Poco dopo il prologo, il «Papa giovane» il primo pontefice americano della Storia, Pio XIII, al secolo Lenny Belardo, affascinante, telegenico, sexy come il Jude Law che lo interpreta tiene il suo primo discorso alla cristianità dal balcone su piazza San Pietro scusandosi coi fedeli perché «ci siamo dimenticati di voi». E annuncia un Dio che è «in tutto ciò che vi piace» e una Chiesa in cui saranno possibili il divorzio, l’aborto, l’eutanasia, il matrimonio tra gay, il sacerdozio delle donne… Tutto ciò insomma che la gente per bene, corretta, progressista e liberale sogna di sentirsi dire. E infatti è soltanto un sogno. Nell’ultima scena, dopo quasi due ore, cioè due puntate, lo stesso Pio XIII – un pontefice che indossa accappatoi cifrati con le chiavi di San Pietro, beve solo Cherry Coke Zero, è un battutista micidiale (dicono che anche Bergoglio lo sia), fuma (si dice che anche Ratzinger fumi) e corrompe il prete confessore del Vaticano offrendogli l’anello cardinalizio in cambio dei suoi segreti – tiene davvero il suo primo discorso in San Pietro. Lo fa proclamando in toni apocalittici una fede assoluta e un dogma granitico, facendosi pastore di un cristianesimo medievale e oscurantista in cui non c’è spazio per il libero arbitrio, per la gioia, per l’apertura alla società contemporanea, ma solo per il pentimento, la rinuncia e la preghiera. Ma forse è solo un incubo. E infatti alla fine mancano ancora otto puntate.

Alla fine, l’evento (speciale) più atteso della Mostra del Cinema di Venezia è arrivato. Habemus Papam. E al Lido ieri è passato in anteprima The Young Pope di Paolo Sorrentino, o meglio: le prime due puntate (su dieci) dell’attesissima serie televisiva che andrà in onda dal 21 ottobre su Sky, che la coproduce con HBO. Molto poco televisivo, e molto (tanto) cinematografico, The Young Pope – per il quale il direttore della Mostra Alberto Barbera è andato pazzo è come il giovane Papa Jude Law-Lenny Belardo (uno che non vorrebbe semplicemente reggere le sorti del Cristianesimo, ma avere anche il potere di farlo fallire): contraddittorio, enigmatico, pettinatissimo. Papa Pio XIII (nome che non ha mai portato bene nella storia della Chiesa) è una contraddizione: «Come Dio, uno e trino. Come l’uomo, buono e cattivo». Vuole cambiare tutto dentro il Vaticano, ma non si capisce in quale direzione. Sembra umilmente rifiutare il potere, ma è diabolico nel conquistarlo (ai danni del Segretario di Stato, l’irresistibile cardinale napoletano, devoto a San Pipita Higuain, Silvio Orlando). Detesta i turisti ma si commuove per le lettere che gli inviano i bambini. È glaciale, ma dipende emotivamente dalla suora che lo ha cresciuto in orfanotrofio (la magnifica Diane Keaton, una Suor Mary con la maglietta I’m a virgin, but this is just a t-shirt). Vuole scomparire dalla vista dei fedeli («Esiste solo Gesù Cristo. Io non sono nessuno»), ma sa bene che l’assenza dalla scena è il massimo della visibilità, come spiega alla responsabile del merchandising del Vaticano in uno dei dialoghi più divertenti ascoltati finora a Venezia: «Chi è lo scrittore che ha avuto più successo negli ultimi vent’anni? Salinger. E il regista? Kubrick. E l’artista? Banksy. E il gruppo di musica elettronica? I Daft Punk. E nessuno di loro si è mai fatto vedere». Un Papa curatissimo e formale, ma ambiguo e difficilissimo da capire.

Così è The Young Pope (scritto, diretto e creato da Paolo Sorrentino, il vero Papa e il vero Divo del nostro cinema), un po’ film grottesco, un po’ tv d’autore, un po’ sit-com, un po’ kolossal, un po’ mini serie destinata a diventare di culto. Un’opera pienissima di idee, di battute («In America si dice che Roma sia una frazione di Città del Vaticano» o «Un’enciclica è come la Recherche: tutti la citano, nessuno la legge»), stracarica di citazioni (dalla morettiana partita a calcio tra le suore al «Mi fanno male i capelli» del confessore), visivamente perfetta (Sorrentino è Sorrentino), laccatissima, irresistibile, onirica (l’incipit strepitoso con la montagna di neonati in piazza San Marco), ruffiana, spiazzante, a tratti incomprensibile (Sorrentino è sempre Sorrentino), stucchevole (invece dei fenicotteri c’è un canguro), ironica, divisiva (la critica ondeggerà tra il capolavoro e l’insopportabile), misteriosa. E’ per tutto questo che The Young Pope ma il Papa di Sorrentino alla fine è un libertario o un reazionario? farà parlare di sé. Magari, chissà, anche in Vaticano. Per il resto, se le nuove vocazioni della Chiesa fossero direttamente proporzionali alle fan che aspettavano ieri sera il red carpet di Jude Law, il Cristianesimo rinascerebbe a nuova gloria. E se nei santuari del Cinema entrassero più prodotti come The Young Pope – accolto freddamente alla proiezione per la critica, applauditissimo a quella per il pubblico – anche i festival avrebbero più fedeli. La Messa, comunque, non finita.

Fonte: Il Giornale