A Garabulli, a ovest di Tripoli, le onde dondolano basse e larghe mentre all’orizzonte il verde sfuma nel blu profondo. Per arrivare su questo fronte mare i migranti dei barconi si sono lasciati alle spalle migliaia di chilometri e altre onde, quelle di sabbia e polvere delle dune del Sahara.  La Libia, frantumata dalla guerra civile, è soltanto il punto terminale di un lungo viaggio attraverso le miserie del continente ma anche tra conflitti e rivolte che stanno cambiando la geopolitica dell’Africa. Dalla retrovia del Sahara riemergono o si affacciano antichi e nuovi protagonisti. C’è un equilibrio di potere precario, in continuo movimento che lega il grande mare di sabbia e la Libia. 

Nel Sahel libico i nomadi Tebu comandano il traffico dei migranti: raccolgono con questo commercio 60mila dollari alla settimana. Fanno affari, stringono accordi con le tribù concorrenti come i Tuareg, si alleano con il governo di Tobruk e l’anno scorso hanno catturato nella loro rete 170mila paganti, come se facessero un servizio pubblico, alla luce del sole. 
Sono i Tebu che riforniscono i barconi e hanno in mano i flussi migratori da Est, dal Corno d’Africa, che transitano per le piste che dal Sudan attraversano il deserto libico, superando l’oasi di Cufra alla volta di Agedabia, sulla costa della Cirenaica. 
La rotta orientale è praticata da profughi sudanesi, somali, etiopi, eritrei e dai siriani in fuga dalla guerra. Il biglietto si acquista nei mercati di Khartoum, la capitale del Sudan. Da lì si parte sui pick up che trasportano una media di trenta-quaranta persone. Il viaggio – salvo imprevisti – dura un paio di settimane durante le quali le loro vite sono in pugno ai soprusi di autisti, poliziotti, miliziani.

A Ovest la tratta dei nuovi schiavi ha due rotte principali. La prima attraversa il Niger, congiungendo l’Africa centrale e occidentale alla Libia. Il percorso segue l’antico tragitto carovaniero via Agadez e Dirkou per poi entrare in Libia vicino al posto frontaliero di Toummo e risalire alla volta dell’oasi libica di Sebha. Per chi rimane senza soldi il viaggio si tramuta in tragedia. Secondo diverse testimonianze le oasi del deserto nigerino e libico sarebbero disseminate di schiavi. Giovani partiti dall’Africa occidentale alla volta dell’Europa e rimasti bloccati senza soldi: non possono proseguire né ritornare. «Dirkou in Niger – dicono – è una gabbia, il Sahara e il Ténéré sono le sue sbarre». 

Una seconda rotta attraversa il Mali, in direzione dell’Algeria e del Marocco. Ma ora soprattutto della Libia. Segue i percorsi delle piste transahariane praticate per secoli dai Tuareg di Mali, Niger e Algeria. I nuovi snodi carovanieri rimodellano il paesaggio e centri dimenticati da ogni governo o istituzione si ripopolano di migranti e gruppi dediti alla gestione dei flussi umani ma anche al contrabbando di merci, droga e armi: sono le città maliane di Gao, Kidal e l’algerina Tamanrasset. 
Questo è il risultato del magmatico conflitto del Mali. Una guerra del deserto, nel grande Nord irredentista, tra ribelli Tuareg, jihadisti venuti da fuori, uno sgangherato esercito maliano, caschi blu, droni francesi e Legione straniera. Sono già lontani i giorni in cui, davanti ai blindati francesi, i bambini di Gao correvano festanti gridando «Touababou nanà!», l’uomo bianco è tornato. 

Da anni il governo algerino pratica con solerzia i respingimenti alla frontiera dei migranti sub-sahariani sprovvisti di documenti di soggiorno. Così migliaia di persone ogni anno sono abbandonate in pieno deserto al confine con il Mali e il Niger. La costa libica diventa così l’unica meta possibile.

È evidente che la Libia è il collettore finale ma se si vuole davvero salvare vite umane occorre andare più in profondità, oltre le coste del Mediterraneo: i trafficanti libici si possono combattere, pagare, ammansire con entrate alternative, ma la collaborazione degli stati africani del Maghreb e del Sahel è fondamentale. Se si vuole stabilizzare l’area bisogna investire risorse, più grandi e impegnative di quelle che servono a fare la guerra agli scafisti.

Fonte: Il Sole 24 Ore