“Libiamo”. Così una vignetta del bravissimo Giannelli, sul “Corriere della Sera” del 26 scorso, commenta l’incontro dei “Cinque Grandi” ad Hannover del giorno prima. I cinque “Grandi Leaders atlantici”, come molti giornali li hanno chiamati, sarebbero lo statunitense Barack Obama, il britannico Cameron il francese Hollande, la tedesca Merkel e l’italiano Renzi. Giannelli li ritrae insieme, in tuta militare mimetica, mentre appunto stanno libando dopo la decisione di un qualche intervento militare in Libia.
“Libiamo” quindi anche noi, come nella verdiana Traviata. Ma che siano poi “lieti calici”, ce lo dirà il futuro: e le premesse in verità non sono buone. I “Cinque Grandi” si sono accordati su un impegno militare che rappresenta un’ulteriore mossa della NATO in un momento di nuova “guerra fredda”, mentre il governo di Washington decide d’inviare altri 250 “consiglieri militari” in Siria, che si aggiungerebbero alla cinquantina già attiva in quel paese, per sostenere la “resistenza moderata” al regime di Assad. Il punto è che questa “resistenza moderata”, un fantasma in gran parte creato dalla propaganda dell’associazione francese Amis de la Sirie, praticamente non esiste: l’unica resistenza contro gli assadisti in questo momento la stanno facendo la varie milizie jihadiste, non si capisce quanto alleate e quanto avversarie tra loro e in quali effettivi rapporti con l’ISIS. Quel ch’è certo è che i nuovi 250 soldati statunitensi non faranno alcun buon effetto alla Russia di Putin e porteranno altra benzina sul fuoco, per ora ancora basso, della nuova “guerra fredda”: nella quale pertanto l’Unione Europea, dato il suo legame a doppio filo con la NATO, resterà ulteriormente implicata: tutto ciò peserà quanto meno indirettamente anche sul riavvio dei nostri buoni e proficui rapporti economici e commerciali con l’Iran. Un ingenuo si chiederebbe se le scelte della conferenza di Hannover siano pertanto coerenti con gli interessi nazionali italiani, che ogni tanto – quando fa comodo a qualcuno – tornano ad essere argomento di notizia e di discussione. Ma tant’è.
Il punto è che ad Hannover erano presenti parecchi convitati di pietra. Soprattutto quattro: e non è poco.
Primo. Il leader-fantasma libico, Fayez al-Serraj, capo del Consiglio presidenziale libico riconosciuto dall’ONU e che a quel che pare godrebbe del sostegno della NOC, la National Oil Corporation libica, che fa capo al governo di Tripoli; al-Serraj ha sì il riconosciemnto e il “pieno appoggio” – si dice – della Comunità Internazionale (nella pratica, concreta realtà, di statunitensi ed euroatlantisti), ma dovrebb’essere riconosciuto dagli organi parlamentari sia di Tripoli sia di Tobruk in una prospettiva di unità nazionale la quale è in verità ancora lungi dal venire raggiunta. Il presidente Renzi ha tenuto a sottolineare con forza che il nostro eventuale contingente militare da spedire in Libia (non oltre 900 soldati scelti tra esercito e carabinieri) partirà esclusivamente se e dopo un’esplicita richiesta di al-Serraj: in altri termini, non si tratterà di un’invasione di quello che formalmente resta un paese sovrano, la Libia, ma di un legittimo intervento sollecitato dal non meno legittimo governo di esso. Solo sulla carta, però, purtroppo. Perché i due governi di Tripoli e di Tobruk, e le forze politico-militari che in vario modo appoggiano o affiancano o contrastano l’uno e/o l’altro, potrebbero comunque – o l’uno o l’altro, o entrambi in discordia discors – rispondere che al-Serraj non li rappresenta e non ha il diritto d’invitare stranieri armati sul suolo patrio: e ci troveremmo davanti a un aggravamento della guerra civile in atto, non a un passo avanti verso la sua soluzione. Non solo: i nostri 900 soldati rappresenteranno il 50% o poco più del contingente internazionale che, sotto la formale egida dell’ONU, costituirà la missione di pace e d’interposizione; e sarà appunto l’Italia a guidare tale missione, visti anche i suoi rapporti storici con la Libia. Si può quindi pensare che i nostri quattro partners impiegheranno in essa più o meno un paio di centinaia di effettivi, non oltre. E, come si è assicurato, la missione non sarà impegnata in combattimento: assicurazione che costituisce un evidente non-senso, visto che il suo esito è imprevedibile e che il contingente internazionale, se attaccato, non potrebbe certo evitare di rispondere.
