Sono diverse e note le contraddizioni che attraversano la vita e l’opera di Pasolini:
individualista, testimonia con coraggio l’impegno civile e collettivo dell’intellettuale;
anticlericale, si schiera risolutamente contro l’aborto; comunista militante entra in un conflitto
aspro con il PCI; ateo, marxista, resta cristiano nello spirito; anticonformista, detesta
l’anticonformismo; contestatore vigoroso del “sistema” si schiera contro i giovani contestatori
del ’68; anti-paternalista, non si risparmia nel segnalare il rischio del tramonto del padre nel
nostro tempo; sperimentatore della lingua, resta critico irriducibile di ogni avanguardismo;
straordinario poeta civile, conduce pascolianamente la poesia verso i propri drammi più segreti e
indicibili; pedagogo libertario, riconosce come insuperabile la figura del maestro; poeta sublime
dei corpi e della loro esuberanza pulsionale, ne ha messo in scena il loro oltraggio e la loro
devastazione; omosessuale e ribelle è un conservatore dei valori della tradizione.
Ragione e passione, storia e natura, pensiero critico e pulsione non trovano mai in lui una
conciliazione stabile, ma permangono in uno stato di perenne dissidio. La sua stessa psicologia
individuale appare scissa tra gentilezza e attitudine alla provocazione, altruismo e rapacità
pulsionale, divismo e umiltà, mondanità e solitudine. Libertario nei modi e nel pensiero, è preda
di un fantasma che lo obbliga ad un godimento compulsivo simile a quello di cui è stato,
paradossalmente, un feroce critico. E’ forse quest’ultima contraddizione quella che lo ha reso
veggente, capace cioè di leggere nello sviluppo promosso dal capitalismo italiano del secondo
dopoguerra, salutato come una redenzione, l’inizio di un’epoca di barbarie, un “nuovo
fascismo”, il volto più prossimo dell’inferno. Pasolini ha potuto decifrare quell’inferno – l’inferno
della mutazione antropologica dell’uomo in consumatore, ovvero della distruzione dell’uomo –
perché lo viveva intimamente nella sua stessa carne?
Se ci chiediamo da dove scaturiscano tutte queste contraddizioni che così radicalmente lo
dilaniano non possiamo non mettere in primo piano la sua spinta indomita ad attingere
all’Origine, alla fonte prima, alla verità del Mito, ad un “essere” non ancora, come si esprimeva
Artaud, tradito dal linguaggio. Non è forse questo fantasma ad orientare Pasolini e la sua opera?
Pasolini-Rousseau? L’esordio dell’Emilio del filosofo francese suona come una sintesi perfetta del
fantasma pasoliniano: “Tutto è bene quando esce dalle mani dell’Autore delle cose, tutto
degenera nelle mani dell’uomo”. Lo sviluppo è senza progresso perché ci allontana dalla verità
dell’Origine, ci costringe a perdere contatto con la vita e con il suo fondamento sacro e
mitologico. Nelle mani della ragione strumentale tutto non può che degenerare. Pasolini si
muove allora verso Sud – come Nietzsche, Rimbaud, Van Gogh – per trovare il corpo nudo,
incorrotto e immacolato del popolo (friulano, romano, africano) e della sua lingua.

Il suo presupposto è anti-storico. Si può ridurre il suo genio ad un Edipo irrisolto? Se nel legame con la madre si gioca sempre il problema del nostro legame con la vita e con la sua Origine, le
contraddizioni di Pasolini rivelano la sua difficoltà ad abbandonare non tanto la madre, ma l’idea
nostalgica di una armonia ineffabile della vita che precede l’esistenza del linguaggio di cui la
madre è solo il simbolo.

E’ questo, a mio giudizio, il cuore inconscio dell’uomo e della sua opera. Preservando il mito della vita come assoluto Bene, egli non può che restare diviso tra la trascendenza del desiderio che lo sospinge in avanti e un rimpianto struggente nei confronti della perdita inevitabile dell’Origine che lo mantiene costantemente ripiegato all’indietro, preda della spinta conservatrice, come direbbe Freud, della pulsione e del suo godimento, il quale, se privato della trascendenza del desiderio, non può che rivelarsi distruttivo.

Fonte: La Repubblica