Carissimi,
stamattina tornavo dal “Festival del Medioevo” di Gubbio a Firenze, ospite dell’auto di un amico. Ho avuto la tentazione di fermarmi qualche ora con voi per una breve visita, una testimonianza volante: ma il tempo non me lo ha permesso. Non voglio farVi comunque mancare, per quel che può valere, il contributo della mia solidarietà affettuosa e tuttavia critica. Confesso di aver a lungo nutrito per Voi una qualche diffidenza. Cercate di perdonarmi ma, soprattutto, di capirmi. Sono sempre stato un uomo pacifico, nel senso che ho costantemente cercato di portare o di ristabilire la pace in tutti gli ambienti e in tutte le occasioni nei e nelle quali ho potuto, a livello tanto pubblico quanto privato. Non sono mai stato un “pacifista”, nel senso di Bertrand Russell o di Aldo Capitini: anzi, confesso che il cosiddetto “simbolo della pace”, vale a dire la Runa di Freya capovolta (vale a dire l’Albero della Vita rovesciato) mi ha sempre fatto istintivamente orrore. Lo so: l’albero rovesciato è presente nel Rig-Véda come simbolo dell’origine divina della vita e dell’umanità, quale l’asvattha della shandogya-Upanishad; ma al tempo stesso la Runa di Freya rovesciata, che rinvia alla catastrofe nucleare, è un simbolo di morte e non riesco ad associarlo a nulla di lieto né di festivo.

Simbologia a parte, negli Anni Cinquanta appartenevo a un’altra “tribù”, diversa dalla vostra; stavo tra quelli che, a dirla con Leo Longanesi, si sentivano degli “antiantifascisti”, il che qualcosa di più libertario e nihilista che non piuttosto di “neofascista”. Mi sembrava – e, che Dio mi perdoni, continua ancora a sembrarmi – che ci siano cause, situazioni e momenti nei quali la guerra, quella di difesa e di ristabilimento di giustizia, sia inevitabile. Ultima ratio regum, stava inciso sul bronzo dei cannoni del Re Sole; ultima ratio hominum, potremmo replicare parafrasando. “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”, senza dubbio: il fatto è che di “eroi” (come di “santi”), vale a dire di esempi, di modelli, di paradigmi, si ha sempre bisogno. E la pace non è semplicemente, non può essere semplicemente, assenza di guerra. Perché una pace ingiusta, vale a dire una situazione nella quale le armi tacciano consentendo il mantenersi del disordine morale e sociale, è falsa pace che prepara guerre ancor più terribili: dal momento che, come ricorda Agostino, pax est tranquillitas ordinis. Questo, cari Amici, il ragazzo ignorante e inesperto ma onesto ch’ero una cinquanta-sessantina di anni fa rimproverava alle “Marce della Pace” del suo tempo: ma si era al tempo della “Colomba di Picasso” e dei “Partigiani della Pace”, al tempo della Guerra Fredda e dell’uso sistematicamente unilaterale del pacifismo.

Oggi molto è cambiato: e ritengo che possiate con molto maggiori ragioni di allora percorrere a piedi la strada tra Perugia e Assisi, quella valle dove qualcosa di più di otto secoli fa il giovanissimo Francesco di Bernardone, che voleva diventar cavaliere, affrontò il suo “rito di passaggio” cingendo le armi e saltando a cavallo verso la battaglia e la prigionia, tappe fondamentali entrambi del cammino che lo avrebbe condotto a incontrare il Cristo. Perché tra Ghandi, Teresa di Calcutta e papa Francesco siamo intanto molto cresciuti tutti, abbiamo imparato a declinare in modo più corretto il linguaggio della “Non-Violenza”, ci siamo resi conto che predicar la fine dei conflitti e la chiusura delle fabbriche e del commercio di armi (quelle fabbriche e quel commercio alla base della prosperità di tanta parte del “nostro Occidente”: si fa presto a dire “pace”…) non è solo insufficiente, bensì contraddittorio e ipocrita. Un tempo si diceva che bisognava strappare dal cuore dell’uomo il seme della violenza e della guerra. Il fatto è che quel seme va individuato nella sua autentica natura e trattato per quello che è. Francesco d’Assisi e Friedrich Nietzsche lo hanno perfettamente identificato e definito parlando, rispettivamente, della “perfetta letizia” che nasce dalla Povertà come rinunzia non semplicemente al danaro bensì a qualunque forma di potere (quella scientifica e intellettuale inclusa) e, appunto, del suo esatto contrario, che non è la ricchezza bensì la Volontà di Potenza.

Questo è il punto, Amici. La Modernità (o quanto meno la “Modernità solida”, a dirla con Bauman) ha il suo fondamento ed esprime la sua sostanza in quella Volontà di Potenza che ha ormai assunto un aspetto primario economico-finanziario-tecnologico. Ed è nel nome di esso e per conquistarlo e consolidarlo che una élite mondiale sempre più ristretta – oggi concentrata in poche centinaia di lobbies familiari e societarie – ha finito con l’imporre al mondo intero al tirannia di un sistema fondato su una profonda, incommensurabile ingiustizia. Il mondo dell’innaturale e intollerabile convivenza di poche centinaia di migliaia di happy fews (tra i quali peraltro la happyness è molto inegualmente distribuita) e di miliardi di poveri tra i quali molti milioni di disperati.

Cari Amici, sarei ipocrita se fingessi di aver superato del tutto una mia certa antipatia-diffidenza per certi aspetti più “carnevaleschi” della vostra testimonianza. Riconosco tuttavia che voi fate parte in un modo o nell’altro, in una misura o nell’altra, del “Sale della Terra”. Andate avanti; andiamo avanti. Ma fino in fondo. Fino a riconoscere che l’antico binomio del diritto romano, l’inscindibile binomio su cui si fondava il potere imperiale romano, iustitia et pax, è ancor oggi attuale. Anzi, oggi più che mai perché le ingiustizie, un tempo implicite e dissimulate, sono emerse impudicamente alla luce del sole e ammorbano la nostra vista. La miseria dei popoli causata e mantenuta in quanto condizione dell’opulenza di pochissimi non è più tollerabile. Non c’è pace senza giustizia: e ciò è vero dalla Siria all’Afghanistan, dall’Africa all’America latina. La giustizia, oggi, ha un nome solo: riequilibrio e ridistribuzione delle ricchezze e delle risorse, cioè rispetto della vita umana – di tutte le vite umane – e dei diritti del pianeta. Se non lavoreremo tutti insieme per cercar di conseguire questo scopo, tutto sarà inutile e tutto andrà perduto. Nella “Marcia della Pace” di oggi, ciò era più chiaro che non nelle precedenti. Forse stiamo uscendo dall’età dell’adolescenza e dell’ingenuità delle istanze. Ci aspetta un lungo, difficile cammino: da affrontare con la consapevolezza fondata sul disincanto.

Fonte: francocardini.it