Secondo. La Russia di Putin. Obama non si è mosso da Washington solo per la questione libica: anzi, sembra proprio di capire ch’essa sia solo poco più che un pretesto. Ad Hannover, in realtà, si è anche discusso della Russia: partendo dall’a priori, in verità molto discutibile, che sia essa a condurre una “politica aggressiva” e che quindi le sanzioni contro Mosca vadano mantenute almeno finché gli accordi di Minsk riguardanti il processo di pacificazione a proposito della crisi russo-ucraina non saranno del tutto mantenuti. Ma sulla “pericolosità” della Russia sembra esserci un forte accordo anglo-germano-statunitense, mentre la posizione italiana e quella francese sarebbero, con differenti motivazioni, più incerte e riservate. E i rapporti con Putin pesano sula situazione vicino-orientale: ad Hannover, insomma, non si è discusso solo di petrolio libico e di contingenti militari da inviare al di là del Canale di Sicilia. C’è stato dell’altro: molto d’altro. Con ripercussioni locali e internazionali difficili da prevedere.
Terzo. La TTIP, vale a dire la Transatlantic Trade and Investment Partnership, il trattato economico-commerciale euro-statunitense in corso di negoziati dal 2013. Un autentico capestro, una rovina per l’economia europea. Ma Obama vuol portarsi a casa un accordo sicuro al riguardo: se la TTIP non andrà avanti, i repubblicani lo accuseranno di un altro fallimento che si rifletterà negativamente sul partito democratico in novembre.
Quarto. Appunto le elezioni statunitensi del novembre prossimo. A Hannover, Obama si è comportato come procuratore controvoglia della vittoria della signora Clinton: che i due si detestino è ben noto, ma sono sulla stessa barca politica; e il presidente non vuol certo passare alla storia come l’affossatore definitivo delle fortune del suo partito. Il punto è che l’incontro di Hannover rischia di aggravare indirettamente il “pasticciaccio bbrutto” vicino-orientale, di allargare il fossato della nuova “guerra fredda”, di rafforzare in conseguenza l’asse russo-siriano-iraniano e ci compromettere quindi i nostri nuovi, promettenti rapporti economico-commerciali con l’Iran. Senza contare che non possiamo farci grandi illusioni sul domani del Vicino Oriente nel caso che nel novembre prossimo s’insedi alla Casa Bianca la signora Clinton, nella pratica non lontanissima dalle posizioni del neocon repubblicano Rubio. Da questo punto di vista sarebbe quali augurabile – che Dio ci salvi e ci perdoni! – una vittoria del clown Trump, non perché sarebbe quanto meno divertente, ma in quanto egli appare se non altro con una qualche sicurezza portatore di una linea neoisolazionista, del resto nelle tradizioni del suo partito.
La posta in palio nell’affaire libica è insomma più ampia che non i pozzi di petrolio minacciati dai miliziani dell’ISIS che potrebbero impadronirsi dei loro terminals di Ras Lanuf, as Seder e Zuetina e che fanno gola anche al generale Halifa Haftar, il patron del governo di Tobruk.
“Potete esser certi che il vostro più grande alleato e amico, gli Stati Uniti d’America, è al vostro fianco. Spalla a spalla. Ora e sempre”, ha dichiarato Obama a Hannover rivolto ai suoi “alleati”. Può sembrare una dichiarazione aperta e leale, forse un po’ retorica, un po’ donchisciottesca. Non è così. Si tratta per un verso di un avvertimento intimidatorio, per un altro di un’accorata richiesta di appoggio a uso interno degli States. L’ex fautore convinto del multilateralismo non può permettersi di venir presentato nel suo paese come l’iniziatore formale dell’eclisse americana. Ma a noi conviene, presidente Renzi, restar i fedeli scudieri – se non gli ascari – di questa potenza che ha ormai imboccato il suo Viale del Tramonto ma che pure occupa militarmente la penisola con il suo oltre centinaio di basi presenti sul nostro suolo? E ci conviene rimanere senza discutere membri di quest’alleanza politico-militare, la NATO, nata oltre mezzo secolo fa per scopi nei quali eravamo allora forzatamente coinvolti e che ci sono ormai, nella sostanza, sempre più estranei se non in prospettiva ostili?

Fonte: Dal suo blog