Nel centenario della nascita di Luigi Bàccolo, grande umanista, Aragno manda in libreria la sua Vita di Casanova , (pagg. 307, euro 18) uscita da Rusconi alla fine degli anni Settanta e da tempo fuori catalogo.

Lo fa accompagnandola con una nuova edizione dell’ Epistolario 1759-1798 (pagg. 570, euro 30) curato da Piero Chiara un decennio prima per Longanesi e anch’esso esaurito, mentre è di Castelvecchi il recupero del Casanova che Stefan Zweig scrisse nel 1929 (pagg. 90, euro 12,50), biografia non convenzionale di un personaggio unico nel suo genere: «Di rado i poeti e i romanzieri hanno una biografia ed egualmente di rado gli uomini che ne hanno una sono capaci di raccontarla. Casanova rappresenta una meravigliosa eccezione».

Usciti in contemporanea, i tre titoli non fanno altro che sottolineare l’interesse mai sopito per chi in vita e post mortem non ha mai cessato di far parlare di sé e ne ripropongono ancora una volta il mistero che lo circonda. Perché in quel Settecento che fu un secolo di avventurieri e di libertini, solo Casanova ne è divenuto l’emblema e il simbolo? Perché, ancora vivente, le sue memorie erano già oggetto di interesse, un decennio dopo la morte il loro manoscritto terreno di caccia, la sua pubblicazione, infine, per quanto censurata, storpiata e mal-tradotta nelle prime edizioni, l’inizio di un interesse letterario senza precedenti, Stendhal, Heine, Schnitzler, Hesse, Marai, per fare solo alcuni nomi?

Nel ritratto che Zweig ne fa, coinvolgente per stile e ricco di sottigliezze, c’è tuttavia un elemento stonato proprio nel suo essere all’apparenza il più logico: è la sua bellezza, ci dice, a fare di Casanova, un Casanova… Lasciando da parte la boutade del principe di Ligne, suo amico, protettore e ammiratore, nonché homme à femmes di successo, «Sarebbe un gran bell’uomo se non fosse brutto», stando ai ritratti d’epoca, alle sue stesse descrizioni, agli smacchi in campo femminile da lui candidamente raccontati, Giacomo era sì un giovane fisicamente prestante, ma dal naso troppo pronunciato, dal colorito troppo scuro, dagli occhi lievemente sporgenti. L’apprezzamento che gli rivolse Federico il Grande, «lei è un gran bell’uomo», pronunciato da chi aveva un debole per i granatieri, ne rivela semmai l’essere fuori norma rispetto a un secolo e a un mondo dove il corteggiamento, la seduzione e l’ars amandi rientravano nei canoni della levità, della delicatezza, delle ciprie e dei belletti. Era un outsider, insomma, rispetto al suo tempo, e questo essere al di fuori della norma non ne fa il rappresentante per eccellenza, ma, semmai, un soggetto per amatori, amatrici, nel suo caso, amanti di un genere particolare, elitario. Del resto, il numero delle conquiste sta lì a confermarlo. Luigi Bàccolo arriva a contarne centosedici, che in quarant’anni di vita dedicata all’altro sesso non sono poi un numero straordinario. Il catalogo del Don Giovanni mozartiano recita alla sola voce Spagna «già mille e tre» e sarà pure un’opera di fantasia, ma stava a indicare lo Zeitgeist …

L’altra nota non convincente nel ritratto di Zweig è le Memorie di Casanova come un semplice esercizio di memoria, «una memoria geniale», «una memoria dannata», messa al servizio di «una filosofia della superficialità» e a cui basta dare la stura perché il miracolo si compia. In realtà, i Capitulares , gli appunti trovati fra le sue carte, raccontano di come, nel corso di una vita, Casanova abbia fissato proprio ciò che la memoria avrebbe potuto non ricordare, sono la testimonianza di chi è consapevole di vivere un’esistenza che, successivamente, sarebbe valsa la pena raccontare: la vive, insomma come un’autobiografia in progress, in divenire, è già consapevole della sua unicità. Quanto al suo essere superficiale, privo di profondità, bisognerebbe andare cauti. Una ventina d’anni fa, in Pensieri libertini (Rusconi), un libro che raccoglieva cinque saggi inediti, scelti fra le oltre mille pagine di considerazioni filosofiche trovate fra le carte di Casanova, Federico di Trocchio ha ben spiegato come lì ci fosse «troppa filosofia per l’uomo che si è sempre supposto intento a inseguire l’attimo fuggente, e troppo poca per poterlo considerare un professionista del pensiero». Casanova non fa insomma professione di filosofia, ma ne scrive «per chiarire il senso della propria esistenza» e quelle pagine «diventano preziose come protocolli dell’itinerario intellettuale del vero libertino. Esse spiegano non solo come si diventa seduttori, ma che senso ha, e cosa costa una vita da seduttore». La sua è dunque una risposta personale ai problemi dell’esistere, perché la vera filosofia deve servire a vivere e a morire tranquilli, come appunto sarà il suo caso. È anche in questo interrogarsi intorno al modo di affrontare la vita che consiste il mistero di Casanova, il suo essere qualcosa di completamente diverso da un semplice seduttore, un semplice avventuriero, un semplice truffatore.

Rispetto a Zweig, Bàccolo coglie il nocciolo della questione quando osserva che Casanova è «uomo anteriore ai dieci comandamenti», l’amoralità di chi senza rifugiarsi in un razionalismo d’accatto regola la sua partita con l’al di là accettandone l’ipotesi purché però non influisca sull’al di qua. Del resto, come ancora nota Bàccolo, fa parte di una società che si potrebbe definire «della Forma», un codice comportamentale che non contempla una democratica dissoluzione dell’ordine costituito. Come ogni vero libertario, Casanova era aristocratico: sapeva che la trasgressione cosciente dei pochi si trasformava nell’eccesso incosciente dei molti. Come ogni vero anarchico, era un uomo d’ordine: la punizione era un male necessario, antidoto per chi non sa regolarsi da sé. Come ogni vero libertino, era un moralista: le passioni andavano guidate, a chi non era in grado restava solo la depravazione.

Le lettere sono l’altro elemento che servirà da canovaccio per il racconto di una vita inimitabile. La selezione temporale operata da Chiara non comprende purtroppo quelle precedenti alla fuga dai Piombi, ma l’arco di tempo che passa da quella orgogliosa evasione («I nostri Signori Inquisitori di Stato son tenuti ad adoperare tutti i mezzi per trattenere a forza un colpevole: costui, lieto di non essere prigioniero sulla sua parola, tutti i mezzi deve adoperare per recuperar la libertà») alla presa d’atto che il suo futuro è ormai solo nel suo passato («Ho cinquantotto anni, e se penso a ritornare a diventare avventuriere, mi metto a ridere, guardandomi allo specchio») disegnano, a petto di corrispondenti illustri, banali, persino meschini, il ritratto di un uomo che ha sempre e comunque difeso la sua libertà più della sua stessa vita.

Fonte: Il Giornale