie turcomanne appoggiate dai militari turchi] e i curdi [sia l’YPG siriano sia i Peshmerga del Governo regionale curdo dell’Iraq].

Nel caso in cui queste forze riuscissero a prendere Raqqa, la città sarebbe rimessa al governo regionale curdo iracheno che l’annetterebbe. Di tratterebbe di proclamare un “Kurdistan” a cavallo tra Iraq e Siria, e poi di espellere le popolazioni siriane che vi abitano, e poi ancora di trasferire 10 milioni di curdi turchi verso questo nuovo Stato.

Il piano Juppé

Nel 2011, il ministro degli Esteri francese Alain Juppé e il suo omologo turco, Ahmet Davutoğlu, firmarono un trattato segreto. Sappiamo che comprendeva diversi impegni reciproci, tra cui quello di “affrontare la questione curda” senza “minare l’integrità del territorio turco”, il che significa creare uno pseudo-Kurdistan in Siria.

Tuttora convinti che Alain Juppé sia un gollista, i francesi non hanno percepito la sua svolta del 2005. All’epoca, era stato condannato a 14 mesi con la condizionale e a un anno di ineleggibilità per aver finanziato il suo partito politico deviando dei fondi pubblici. Lasciò la Francia e andò a insegnare a Montreal. Tuttavia, era poco presente in Canada e seguì in segreto una formazione in un paese terzo. Oggi, benché sia un esponente dell’opposizione, è uno dei principali ispiratori della politica mediorientale che il presidente Hollande conduce a dispetto della storia e degli interessi della Francia.

Il Kurdistan e la Siria

I curdi sono un popolo che, da secoli, vive in un territorio condiviso tra la Turchia, l’Iraq e l’Iran. In occasione del censimento del 1962, c’erano soltanto solo 169.000 curdi in Siria, vale a dire una parte infinitesima della popolazione generale. Ma durante la guerra civile turca degli anni 1980-1990, 2 milioni di curdi turchi si rifugiarono in Siria. L’idea della Francia, di Israele e del Regno Unito è quella di ritagliare per loro uno Stato, non a casa loro in Turchia, ma tramite la colonizzazione del paese che li ha generosamente accolti.

La Siria era stata già divisa dalla Francia e dal Regno Unito in occasione della Conferenza di Sanremo (1920) in funzione degli accordi Sykes-Picot (1916). Storicamente, essa comprende non solo l’attuale Siria, ma anche la Palestina, Israele, il Libano, la Giordania, il Sangiaccato di Alessandretta (Antiochia in Turchia), e una parte dell’Iraq. L’attuale progetto mira dunque a continuare questo smembramento.

Chi sono i curdi?

I curdi formano una cultura unica, ma parlano lingue diverse, il Kurmanji, il Sorani e il Pehlewani, cui va aggiunta una quarta lingua totalmente diversa dalle tre precedenti, lo Zaza-Gorani.

Durante la Guerra Fredda, i curdi sono stati divisi in due gruppi, i primi sostenuti da Israele e dagli Stati Uniti, i secondi dalla Siria e dall’Unione Sovietica.

Durante la guerra civile turca, il PKK turco, principale partito curdo di obbedienza marxista-leninista, e il suo leader Abdullah Öcalan, si batterono per creare un Kurdistan indipendente in Turchia. Precisarono di non avere alcuna ambizione territoriale in Siria. Öcalan fu accolto come rifugiato politico a Damasco, da dove dirigeva le operazioni militari in Turchia. Nel fuggire dalla repressione, 2 milioni di curdi trovarono rifugio in Siria. Ma, nel 1998, Ankara minacciò Damasco di guerra se avesse continuato a ospitare il PKK. Il presidente Hafez al-Assad chiese alla fine ad Abdullah Öcalan di trovarsi un altro Stato dove riparare e ha continuato a proteggere i rifugiati curdi.

All’inizio della guerra contro la Siria, il presidente Bashar al-Assad concesse la cittadinanza siriana a numerosi rifugiati curdi turchi. Li incoraggiò a costituirsi in milizie locali e a partecipare alla difesa del territorio. Durante i primi due anni, la cooperazione con le forze di sicurezza siriane fu totale, ma le cose cominciarono a peggiorare nel 2014.

Il 31 ottobre 2014, Salih Muslim, leader dell’Unione democratica curda di Siria, fu ricevuto da François Hollande a margine di un incontro con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, e subito dopo la battaglia di Kobane. I due capi di Stato, che fino ad allora si erano rifiutati di aiutare i curdi siriani, riuscirono a convincere Salih Muslim che ci sarebbe stato un interesse personale a tradire gli impegni del PKK e a collegarsi al loro progetto.

Un anno dopo, Salih Muslim lanciava un’operazione di curdizzazione forzata del nord della Siria, provocando il sollevamento delle popolazioni locali, soprattutto i cristiani assiri e gli arabi sunniti [8].

