Le ultime vicende sulla crisi greca hanno mostrato come un governo democratico, fedele al suo mandato elettorale, possa mettere in discussione la governance europea, rigida su regole punitive che nulla hanno a che fare con la virtuosità dei paesi dell’eurozona. Il fallimento più grande è proprio l’architettura della UE e dei suoi Trattati, che negano la possibilità di agire su obiettivi realmente strutturali, come l’occupazione, la capacità produttiva e i redditi. In questo contesto, la moneta unica è uno strumento di potere funzionale ad interessi altri, quali la stabilità dei prezzi e delle banche. Se è vero che bisogna rimettere in discussione regole e obiettivi europei, allo stesso tempo è necessario capire in quali tempi queste modifiche possono intervenire. Più i tempi sono lunghi più è inevitabile che anche la moneta unica possa essere rimessa in discussione, in quanto strumento di potere. Ne parliamo con Vladimiro Giacché, economista e Presidente del Centro Europa Ricerche.

Nonostante l’intransigenza mostrata dal governo tedesco e qualche gioco strategico, pare che la fermezza di Tsipras abbia mandato in tilt l’armonia della governance europea. Come lo interpreta?

Tsipras ha fatto una cosa nuova nell’Europa di questi ultimi anni: ha cercato di tener fede al mandato elettorale ricevuto. Ha trattato, ma quando ha visto che quello che veniva richiesto dalla controparte (peraltro senza contropartite immediate in termini di debt relief) era incompatibile col mandato elettorale ricevuto, ha detto che a quel punto soltanto gli elettori del suo Paese potevano decidere se accettare le proposte europee. In questo modo ha rotto il potere di ricatto dei creditori. Questo ha mandato in tilt la governance europea, che in questi ultimi anni è stata caratterizzata da un potere esorbitante dei creditori. L’Europa oggi viene destabilizzata non da Tsipras, ma proprio da quel potere esorbitante, che ha avuto conseguenze pesantissime per molte economie tra cui la nostra.

Tsipras ha fatto default, ma ha comunque rilanciato chiedendo ristrutturazione del debito, tema che sembrava sparito dal tavolo dei negoziati, e nuovi prestiti. Com’è finita la negoziazione dell’ultimo eurogruppo di fatto e cosa significa concretamente?

La ristrutturazione del debito greco la chiede la situazione prima ancora che Tsipras: l’entità attuale del debito greco è semplicemente impagabile. Lo era già nel 2010, ma allora si decise di non praticare un taglio del debito, perché questo avrebbe colpito le banche francesi e tedesche, fortemente esposte sulla Grecia. Non avendo ridotto il debito, il successivo intervento di BCE, fondo salva-Stati e FMI è servito unicamente a quelle banche per far rientrare la loro esposizione sulla Grecia senza troppi danni, ma non ha rappresentato alcun “salvataggio” della Grecia. A quanto è dato di capire l’Eurogruppo ha deciso comunque di chiudere la porta al governo greco sino al referendum, probabilmente confidando in un suo esito positivo (vittoria del Sì ndr).

Seppure sia stato un errore entrare nell’euro (cosa dimenticata da quasi tutte le sinistre europee), è possibile dire che è tutta colpa della moneta unica? Quanto pesano per i Paesi del Sud Europa le mancate politiche industriali a prescindere dalla moneta?

No, non è tutta colpa della moneta unica. Le mancate politiche industriali pesano, come pure gli insufficienti investimenti da parte delle imprese, che nella seconda parte degli anni Novanta ritennero di non averne bisogno potendo giovarsi dei maggiori profitti derivanti dall’abolizione della scala mobile. Il risultato è stata una perdita di competitività evidente nel decennio successivo, che però a quel punto, essendo nel frattempo partita la moneta unica, non poteva più essere corretta da una svalutazione. Il punto però è un altro: la moneta unica rappresenta comunque un elemento di rigidità che ostacola, e non favorisce, la convergenza tra le economie. Questa divergenza negli ultimi anni si è accentuata.

