Happy è il regime. Matteo Renzi, a New York, partecipa all’incontro della Clinton Global Initiative, si parla di Europa, di crescita, di ficaggine d’ogni sorta e l’intervistatore – con tanto di telecamere della Ccn, neppure il Parallelo Italia di Gianni & Riotto – lo paragona a Tony Blair e a Bill Clinton.

E’, ovviamente, un gioco di società ma al premier degli italians non gli pare vero di sentirsi lisciare con così tanta panna.

Guardatelo, dunque, nel video: si pavoneggia come neppure un oco infiocchettato. Ed è tutta pastura per il foie gras conformista. Sempre più enfio di buona sorte, Matthew sente le farfalline salirgli dalla sedia direttamente dal kundalini dell’ego e, unto di finta umiltà, dice: “Dopo la sua definizione posso interrompere la carriera”.

Ecco, è proprio un Happy Regime. La narrazione, ormai, fluttua. Sono solo good news quelle di questa Italy. Si vive solo di cool, di cosine belle e il giornalista della Ccn – un altro leccaiuolo – è né più né meno che un Riotto di pronto accomodo.

Happy è il regime. Renzi lancia un proclama: “Supereremo la Germania”. Una dichiarazione che merita una pernacchia e nulla più ma al giornalismo italiano non resta che riprodurre la frase senza un commento, evitando la più ovvia mediazione critica che accompagni il lettore, lo spettatore, l’ascoltatore, alla verità dei numeri e a qualcosa che metta chiarezza tra quello che dice Matthew con la sua faccia tosta e quello che la realtà, purtroppo, nella crudezza della società, dispone.

Matthew non mette mai la faccia sulle sventure ma solo sulle cose piacevoli – siano esse le ragazze del tennis o il minuetto al Global Citizen Festival – ma la nazione non è infetta, è in necrosi. Un poliziotto, a Napoli, è in fin di vita. Un autista di bus, a Roma, viene picchiato a sangue. Sono come prede incappate nel branco quei due uomini e se episodi come questi, ancor più delle declamazioni sulla legalità, confermano ciò che dice Rosi Bindi – e cioè che pezzi interi di territorio sono in mano alla criminalità – l’Happy Regime sorvola soavemente facendosi forte di un vantaggio: e cioè che l’Italia del potere non coincide con l’Italia reale e i leccaiuoli suonano per lui un lungo pianoforte che metta a debita distanza Matthew e l’effettività delle cose.

Good sono le news. E però non esiste sicurezza nelle città e in certi quartieri – dove non arriva la fotogenia dell’Happy Regime – ci si muove come a Caracas. Certi racconti del degrado – a Catania, a Mondragone, a Ostia – corrispondono alle cronache della perestroika, quando a Mosca crollava l’Unione Sovietica: “Non si poteva andare in giro se non con la pistola in tasca”.

Good sono le news. E a proposito di numeri, a fruire della mediazione dell’Happy Regime, non si capisce mai qual è la verità. L’Istat dice una cosa, il Ministero del Tesoro un’altra ed è, ormai – nello specchio dei conti e dei piccioli in tasca – la solitudine dei numeri gufi. Matthew, si sa, è spregiudicato. Cassa le argomentazioni e dice le cose più improbabili. Impone a tutta l’Italy la sua suggestione perché sa – e lo sa bene, spalleggiato com’è dal giornalismo,  neppure più acritico ma smarrito nel grande imbroglio – che ogni sua minchiata resterà impunita.

Manca il “discernimento” nel lavoro del giornalismo. E neppure non si può dire che sia venuta meno la capacità di analisi perché i giornali, quando c’era da bastonare la minoranza Pd – che pure offriva tutti gli argomenti per farsi strattonare – sapevano fare il loro mestiere e a memoria recente, sul Corriere della Sera, l’ultima voce critica nei confronti dell’Happy Regime e del suo boss fu quella di Ferruccio De Bortoli, il direttore, e giusto nel momento stesso in cui diventava ex.

Tutto è Happy. E se il giornalismo è diventato ex, al punto di far squillare un unico spot – “siamo tutti Riotto” – nell’Happy Regime dove l’Italia reale non coincide con l’Italia del potere, la pastura che fa felice l’oco dell’uomo solo al comando resta quella dell’élite di pronto accomodo. E sono appaltatori e affaristi, lobbisti dei contratti pubblici, terziario in cerca di terzietà ideologica, insomma, è quella cerchia del ceto medio che da destra va verso sinistra procurandosi un alibi mentale: la mancanza di alternativa.

Happy è il Regime ma la struttura psichica, nella buona sorte d’Italia, è sempre la stessa. I renziani di oggi, in qualunque tempo dell’eterno tempo del potere, sarebbero stati qualunque cosa nell’ibrido di destra, sinistra, centro e giù di lì. “Io sono il taxi”, ha detto Denis Verdini, in una cronaca di Tommaso Ciriaco su La Repubblica, “e in dieci minuti ti porto da Berlusconi a Renzi”. Ecco dove ha sbagliato l’intervistatore della Cnn alla Clinton Global Initiative. Non è proprio il nuovo Tony Blair o il nuovo Clinton, Matthew, ma è il clone del vecchio Denis: il socio di maggioranza dell’Happy Regime dove tutto è possibile a eccezione della realtà. E sempre per mancanza di alternative.

Fonte: Il Fatto Quotidiano