C’è forse un modo per non rassegnarsi all’idea che l’Europa sia ridotta a una triste espressione geografica. Si può guardare il continente non più dal punto di vista degli umani, deludenti mitofagi moderni, mangiatori seriali del loro lignaggio. Questo modo consiste nel guardare il continente da un’altra angolazione, quella degli animali e delle piante. L’anno scorso lessi con stupore infantile (e poi anche regalai con amore) un libro dotto e divulgativo di Marco Albino Ferrari, “La via del lupo” (Laterza). Fra innumerevoli notizie sulla vita e sui prodigi del nostro lupo appenninico, scoprii che il canis lupus ha di recente risalito li rami della dorsale pensinsulare, scavallato le Alpi e ripopolato il versante francese, inoltrandosi anche in Svizzera e forse oltre. Non c’erano guardie armate ad attenderlo, dogane e manganelli, egoismi e ricatti finanziari. Il lupo è il primo animale totemico dei popoli italici, caro a Marte, il rosseggiante nume in armi che protegge i campi e presiede alla germinazione primaverile.

Ovunque vi sia un lupo in marcia, si può intravedere una scia di luce (lukòs, lupo, ha la stessa radice di lukè, luce, in greco) che illumina antichi sentieri e re-incanta la natura fatata salvandola dalla sconsacrazione moderna. A modo suo è stato ed è ancora un “profugo”, il lupo, cacciato da genti superstiziose e nemiche del sacro; oggi riavvicina silenzioso le dannunziane Sorelle Latine più di quanto siano riusciti a intendersi capi di Stato e sedicenti intellettuali. Da decenni i lupi abitano per lo più parchi e aree protette, ma spesso vanno in dispersione dove meno te l’aspetti. In un altro prezioso libro appena uscito, “Roma selvatica” di Antonio Canu (sempre Laterza), ho trovato una notizia confortante: “Un esemplare è stato monitorato nell’area di Castel di Guido, sull’Aurelia, a una quindicina di chilometri dal centro storico”. E’ parente stretto del lupo censito lungo il versante bulgaro dei Monti Rodopi, ed è il capostipite vivente di tutti i nostri grandi o minuscoli cani domestici. Sempre nel libro di Canu ho ritrovato le mie care Aquile Reali ammirate tanti anni fa sui Monti Lucretili della Sabina: da almeno 150 anni, una parete non lontana dal Monte Pellecchia e dalla Cima di Coppi ospita coppie nidificanti d’una dinastia rapace sacra a Giove. Ed è la stessa dinastia che vive nel Parco nazionale tedesco di Berchtesgaden, nel sud-est salisburghese, ai confini con l’Austria. Ma può l’aquila conoscere confini? No. Come dimostra l’irradiazione di civiltà promossa nel Mediterraneo dalle legioni capitoline in marcia, precedute dall’insegna dell’aquila d’argento (fu Caio Mario, lo zio di Caio Giulio Cesare, il primo console romano a farne un simbolo dei militi di Roma).

Veniamo alle piante. Tra Sabaudia e il Parco nazionale del Circeo, lì dove regna ancora la maga figlia del Sole, la venusta Signora degli animali che trasforma gli uomini nell’immagine della loro natura inferiore (in genere maiali), resiste alle tenebre un raro esempio della così detta foresta di pianura, pini, lecci e sopra tutto querce dalla foglia larga. Anche le querce sono care a Giove e anche loro non conoscono confini. I nostri querceti sono fratelli dei possenti alberi di Dodona, nell’Epiro greco, sede di un oracolo senza tempo che indicò ai nostri progenitori Pelasgi la via del ritorno nell’ombelico d’Italia (“Andate in cerca della Saturnia Tellus, arrivati a Cotilia…”, non lontano da Tivoli, c’è un’isola galleggiante che nuota nel lago al di sotto del quale fermenta il liquido amniotico dell’Italia nascitura). Ogni volta che sbarco a Igoumenitsa, mi fermo a Dodona e rivedo la Patria primigenia, ascolto lo stormire delle fronde e traggo presagi di armonia che travalicano i debiti di Atene e i crediti di Berlino. Questa Europa, l’Europa delle aquile, dei lupi e delle querce, ma anche dei lucci, dei coleotteri, delle ortiche benefiche e delle salamandre scintillanti, è destinata a sopravviverci: l’uomo contemporaneo è un esperimento affaticato dall’insipienza, dall’oblio di sé, dall’ignoranza del bello. Ed è lui, semmai, ad attentare alla serenità dei suoi ospiti. In Italia e dunque a Roma, in quel “grande orto botanico” che è la Capitale (ci ricorda Antonio Canu), i gesuiti settecenteschi hanno importato dalla Cina specie invadenti e aggressive, come il così detto Albero del Paradiso (diffidate sempre del Paradiso e di chi pretende di accompagnarvici con una prece). E poi è stata la volta della zanzara tigre, del punteruolo rosso che uccide le palme, della vespa cinese che svuota i castagni, dello scoiattolo rosso americano che toglie spazio al più bruno esemplare nativo, dei pappagalli esotici (quello “monaco”, e non aggiungo altro, come quello “dal collare”) che sottraggono alimento e silenzio ai picchi e alle cince, della farfalla sudafricana soprannominata “peste dei geranii”, per non dire della Xylella delle Americhe che offende Minerva uccidendo i suoi ulivi secolari e su cui s’esercita il vaniloquio dei complottisti. Si può anche credere che dietro tanti sconvolgimenti ci sia la regia della natura che rigenera se stessa servendosi degli errori umani, che perciò non sarebbero errori. Io no. Penso che se rondini e balestrucci e rondoni non festeggiassero più con noi l’arrivo della bella stagione (rischia di accadere presto) significherebbe che abbiamo abdicato al nostro ruolo di principali collaboratori del cosmo, e allora sì che la scommessa umana sarebbe perduta. Dietro gli squilibrii naturali si nascondono cose visibili solo in apparenza a chi si limiti al dato materiale, chimico, biologico in senso corrente. Più temibili delle migrazioni umane sono i morbi che avanzano per contagio d’idee, illusioni, fanatismi, larve di pensiero ossessivo. Punteruoli dell’anima, prima che delle piante, ecco il vero pericolo da cui va difesa l’Europa.

Fonte: Il Foglio