Fare la leva negli anni’70 era istruttivo: dopo avere piantato la tenda sul Tagliamento vicino a un modesto cingolato M-113, al secondo giorno di esercitazione i soldati erano regolarmente dichiarati morti senza avere visto il nemico, il Patto di Varsavia. Non occorreva uno stratega per capire quale ruolo avevamo nella Nato. Il libretto di servizio dei nostri militari, ormai dei professionisti, oggi è un altro. Forse non avvisteranno mai all’orizzonte la bandiera nera dell’Isis ma nel discutere cosa può fare l’Italia per combattere il Califfato, sottolinea un recente studio dello Iai, sarebbe utile ricordare agli alleati cosa già fa il Paese nei teatri mediorientali e come ogni intervento – in Iraq, Libia o Siria – debba essere inquadrato in una strategia diplomatica per non ridursi ad accettare il menù degli altri.
Dovrebbe essere questo il significato della visita presidente del Consiglio Renzi in Libano e del Senato Grasso a Baghdad. Prima e dopo gli attentati di Parigi l’Italia ha confermato e in alcuni casi aumentato una serie di impegni. In Iraq, al centro dell’attenzione mediatica per la diga di Mosul, sono schierati 500 militari che diventeranno 750 nella missione per addestrare iracheni e curdi. In Libano l’Italia comanda l’Unifil, un contingente schierato in un’area destinata a diventare di nuovo bollente tra Israele e Hezbollah. In Afghanistan ci sono 900 soldati per assistere le forze afgane, sempre più vulnerabili, come hanno dimostrato gli attentati a ripetizione e l’avanzata della guerriglia non solo talebana ma anche del Califfato.
E poi c’è la Libia, un nostro interesse nazionale primario per motivi di sicurezza, economici, energetici, storici e geografici. Anche qui l’Italia potrebbe essere chiamata a intervenire con missioni militari e civili. Basta questo a rendere chiaro che l’Italia è molto impegnata nella lotta al terrorismo, e per il governo è già una comunicazione più efficace che indossare la mimetica per darsi un’aria marziale e “combattente”. Dobbiamo poi avere ben presente cosa fanno i nostri alleati.
In Siria, dopo la risoluzione dell’Onu, è apparso evidente che vorrebbero distruggere l’Isis usando fino a quando possibile le truppe di Assad, la Russia, l’Iran, i curdi e un fronte delle principali fazione armate anti-regime. Come attuare un piano del genere, sfidando la realtà sul campo, è complicato da immaginare. Senza un accordo tra le potenze regionali e le milizie sponsorizzate da Turchia e monarchie sunnite i soli bombardamenti sono inefficaci e politicamente dannosi.
Nessuna delle potenze occidentali ha voglia di mettere il piede a terra, se non con truppe speciali o affittando la fanteria locale costituita dai curdi e dall’esercito di Baghdad appoggiato dalle milizie iraniane dei Pasdaran, assai utili se mai dovessimo scendere sul terreno, così come sono indispensabili i rapporti con gli Hezbollah sciiti per salvaguardare il contingente in Libano. Anche noi per altro dobbiamo rinfrescare la memoria ai nostri partner che difendono soprattutto i loro interessi: nel 2011 la Francia bombardò la Libia violando il nostro spazio aereo senza farci neppure una telefonata. E siamo stati pure obbligati a partecipare al disastro che ne è seguito. La sicurezza nel Mediterraneo è una questione vitale che dovrebbe essere al centro del dibattito nazionale. Nelle nostre missioni militari è inutile arrovellarsi a cercare una grande strategia: non c’è. La controprova è nel fatto che ogni volta, partiti e opinione pubblica, davanti a eventi quasi inevitabili in teatri di guerra, si chiedono cosa siamo andati a fare, soprattutto quando ci accorgiamo, delusi, che i nostri alleati non ci elargiscono nessuna contropartita. Avviene amaramente a ogni giro di stagione.

Fonte: IlSole24Ore