Il formidabile caos libico ci riguarda sempre più da vicino perché l’Italia nei mesi scorsi si era offerta per un ruolo guida che aveva perduto nell’ex colonia con la caduta di Gheddafi nel 2011. Fu la più grave e sostanziale débâcle della nostra politica estera dalla fine della seconda guerra mondiale. Adesso, come recuperare la Libia?
Americani, francesi e britannici esercitano da tempo pressioni sul governo per un intervento militare che dovrebbe essere richiesto dal nuovo esecutivo voluto dalle Nazioni Unite con uno scopo fondamentale: dare all’Occidente un interlocutore per stabilizzare il Paese, una cassaforte dell’energia con il 13% delle riserve africane. Ma un intervento in grande stile appare al momento difficilmente pronosticabile e soprattutto l’Italia, interessata a fermare le rotte dei migranti, non ha intenzione di esporsi ad attentati e vendette sul territorio nazionale.

Lo sbarco sull’ex quarta sponda per altro potrebbe essere più dannoso che utile: quasi sicuramente costituirebbe un collante per le fazioni anti-occidentali. Gli stranieri in Libia, come del resto in gran parte del mondo arabo attraversato da laceranti memorie coloniali, non sono mai stati graditi e oggi il conflitto è dentro ai musulmani: messo sotto pressione da Assad e dai russi, l’obiettivo dell’Isis con gli attentati in Europa è proprio quello di trascinare gli occidentali in reazioni emotive e in una guerra che i jihadisti non possono vincere se non facendo leva su una propaganda che vorrebbero estendere in altre aree del Maghreb, a partire dalla Tunisia, e nel Sahel, la nuova frontiera del radicalismo islamico.

In Libia in particolare sarebbe un errore: qui i miliziani delle varie fazioni sono circa 200mila mentre i combattenti del Califfato sono stimati in circa 5-6mila uomini, in gran parte localizzati nella Sirte.
La maggioranza della popolazione desidera la pace e non il proseguimento della guerra civile: una sconfitta duratura del Califfato non passa soltanto da soluzioni militari ma soprattutto dal convincimento che l’Islam radicale ed esasperato di Al Baghdadi «non è la soluzione». A parte le considerazioni più o meno fondate sulla moderazione dell’Islam libico, qui a schierarsi con il Califfato è stata a Bengasi Ansar el Sharia ma a Derna, culla dell’islamismo anti-Gheddafi negli anni ’90, la Shoura locale ha combattuto aspramente i jihadisti dell’Isis.

La politica, insieme alle prospettive di mettere le mani sulle riserve della Banca centrale, del Fondo sovrano e sul petrolio, talvolta è più efficace delle armi. In queste ore si colgono acrobatiche piroette di attori che dopo avere proclamato la loro profonda ostilità all’esecutivo dell’Onu ora si sono schierati a favore. Tobruk, elevata al rango di capitale dall’ex mediatore dell’Onu Bernardino Leòn sostenuto dalle prebende degli Emirati e dall’Egitto, appare sempre più ai margini e in Cirenaica anche il capo delle milizie petrolifere Al Jadhran appoggia le Nazioni Unite: non tira una bella aria per l’ambizioso generale Khalifa Haftar e i suoi sponsor. E questo è un punto a favore dell’Italia che ha i suoi interessi maggiori in Tripolitania. Nella stessa capitale cresce il sostegno al governo Serraj, ancora ormeggiato nella base navale della capitale. Tra qualche giorno forse capiremo se affonda o galleggia.

Fonte: Il Sole 24 Ore