E’ finita come è finita con il referendum in Grecia ma il racconto che ne è stato fatto attraverso la narrazione occidentale, tutto di anatemi e di suggestioni – con gli editoriali (acidi) di un Bernard-Henry Lévy tra i primi, e i saggi (belli assai) di geo-filosofia di Massimo Cacciari tra le seconde – mostra la coda volpigna della cattiva coscienza di tutti noi, europei immaginari.
L’Europa che strozza Atene è la stessa che fa la guerra – pur nel perbenismo ipocrita dei minuetti diplomatici – alla Russia. L’Europa, nel rapporto con l’una e con l’altra, al netto del drammatico confronto, tutto di rappresaglia – economico e finanziario, tra debiti e sanzioni – mette in atto un cortocircuito d’identità spirituale ancora prima che politico.
La Grecia è Europa nel sangue. Lo è ancor prima di essere nell’UE. Ed Europa – figlia di Agenore, re di Tiro – è la ragazza rapita dal Toro. Questo mammifero cornuto altro non è che Zeus, il padre degli Dei che prende le sembianze dell’animale e la fa propria, Europa, per destinarla a Creta. Ed è qui che da regina genera Minosse ricompensata, infine, dal suo stupratore con tre doni: il cane Laelaps, addestrato alla guardia, quindi con un giavellotto infallibile rispetto a ogni bersaglio e con Talo, infine, l’uomo di bronzo – un automa – comandato di sorvegliare l’isola in eterno.
La Russia è la più grande tra le nazioni europee e però è accuratamente esclusa dalla UE. Mosca – pur sempre “la Terza Roma”, laddove la seconda è Istanbul – non è la negazione dell’Europa, anzi, ne conferma la storia millenaria d’identità al di qua e, al di là, degli Urali.
Mosca è Europa nel solco spirituale. Lo è con la Croce di Cirillo e Metodio, innanzitutto, evangelizzatori in terra slava. E se poi vale la radice illuminista, laica e borghese – e perfino bohémien – è ancora una volta Mosca a ratificare la riprova di conformità al DNA europeo nelle cicatrici di una tragedia: la mai rinnegata e non più restaurata Rivoluzione di Lenin, figlia diretta – al pari di un Minosse, sorvegliante delle coscienze occidentali – della Marsigliese giacobina.
La Russia (anzi, le Russie, nell’essere quel continente un imperium) non ha certo intenzione di cedere sovranità al dominium di Bruxelles. Se solo fossero di colore viola, i russi – o a pallini blu – avremmo più agio a capirli, essendo sempre più, nella loro storia, immersi in un enigma avvolto nel mistero. Ma da qualche parte, tra i grovigli post-ideologici, opera ancora la vecchia talpa chiamata a scavare oltre i cunicoli della storia, e questa stessa – sterrando nel tufo burocratico della UE – trova tutti i Bernard-Henry Lévy di Occidente, un tempo partecipi della gioia rivoluzionaria, muoversi oggi al seguito dello “stato Guida” (come un tempo i tanti figli dell’obbedienza lo erano per l’Urss del Pcus, sempre in attesa di un pifferaio).
E’ finita come è finita ad Atene e Mosca – partecipe dello stesso rito, barbuto e Ortodosso – se ne sta remota perché una nuova cortina, erta di esorcismi, rinnova i ruoli del Grande Gioco per la conquista dell’egemonia continentale relegando la Russia nel recinto del cattiverio. Ed è sempre così, con le beatitudini a far da sé. Sempre tenendo a distanza la realtà. Con l’Occidente in mano ai buoni sempre più buoni. E immaginari.

Fonte: Il Fatto Quotidiano