Sulle coste della Libia c’è un gran traffico, partono i migranti a centinaia ma approdano anche i governi: e che governi. Questo non è ancora stato riconosciuto né da Tobruk né da Tripoli, eppure i sui componenti guidati dal premier designato Fayez al Serraj sono stati salutati dall’Onu come i salvatori della patria: in realtà si tratta quasi di ostaggi che per non restare del tutto imprigionati dalle inafferrabili e sanguinose logiche libiche di cabile e milizie sono blindati dentro alla base navale di Abu Settah.
Per entrare a Tripoli servono ben altre garanzie di quelle fornite dal mediatore dell’Onu Martin Kobler. Del resto anche il governo di Tobruk, nelle mani del generale Khalifa Haftar e degli egiziani, per molto tempo è stato ormeggiato in porto: in Libia le istituzioni oltre che fragilissime sono galleggianti e precarie quasi quanto i gommoni dei migranti.

Il nuovo governo non si fida ancora a insediarsi nella capitale e anche il giorno che lo farà sarà comunque ostaggio delle fazioni locali. Degli ostaggi però che hanno un certo valore, politico ed economico. Se questo governo dovesse funzionare, almeno per finta, sarebbe destinato nei piani delle Nazioni Unite a chiedere l’intervento internazionale per la “stabilizzazione” della Libia, ovvero per dare il via a una nuova guerra sulle sponde del Mediterraneo dove si è insediato il Califfato.
Questo governo è in sintesi una forzatura voluta dalle Nazioni Unite per accelerare il processo di formazione di un esecutivo che possa fare da interlocutore con i governi occidentali. L’inviato tedesco Martin Kobler afferma che la comunità internazionale «è pronta ad assicurare il necessario sostegno per un pacifico e ordinato passaggio dei poteri». Ma le premesse perché la transizione sia pacifica e ordinata sembrano non esserci. Il 27 marzo le principali milizie libiche avevano respinto l’insediamento, esortando la popolazione a opporsi a «un governo designato dalle Nazioni Unite». In un comunicato i capi militari avevano definito questo esecutivo «illegale» avvertendo che il suo eventuale insediamento a Tripoli potrebbe trascinare la città «in un conflitto armato permanente».

Eppure, nonostante, i proclami bellicosi, c’’ qualche possibilità di negoziare: gli “ostaggi governativi” possono valere un compromesso. C’è da stabilire per esempio che fine faranno i soldi del petrolio, della banca centrale con sede a Malta – 70 miliardi di dollari di riserve – gli investimenti della Lia, con quote nelle nostre banche e in diverse società internazionali, oggi quasi in amministrazione controllata a Londra sotto lo sguardo attento del fratello di Blair, giudice del tribunale.
Le fazioni tripoline, dominate dagli islamisti, potrebbero fare quattro conti e decidere che questo governo val bene una guerra all’Isis con un intervento militare internazionale, magari ben calibrato che insieme ai jihadisti tenga a bada Haftar e metta ordine spartendo la Libia in zone di influenza. Agli occidentali questa guerra fa comodo: devono occultare la sconfitta in Siria dove hanno vinto Assad e Putin. E gli islamisti si potrebbero riciclare emarginando quelli di Tobruk. L’affare si può fare: la trappola libica è pronta a scattare un’altra volta.

Fonte: Il Sole 24 Ore