Tuttavia, quando la Francia, Israele e il Regno Unito hanno lanciato l’operazione volta a creare un Kurdistan in Siria, Salih Muslim ha incontrato le peggiori difficoltà nel mobilitare i combattenti. I giovani curdi rifugiati in Iraq si sono rifiutati di aderire al progetto coloniale [9].

Salih Muslim era nuovamente a Parigi, lo scorso venerdì 27 Novembre.

La distruzione del Sukhoi 24 russo da parte della Turchia

L’intervento militare russo, il 1° ottobre 2015, ha cozzato duramente con il piano delle potenze coloniali. Per il presidente Erdoğan, rimandava ancora una volta l’attuazione del Piano Juppé e il suo sogno di purificazione della Turchia. Inoltre Erdoğan ha dato istruzioni affinché le sue forze armate preparassero un incidente con un aereo russo, come ha rivelato sul momento “Fuat Avni”, la “gola profonda” di un account di rivelazioni via Twitter.

Il 16 novembre, la Russia ha esteso la sua operazione militare contro i gruppi terroristici in Siria attaccando politicamente le loro fonti di finanziamento. Il presidente Vladimir Putin ha provocato lo stupore del G20 di Antalya accusando senza nominarlo il presidente Erdoğan. Ha mostrato ai diplomatici presenti le fotografie satellitari dei convogli di autocisterne che collegano la Siria ai porti turchi e ha denunciato il lassismo di coloro che permettono in quel modo a Daesh di accumulare miliardi di dollari [10].

Sopravvalutando il supporto a sua disposizione a Washington o sottovalutando la potenza russa, il presidente Erdoğan ha fatto distruggere il 24 novembre un Sukhoi russo che era entrato per 17 secondi nel suo territorio [11]. Senza aspettare, Mosca ha reagito comminando pesanti sanzioni economiche ai danni di Ankara, diffondendo le registrazioni dei tracciati radar dell’incidente aereo [12], schierando degli S-400 e, infine, il 2 dicembre, diffondendo attraverso una conferenza stampa dello stato maggiore le prove satellitari della responsabilità dello Stato turco nel finanziamento di Daesh [13].

In un istante, la stampa internazionale che aveva negato la verità per un anno improvvisamente si è profusa in rimproveri contro l’autocrate di Ankara e la sua famiglia.

L’intervento franco-britannico

Eppure, il 29 novembre l’Unione europea ha organizzato un vertice speciale con la Turchia. Ignorando le dichiarazioni di Vladimir Putin al G20 e le relazioni (non pubbliche) dell’Alta rappresentante Federica Mogherini che attestavano che il petrolio di Daesh è defluito nell’Unione attraverso Cipro, l’Italia e la Francia, i partecipanti concludevano: «Ricordando la dichiarazione finale dell’ultimo vertice del G20, che si è tenuto ad Antalya, e la risoluzione (2015) 2249 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Turchia e l’Unione europea riaffermano che la lotta al terrorismo rimane una priorità»(sic) [14].

In applicazione del piano Juppé del 2011, i negoziati di adesione della Turchia all’Unione europea sono stati rilanciati, il regime dei visti abrogato, e, ciliegina sulla torta, l’Unione si è impegnata a versare 3 miliardi di euro alla Turchia, con la pretesa di aiutare a gestire la questione dei profughi siriani.

Il Parlamento francese [15] e la Camera dei Comuni britannica [16], convinti che la risoluzione 2249 consenta di intervenire in Siria senza l’avallo di Damasco, hanno autorizzato i loro esecutivi a intervenire militarmente in Siria. Tali interventi, esclusivamente aerei, sono stati presentati come mirati contro Daesh. Durante la discussione parlamentare, nessuna delle Camere interessate ha evocato la questione dello pseudo-Kurdistan.

Contrariamente alle dichiarazioni rese alla stampa, nessuno ha cambiato politica di fronte a Daesh. L’organizzazione terroristica è sempre sostenuta da quelli che l’hanno fondata (personalità statunitensi intorno a David Petraeus e John Negroponte, i governi saudita, qatariota e turco). Solo gli sciiti iracheni, gli Hezbollah libanesi, l’Esercito arabo siriano e la Russia lo combattono. Le operazioni della Coalizione USA non hanno mai avuto come obiettivo quello di “contenere” Daesh, né di sradicarlo. Il gioco di oggi consiste nel “liberare” il Nord della Siria per farlo immediatamente occupare dai curdi iracheni, e sospingere Daesh verso l’Iraq, dove il distretto di Al-Anbar gli è riservato. L’unica differenza dopo l’intervento russo è che gli occidentali hanno rinunciato a far occupare il deserto siriano da Daesh.

Fonte: Rete Voltaire