Non quagliò, dunque, la doppia quota rosa al Salone del Libro di Torino. Giulia Cogoli, da tre mesi designata alla direzione della buchmesse italiana ha rinunciato rispetto a quella che al netto degli annunci s’era rivelata solo un’anticamera. Cogoli non ha mai cominciato, in verità, non è mai stata effettivamente nominata e così Giovanna Milella – la presidente – al proprio fianco, si ritrova ad avere Ernesto Ferrero, richiamato in servizio essendo la fiera al Lingotto il suo più smagliante blasone in una carriera di dedizione sabauda. Fior di scrittore qual è, Ferrero, è stato direttore del Salone Internazionale del Libro dal 1998. Ed è ben titolato, lui: una lunga carriera all’Einaudi, quindi segretario generale di Bollati Boringhieri, direttore editoriale in Garzanti e poi ancora in Mondadori come direttore letterario e la fiera al Lingotto, in questo lungo lasso di tempo, non può che avere in lui il risolutore benemerito. Non quagliò, quindi, la rottamazione. Sergio Chiamparino e Piero Fassino, rispettivamente presidente della Regione Piemonte e sindaco di Torino, hanno risolto con una telefonata a chi più ne sa per ovviare anche a un deficit, quasi un milione di euro, una frusta di pagherò con cui Ferrero ha stretta familiarità avendo dovuto conviverci perché i carmina non dant panem ma i piccioli sì, li consumano, e pure tanti. È, per definizione una ciambella col buco, l’industria della cultura. Solo una sbrigativa retorica politicante può far torto, in questo caso, ai Cda del Salone del Libro, allo stesso Ferrero e alle scelte derivate dal suo indirizzo editoriale. Il buco di Torino è presto spiegato. Non è malversazione ma corrisponde, a leggere bene le carte, alla sottrazione dei contributi pubblici. Non c’è più l’ente Provincia, non più la Camera di Commercio e pochi, sempre più pochi, sono i soldi messi dalle Fondazioni bancarie. Per non dire delle banche che da Roma in giù, fino al fondo dello Stivale, non investono un solo centesimo nelle istituzioni culturali, anzi: come ben sanno i disperati direttori dei teatri, delle biblioteche e degli spazi culturali, negano i mutui. La produzione letteraria, la fabbrica della fantasia e l’officina delle idee non possono che produrre deficit perché se da un lato assolvono a un dovere sociale, dall’altro – purtroppo –vanno incontro a una platea di lettori, di visitatori, di consumatori “del bene immateriale” mai abituati al rispetto del lavoro intellettuale e perfino artistico se si pensa che Enti Lirici di assoluto prestigio e di viva luce nel mondo intero in Italia languono. L’italiano medio – possibilmente lo stesso che mugugna sul deficit – non compra mai la cultura ma ne taglieggia, di volta in volta, quel poco di core business sotto forma di omaggi, biglietti gratis e regalie. L’impronta propria di ogni mobilitazione alfabetizzata – nell’Italia che fu patria del mecenatismo –è sempre il FFF di festa, farina e forca laddove quest’ultima, per esempio, nelle adunate tipo “il Festival di Mantova”, si trasfigura nella palingenesi conformista di un sottotesto reso esplicito dalla garanzia battesimale della redenzione. L’eterno quaglio di un’egemonia. Si va lì solo per sentirsi migliori. Ecco, un’al – tra regalia. Dove più che il buco poté l’ideologia.

Fonte: Il Fatto Quotidiano