“Israele e il complesso dell’assedio”, dice la copertina di una rivista inglese. Sotto, un rotolo di filo spinato e il volto del premier Netanyahu. Non sembra proprio l’Israele grintoso che pochi giorni fa ha portato al ministero della Difesa Avigdor Lieberman, un ex buttafuori di night club diventato leader di partito, un politico che alcuni, in Europa, non esiterebbero a definire razzista. In effetti il giornale è del 2010, il che potrebbe dimostrare che in Israele molto è cambiato in poco tempo. La politica nello Stato ebraico è sempre stata tumultuosa. Come diceva Golda Meir: “Io governo sei milioni di primi ministri”. I partiti nascono, si affermano e a volte scompaiono in pochi anni, nuovi leader spuntano con relativa facilità (com’è appunto successo con Lieberman, quasi sconosciuto fino a metà anni Duemila) e con facilità anche maggiore i vecchi campioni vengono dimenticati o affossati (come l’ex premier Ehud Olmert o l’ex presidente Moshe Katzav) a suon di inchieste e processi. Non ci sarebbe di che stupirsi, quindi, se dal 2010 al 2016 ci trovassimo di fronte a un Paese radicalmente cambiato.

Ma non è così. I segnali di continuità sono assai più numerosi delle novità e dovremmo forse ammettere che dell’ultimo Israele abbiamo capito poco. A partire dallo stesso “caso Lieberman”. Oggi tutti ricordano i suoi truculenti exploit verbali, l’idea di trattare i palestinesi come gli americani trattarono i giapponesi, il progetto di convogliare i palestinesi (anche quelli israeliani) in “riserve” ritagliate in Cisgiordania e così via. Tutti o quasi hanno sottolineato con sarcasmo l’incompetenza in faccende militari dell’uomo che Netanyahu ha scelto come nuovo ministro della Difesa e responsabile della gestione militare dei Territori Occupati, mettendolo al posto di un ex capo di Stato maggiore come il ministro uscente Moshe Yaalon.

Non molto tempo fa, quando Lieberman accusava il governo di irresolutezza, dal Likud, il partito del premier Netanyahu, facevano notare che “alle sue orecchie sono fischiate solo palle da tennis, mai pallottole”. Ma Lieberman era un totale incompetente anche quando (2009-2012 e 2013-2015) aveva ottenuto, sempre in Governi Netanyahu, il ruolo di ministro degli Esteri. È stato l’unico politico israeliano in quella carica a non essere mai ricevuto al Dipartimento di Stato degli Usa. E dunque?

Lieberman è solo l’epifenomeno di un lungo processo che, si deve riconoscerlo, Netanyahu ha cavalcato con grande abilità politica. Primo elemento di continuità: la destra governa Israele quasi senza sosta dal 1977 e Netanyahu, con i suoi undici anni da premier, marcia all’inseguimento dei tredici di Ben Gurion, uno dei padri della patria. Secondo elemento: la politica degli insediamenti, ovvero la conquista della terra. Tra il 2009 e il 2014, Netanyahu ha autorizzato ogni anno, come premier, la costruzione di 1.554 nuove case nei Territori, mentre Ariel Sharon ne aveva autorizzate 1.881, Ehud Olmert 1.774 ed Ehud Barak, nel suo primo anno di Governo (il 2000) addirittura 5 mila (dati del ministero israeliano delle Costruzioni). Terzo: il costante, inarrestabile declino della rappresentanza politica palestinese, stretta tra l’agonica e corrotta irrilevanza di Abu Mazen in Cisgiordania e la pulsione violenta (sparare è più facile che governare) di Hamas nella Striscia di Gaza. Oggi i palestinesi sono abbandonati a se stessi, alle loro frustrazioni, ai predicatori di Internet e allo strapotere di Israele. Un mix perfettamente rappresentato nella recente “intifada dei coltelli”, un suicidio collettivo sotto forma di attacco di lupi solitari.

Lieberman e i nuovi equilibri

Assestata su questi binari, la società israeliana ha costruito nuovi equilibrii. Nelle “colonie” vive ormai il 10% dell’intera popolazione, altro che avamposti. Il mito della “bomba demografica araba”, che avrebbe dovuto travolgere lo Stato ebraico, è serenamente sfumato: nel 2014 il tasso di natalità era di 3,17 figli tra le donne arabe e di 3,11 per quelle ebree. Gli Haredim, gli ultraortodossi che formano circa il 12% della popolazione e usavano dedicarsi allo studio della Torah, con un gran peso economico per lo Stato, hanno perso molti dei loro privilegi. Una serie di leggi li ha indirizzati prima verso il servizio militare e poi verso il lavoro: il Governo offre sussidi agli imprenditori che assumono Haredim e oggi, per la prima volta, il 50% degli uomini e il 74% delle donne ultraortodossi è impiegato e produttivo.

