Libia, primo passo verso un’intesa ma anche ultimo atto. Questo governo, se mai si insedierà davvero, è l’ultima chiamata prima del caos e di un possibile intervento internazionale. Anzi secondo molti osservatori la domanda non è tanto se ci sarà un intervento ma quando e come.

Le emergenze sono tre: la sicurezza in primo luogo -come e da chi verrà imposta tra Tripoli e Tobruk – la gestione del petrolio e quella della Banca centrale, che con riserve ormai dimezzate da una crisi prolungata tiene in piedi i governi rivali e le fazioni concorrenti di Cirenaica e Tripolitania.
La guerra tra milizie è alimentata essenzialmente da queste risorse che si stanno assottigliando: Gheddafi aveva lasciato un tesoro soltanto nelle casse della Banca centrale di 150 miliardi di dollari, ora siamo intorno ai 70, divorati in un paio d’anni dalla gestione corrente, cioè dalla distribuzione di fondi ai due governi di Tripoli, Tobruk e ad alcune altre amministrazioni locali importanti.

L’Isis arriva al quarto posto delle emergenze, pur essendo in testa alla preoccupazione generale, perché senza un’intesa su questi punti essenziali non sarà possibile neppure una vera guerra al Califfato. Nel senso che aiutare i libici – ma quali? – non sarà sufficiente e la battaglia dovrà essere fatta con un’azione internazionale e non solo con i raid aerei come nel 2011 contro Gheddafi. Sarà comunque assai complicato imporre un comando unificato alle milizie: il generale Khalifa Haftar, per esempio, sostenuto dall’Egitto di Al Sisi ma anche dai raid dei caccia Rafale venduti dalla Francia al Cairo, è contrario all’idea di cedere i suoi poteri di comandante della Cirenaica.
L’Italia non può comunque restare fuori perché la guerra a Gheddafi fu una sonora sconfitta del Paese che con il dittatore libico aveva firmato soltanto pochi mesi prima accordi di grande rilevanza economica, energetica e nel campo della sicurezza per la gestione dei flussi migratori. La partecipazione italiana ai raid anti-Gheddafi fu nel 2011 un passo forzato dalle decisioni altrui, prese su motivazioni che avevano ben poco a che vedere con l’intervento umanitario contrabbandato dal presidente francese Nicolas Sarkozy.

Oggi sappiamo i retroscena che spinsero la Francia in guerra. In una delle tremila mail inviate a Hillary Clinton, allora ministro degli Esteri Usa – e rese pubbliche dal dipartimento di Stato – in data 2 aprile 2011 il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi era in procinto di sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie francesi, con un’altra moneta panafricana. In questo messaggio è esposto un dettagliato resoconto delle riserve di oro e argento del raìs libico (140 tonnellate). Alla base della svolta monetaria di Gheddafi c’era l’obiettivo di rendere l’Africa francofona indipendente da Parigi: le ex colonie hanno almeno il 65% delle loro riserve depositate in Francia. Poi naturalmente c’era l’obiettivo di colpire le concessioni italiane di petrolio dell’Eni, cui Parigi ha sempre puntato.

Così stanno le cose e dobbiamo tenerne conto: se andiamo in guerra contro l’Isis in Libia non lo facciamo con un alleato ma con un concorrente. La mail di Blumenthal aveva un titolo significativo “France’s client and Qaddafi’s Gold”. Quindi se l’Italia manda i soldati in Libia dovrà fare attenzione non solo ai jihadisti – sia laggiù che in patria – ma anche alla cassa.

Fonte: Il Sole 24 Ore