Signor Presidente del Consiglio dei Ministri, caro Matteo,
siccome mancano da molti mesi – e me ne dolgo, ma non voglio rubar tempo prezioso alle tue alte funzioni e ai tuoi molti obblighi – occasioni di scambiar due parole come in passato capitava, vorrei inviarti un piccolo, artigianale e amichevole segnale di esistenza: da cittadino del paese che governi ma anche e soprattutto da amico e da fratello, minore per importanza ma molto maggiore però, ohimè, per situazione anagrafica. Sono pressoché convinto che non leggerai mai questo breve testo: ma ho il dovere d’inviartelo e, del resto, non posso né voglio certo metter limiti alla Divina Provvidenza.

Ti sei messo davvero “gettato nell’agone”, con il referendum del 4 dicembre prossimo, salvo ulteriori rinvii: prima mettendo direttamente in gioco la tua permanenza al governo in caso di vittoria del “No”, quindi se non provocando quanto meno accettando de facto che quel referendum stesso non abbia quale oggetto tanto la riforma costituzionale quanto la tua persona. Sulla sostanza costituzionale, a dirti la verità, sarei molto perplesso: a farmi decidere per dichiararmi in più circostanze a favore del “Sì” è stato proprio il fatto che una delle ultima cose al mondo che vorrei è il farti mancare il mio sostegno, per quel pochissimo che può valere. Ma ti sarei grato se tu non mi mettessi a troppo dura prova fino a impedirmi di sfuggire al dilemma dell’amicus Matthaeus, magis amica Veritas (e magari Iustitia).

Caro Matteo, lo so che si tratta in grandissima parte di obblighi “di protocollo” e che non puoi esimerti dal recarti di tanto in tanto ad limina sancti Georgii Washingtonii per ribadire il tuo lealismo all’anatra zoppa Obama, che magari non avrà chiuso Guantanamo ma che ha pur fatto cose buone (come i passi in direzione di Cuba e dell’Iran) e che avremo buona ragione di rimpiangere tra qualche mese, con il Miliardario Matto o la Terribile Signora insediati alla Casa Bianca (e, chiunque di loro due vinca, stanne certo, sarà il Male Peggiore). Ma, ti supplico, sta’ bene attento a quello che fai e a quanto dichiari.

L’indissolubile alleanza con gli Stati Uniti d’America è l’alleanza con il paese le forze armate del quale tre giorni or sono, il 13 ottobre 2016, hanno compiuto un vigliacco atto autodenominato “di ritorsione” contro la minoranza religiosa sciita degli houthi dello Yemen, che per anni hanno combattuto la frazione yemenita di al-Qaeda (la peggiore di tutto quello schieramento terroristico nel Vicino Oriente) e contro la quale – sulla base di una loro supposta “complicità” con la Repubblica Islamica dell’Iran (una “complicità” mai comprovata) – il governo dell’Arabia saudita ha provocato e gestito da mesi l’offensiva di una coalizione di ben nove paesi arabi denominata “Tempesta risolutiva”. La coalizione, che comprende anche l’Egitto di al-Sisi, è nata nel marzo del 2015, dopo quasi un anno dall’affermarsi del califfo al-Baghdadi a capo del Daesh, lo “Stato Islamico” siroiracheno. L’azione distruttiva dell’operazione ha provocato fra l’altro la distruzione di ben 30 ospedali (alcuni dei quali gestiti da Medici Senza Frontiere).

La “coalizione anti-Daesh”, in piedi da due anni, non combina nulla: ma la “Tempesta risolutiva” antisciita imperversa contro un paese di 200.000 persone. Sabato 8 ottobre scorso un raid saudita ha colpito a Sana’a i partecipanti a un funerale facendo nella generale indifferenza del civile e democratico Occidente 140 morti e oltre 600 feriti. Gradirei leggere il testo dell’indirizzo diplomatico di protesta redatto in occasione di tale delitto dal ministro Gentiloni e inoltrato al governo di Riad: non sono riuscito a trovarlo, né sui giornali né on line. I sauditi hanno prima ufficialmente negato, poi hanno promesso un’inchiesta. Gli organi di governo USA hanno manifestato insofferenza, ma Obama continua a sostenere l’Arabia saudita della quale è alleato anche in Siria. Il 13 scorso, in risposta (è stato dichiarato) ad alcuni tiri dei “ribelli sciiti” contro navi americane, sono partiti contro gli Houthi i missili Tomahawk. Poi, ovviamente, è partita anche la salva di giustificazioni del bombardamento come atto “autodifensivo”, “limitato”, “occasionale” eccetera e tutto il solito odioso blablabla diplomatico – la litania dei “danni collaterali” e del “fuoco amico” – che ci accompagna ormai da oltre mezzo secolo: dai Balcani al Libano alle due guerre del Golfo alla guerra civile afghana ormai cronicizzata.

Caro Matteo, te lo confesso con imbarazzata e dolorosa sincerità. Per quel che siamo e che contiamo, vale a dire pochissimo, io e tanti altri tuoi amici, magari vecchi amici, siamo restii ad accordare il nostro “Sì” a una riforma costituzionale che, rafforzando le tue posizioni, t’incoraggiasse a perseverare nella direzione di una politica orientata ad avallare gli isterismi antiassadisti, antiraniani e in ultima, definitiva analisi antirussi che sembrano animare a senso unico la diplomazia e l’azione dei servizi degli alleati vicino-orientali che Obama sostiene e che, dopo le elezioni statunitensi del dicembre prossimo, il governo del vincitore di esse potrebbe appoggiare in modo ancor più aperto e deciso, con il rischio di un ulteriore scivolamento del conflitto già in atto verso esiti davvero imprevedibili e letali. E’ ovvio che riforma costituzionale e politica estera non hanno legame diretto fra loro: ma tu sai bene come in queste cose tutto si tenga. Sappiamo a nostra volta non meno bene che, attorno a te, molte sono le voci che t’incoraggiano a procedere su quella strada. Se sarà così, buona fortuna e che Dio ti aiuti: ma su di noi, sui nostri poveri mezzi, non potrai contare.

Fonte: Il Blog di Franco Cardini