Ci vediamo a Tripoli con un nuovo governo entro 40 giorni? È un appuntamento cui dobbiamo credere forse soltanto se le fazioni libiche riterranno l’Isis un pericolo maggiore per i loro traffici del caos in cui è precipitata da oltre due anni l’ex colonia italiana. Un’anarchia che affonda il Paese ma che arricchisce fazioni e tribù con il contrabbando di uomini e di petrolio. È questa la sensazione che si raccoglie nei corridoi della Farnesina al termine della conferenza sulla Libia.
Gli Stati Uniti sembrano avere messo tutto il loro peso di superpotenza per sostenere l’accordo per un governo libico di unità nazionale che si firma in Marocco mercoledì. “Chi vuole danneggiarlo ne pagherà le conseguenze ma si tratta soltanto di una minoranza”, è stato il monito del segretario di Stato Usa John Kerry, accompagnato da significative dichiarazioni del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni sul ruolo dell’Italia. Nella partita libica l’Italia, delle potenze esterne, è quella destinata a perderci o a guadagnarci di più. È il secondo caso che non piace troppo non solo ai nostri avversari ma pure ai nostri alleati.
Questa volta non si scherza sembra dire comunità internazionale. Eppure qualche cosa non torna in questa intesa mediata dall’Onu e che prevede anche un cessate il fuoco. La sensazione è che la guerra in Siria con le sue enormi tensioni geopolitiche prevalga su qualunque altro problema e che le potenze coinvolte guardino alla Libia come a una sorta di palestra dove esercitare una politica muscolare.
Il comunicato finale porta la firma di Paesi come Egitto, Emirati, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, che dalla parte di Tripoli o da quella di Tobruk sostengono attivamente le fazioni armate. Oltre ai libici anche loro devono dare qualche segnale di buona volontà: se è vero che l’accordo ha l’appoggio della maggioranza di due Parlamenti la minoranza che si oppone è quella militante, la più pericolosa e decisa a far saltare il governo di unità nazionale.
Nessun governo può tornare a Tripoli se non sarà garantita la sicurezza: questi Paesi eserciteranno pressioni convincenti sui loro protetti? Dipende dai vantaggi che ricaveranno sul quadrante mediorientale. Non è un buon segnale, per esempio, che a Roma i sauditi abbiano rinviato la bilaterale con gli americani, giusto per far capire non si vogliono far dettare l’agenda da nessuno, neppure dai loro storici alleati. C’è solo da sperare che gli americani un giorno perdano la pazienza anche con le petromonarchie responsabili di avere sponsorizzato i gruppi radicali islamici anche in Libia.
Ma è un anno elettorale e l’amministrazione americana preferisce che siano gli altri a sporcarsi le suole degli stivali. Gli europei hanno mangiato la foglia: inglesi e francesi sono pronti ad azioni militari contro l’Isis e Gentiloni ha affermato che la diplomazia e la politica questa volta “devono dimostrare di essere più rapidi dei terroristi”. Un segnale non troppo velato che siamo all’ultimo giro. E forse il Califfato non aspetta altro che una escalation militare per guadagnare anche tra i libici altra popolarità, esattamente quello che vogliono i nostri cosiddetti alleati arabi per tenere ben carica la pistola dell’Islam radicale e del terrorismo.

Fonte: IlSole24Ore