Ma scusi, è una questione di regole: se in Europa piuttosto che il vincolo del 3% sul rapporto deficit/Pil, ci fosse una regola che stabilisca un vincolo del 3% su investimenti strategici da parte degli Stati (o su spread tra salari nei vari stati), allora la moneta avrebbe altro ruolo…

Adesso non c’è neppure il 3% grazie al Fiscal Compact, il pareggio di bilancio costituzionalizzato: sempre per il Fiscal Compact, esiste un vincolo addirittura di riduzione del debito del 5% anno della quota che eccede il 60% del rapporto debito/Pil. Per l’Italia, ciò significa o crescita 5% oppure delle manovre forzose e depressive più gravi di quelle vissute finora. E’ evidente che in linea teorica non c’è legge storica per cui la moneta unica non funzioni, ma il problema è che la moneta unica è un insieme di regole che esistono e non sono mai neutrali. Si riesce realisticamente a cambiar queste regole in tempi brevi o no? Negli ultimi anni, nel corso della peggiore crisi da quella del 29 e per l’Italia peggiore dall’Unità, le regole sono state cambiate in peggio, in maniera che per noi è estremamente punitiva.

La capacità produttiva dell’economia greca è oggi fortemente provata dalla crisi. Nel caso di grexit e considerato che non è mai stata in avanzo di partite correnti nel dopoguerra come pensa che si possa fare meno austerità di oggi, con e senza finanziatori esterni?

La capacità produttiva greca è fortemente provata soprattutto dalle politiche di austerity che sono state imposte al paese, e il cui risultato è stato un crollo del prodotto interno lordo del 26%. Quanto al deficit della bilancia commerciale greca, esso si è accentuato dal 1995, allorché i governi greci hanno deciso la politica della dracma forte per poter entrare nella moneta unica di lì a qualche anno. Gli afflussi di capitali stranieri hanno mascherato la cosa sino al 2008/9, quando questi capitali hanno cominciato a defluire. Questo, e non il debito pubblico, è il vero squilibrio che è alla base della crisi greca (il debito pubblico semmai è una derivata, benché importante). È un genere di squilibri che si corregge istantaneamente in caso di libera fluttuazione delle monete. In assenza di quel correttivo, bisogna fare svalutazione interna, ossia ridurre i salari: purtroppo questo ha come effetto un calo della domanda interna e quindi ha effetti fortemente recessivi. Questa è la storia di questi anni. Oggi l’uscita dalla Grecia dall’eurozona comporterebbe certamente un default sul debito, ma consentirebbe di effettuare un rapido riaggiustamento senza pesare esclusivamente sui salari come è avvenuto negli ultimi anni. Quanto ai finanziatori esterni, i mercati finanziari in passato sono tornati a dare credito molto rapidamente a paesi che erano stati coinvolti da crisi debitorie anche molto pesanti. L’essenziale è il ripristino di fondamentali economici sani.

Cosa vuol dire “aggiustamento rapido”, secondo i ricercatori del Levy Institute come Brancaccio e Zezza ci vorrebbero almeno due anni, posto che non si ripaghi il debito e si avvii una vera politica espansiva e industriale. La Cina ad esempio parla di possibilità di intervento ma solo se la Grecia rimane nell’eurozona…

Il primo punto da affrontare è cosa intendiamo per ripudio del debito, il secondo gira attorno al fatto che se vince il No, la Bce blocca i finanziamenti quindi il default è inevitabile: tema euro e default sono legati. Se fai default, uscire dalla moneta unica è meglio: riacquisisci sovranità monetaria e allora il debito verrà emesso con moneta di cui la banca centrale ha il controllo. Il problema del finanziamento del deficit: adesso sono comunque vicini all’avanzo primario. E poi, il mondo è molto grande, potrebbero esistere finanziatori che si vogliono impegnare. Gli scenari sono molto vari.

Se dovesse vincere il sì, è chiaro che il governo cadrebbe e altre dosi massicce di austerità (posto che Tsipras non rivinca le elezioni), quindi una morte annunciata. Ma se dovesse vincere il no, anche in termini politici cosa quali scenari abbiamo davanti?