Sul fronte esterno, a dispetto della narrazione che vuole il piccolo Stato in costante pericolo, Israele ha problemi relativi. Molti meno di un tempo, comunque. Sono gli stessi suoi governanti a dire che l’Isis, da tutti considerato la principale disgrazia del Medio Oriente, non è un gran rischio. Un pericolo sarebbe l’Iran, secondo Netanyahu: ma Teheran ha firmato un trattato e ha gli occhi del mondo, oltre che le spie di Israele e degli Usa, addosso. Gli stessi Usa si sono precipitati, subito dopo la firma del trattato con l’Iran, ad aumentare del 25% (da 3 a 4 miliardi di dollari l’anno) gli aiuti per la difesa di Israele. Egitto, Arabia Saudita e Giordania sono amici, con la Turchia sta tornando il sereno. Il nemico Assad è messo malissimo, il Libano di Hezbollah già combatte in Siria e in casa, con l’arrivo dei profughi siriani (ora 1 abitante su 4 in Libano) sconta tensioni enormi.

I critici europei sono tanti ma pesano poco e nel braccio di ferro con Obama è stato Netanyahu a spuntarla. Nel 2009, nel discorso del Cairo che gli valse il premio Nobel per la Pace, il Presidente Usa disse che “gli Usa non accettano la legittimità dei continui insediamenti israeliani”. Sette anni dopo, non ha ottenuto nulla e fa più o meno il bancomat per lo Stato ebraico.

Tirando le somme: Israele ha vinto. Quasi su ogni fronte e quasi da ogni punto di vista. E quindi il nazionalismo rampante può essere letto come l’espressione politico-culturale di questa vittoria. La coscienza del successo. La volontà di completare il trionfo. Nel 2011 il Parlamento israeliano ha approvato la cosiddetta Naqba Law, la legge che prevede sanzioni contro le scuole finanziate dallo Stato che ricordino o commemorino l’espulsione dei palestinesi nel 1948. Poi è stata approvata la Admission Committees Law, legge che permette alle piccole comunità in Israele di rifiutare la residenza ai non ebrei. Infine, nel 2013, Netanyahu è andato a nuove elezioni sulla base della legge denominata “Israele, Stato nazionale del popolo ebraico”, che apre la strada all’emarginazione delle minoranze, quella araba (cristiana o musulmana) per prima. Non è certo ciò che farebbe un Paese intimidito e sulla difensiva.

Lieberman alla Difesa è tutto questo. Anzi, un po’ di più. Perché al trionfo totale manca un piccolo ma decisivo tassello: il problema dei palestinesi. E la coscienza che una soluzione armata a tale problema, e alle ondate ricorrenti di violenza che esso produce, non è possibile. L’ex ministro Yaalon non era una “colomba” ma, da esperto soldato di carriera, era portatore del pensiero strategico degli ambienti militari. E cioè che, essendo impossibile sia eliminare i palestinesi sia arrivare a un ragionevole trattato di pace, occorra rassegnarsi a un conflitto a bassa intensità. E che la migliore strategia sia appunto di abbassare il più possibile tale intensità, non di accrescerla. Non a caso nel pieno dell’intifada dei coltelli Yaalon ha premuto perché il Governo, per allentare la tensione, accordasse più permessi di lavoro ai palestinesi.

Lieberman, al contrario è il politico che è andato a manifestare davanti al tribunale in cui era sotto processo il soldato che finì con un colpo alla testa un palestinese armato di coltello, già ferito e da molti minuti immobilizzato. In questo subito seguito da Netanyahu. Nessuno dei due, invece, ha aperto bocca quando tre poliziotti, in piena Tel Aviv, e molti giorni prima che due palestinesi uccidessero quattro civili innocenti sparando in un centro commerciale, hanno massacrato di botte un palestinese che andava a buttare l’immondizia del supermercato in cui lavorava.

Abbiamo vinto e possiamo prenderci tutto. Ecco il messaggio che Netanyahu, il premier che ha escluso l’ipotesi di uno Stato palestinese, lancia al Paese con la nomina di Lieberman. Un altro gesto abile ma pericoloso. Che faranno i palestinesi? In Cisgiordania non hanno un politico degno di tal nome a rappresentarli e difenderli, la terra gli viene sottratta pezzo per pezzo e sanno che non avranno mai un loro Stato. Quelli che vivono in Israele, se passa la legge sullo “Stato nazionale del popolo ebraico”, saranno considerati semi-abusivi. Quelli di Gaza sono presi tra l’assedio israeliano e il potere autoritario, distruttivo e inconcludente di Hamas. Quello che israeliani e palestinesi hanno di fronte è, di fatto, un altro 1948. Come allora è: o noi o loro. E questa, di sicuro, è una sconfitta per tutti.

Fonte: Avvenire