Il governo greco ritiene che a quel punto la trattativa sarebbe più facile. A giudicare dall’atteggiamento degli altri paesi europei però questo non mi sembra scontato. Questo aumenta le probabilità di un’uscita della Grecia dall’eurozona. Che però Tsipras continua a dire di non volere.

Di fatto però i Trattati non prevedono giuridicamente un’uscita dall’euro, quindi Tsipras gioca molto sul fatto che sarà la BCE attraverso il blocco della liquidità a costringere il governo greco a questa eventualità.

E’ evidente che l’obiettivo è quello di lasciare il cerino a qualcun altro. Poi c’è la realtà e l’informazione sulla realtà che spesso non coincide. Certo una delle possibilità è il blocco della liquidità, da parte della Bce, che deriva dal default sul FMI e quindi la Grecia sarà spinta ad uscire. Il problema su cosa sia scritto formalmente nei Trattati è però secondario. Poi esiste la prassi. Ad esempio, l’Unione bancaria nasce ignorando sistematicamente la normativa sugli aiuti di stato: il salvataggio delle banche è un aiuto di stato fuori norma, dettato dall’emergenza. Dall’altro lato, la diarchia franco-tedesca non è scritta in nessun trattato, così come non esiste da nessuna parte che si possa escludere la Grecia, in quanto Paese debitore, dall’Eurogruppo.

Si fa un gran parlare di “contagio” rispetto al resto dell’eurozona. Nei diversi scenari: default con e senza grexit, sì al referendum e accordo con una nuova maggioranza di governo, pagamento del debito ma senza nuovo memorandum, quali sarebbero queste ripercussioni in termini economici e politici?

Credo che le ripercussioni maggiori si avrebbero in relazione a un’uscita della Grecia dall’eurozona. La rottura del tabù dell’irreversibilità dell’euro sarebbe un segnale molto importante per i mercati, e credo che condurrebbe a forti tensioni sui titoli di Stato di molti paesi tra cui il nostro.

Vada come vada sull’euro. Varoufakis ha sempre ribadito l’esigenza di affrontare i negoziati ponendo obiettivi strutturali (occupazione, reddito, capacità produttiva) e non strumentali come la moneta o la finanza. Fin quando si potrà negare, anche altrove, tale approccio alla politica economica?

È ovviamente insensato negare tale approccio, in termini generali. Ma il problema è nei Trattati europei: quando il valore chiave e l’obiettivo primario di policy è la stabilità dei prezzi, è ovvio che l’occupazione e tutto il resto vengano in secondo piano. Non è un caso che nella Costituzione italiana, che pone al centro il diritto al lavoro, di stabilità dei prezzi non si parli neppure.

Che interessi realmente hanno gli Stati come l’Italia, intesi come collettività e non come governo/potere, a prendere posizione per il sì al referendum greco?

Nessuno. Tantomeno a ritenere inopportuno che il popolo greco si esprima sulla questione, come ho sentito dire in questi giorni.

Per quanto riguarda l’atteggiamento dei governi invece, soprattutto quelli socialdemocratici (o di larghe intese), crede il rifiuto totale alle richieste di Tsipras e Varoufakis sia da attribuire esclusivamente a un rapporto di forza (capitale/lavoro) oppure manca davvero una visione e una cultura politica ed economica?

Le rispondo con un’osservazione di Wolfgang Münchau, un giornalista del Financial Times. Dopo aver assistito a un dibattito televisivo tra i candidati della Cdu e della Spd tedesca durante la campagna elettorale del 2013, espresse in un commento tutto il suo sconcerto per il fatto che essi proponevano, salvo sfumature poco rilevanti, la stessa cosa politica economica: una politica dell’offerta, caratteristica della tradizione neoliberale. Questo è oggi il “pensiero unico” che è alla base anche del rifiuto assoluto delle richieste del governo greco.

Intervista a Vladimiro Giacché di Marta Fana

Fonte: MicroMega