Quale tabù vorrebbe sfatare il mito moderno, ma imperituro, del Don Giovanni? Il conformismo borghese della fedeltà? La rappresentazione fobico- moralistica della sessualità? L’istituto etico inviolabile del matrimonio? Gli stereotipi della convivenza civile tra uomini e donne? La storia complessa di questo personaggio che trova in Mozart la sua massima celebrazione, ma che è stato ripreso da autori diversi come Moliere, Goldoni, Kierkegaard, Tolstoj e molti altri, non deve farci perdere di vista l’essenziale che la sua leggenda porta con sè. A prima vista il desiderio del Don Giovanni riflette il fantasma inconscio (o conscio) del desiderio maschile: godere del proprio fascino irresistibile, trasformare la donna in conquista, allungare infinitamente la lista delle proprie imprese seduttive, “farsele tutte”.

La sua più immediata realtà è quella della spinta irresistibile a conquistare e a possedere le sue prede. Ma il primo ostacolo che questa spinta è destinata a incontrare è quello che in nessuna delle donne sedotte, per quanto esse siano un numero spropositato, potrà mai trovare la donna che ricerca perché, come ha insegnato Lacan, La Donna non esiste. Il potere sensuale del Don Giovanni è certamente, come egli ha fatto notare nel Seminario XX, quello di riuscire a fare sentire ogni sua preda unica nella sua particolarità — il Don Giovanni ama una per una le sue prescelte -, ma è altrettanto vero che nessuna di esse è mai davvero l’unica. La conquista della donna non è animata dall’amore ma dalla contabilità: ogni donna allunga orizzontalmente la lista delle sue imprese ma non è La Donna. In questo movimento perpetuo da una donna all’altra il desiderio del Don Giovanni resta pertanto l’espressione di una coscienza infelice: sull’amata cade l’ombra di chi ancora non possiede, dell’Altra donna, perché amarne davvero una sola sarebbe come tradirle tutte.

Il Don Giovanni non si interessa della mancanza da cui scaturisce l’amore. Anzi, Lacan nel Seminario X fa notare come esso sia un fantasma femminile: avere finalmente un uomo che non si interessa del loro amore e della loro mancanza, ma solo del loro godimento e del loro corpo sessuale; farsi possedere da uno straniero come pura incarnazione della pulsione e non del desiderio. Il Don Giovanni sarebbe cioè l’emblema di un uomo a cui non manca niente, un puro strumento di cui godere che non conosce né detumescenza, né castrazione. Esso realizza l'”auspicio” femminile che ce ne sia almeno uno che “ce l’abbia” davvero, sempre, che non possa mai perderlo… In Kierkegaard Don Giovanni è invece il paradigma della vita estetica, di una vita che non sa essere seria, che odia la ripetizione, che non sa esporsi al bivio tragico della scelta. Il seduttore consuma la sua vita inseguendo la volatilità aleatoria di incontri che non lasciano alcuna traccia. Egli ama la vita nella sua differenza molteplice ma in realtà non riesce ad accedervi veramente.

In questo la sua vita ricorda quella temeraria di Ulisse che non rinuncia mai a seguire la spinta della propria curiosità senza però trovare mai la sua soddisfazione. Per questa ragione Kierkegaard assimila lo spirito di Don Giovanni a quello della musica e della sua estasi sensibile: egli insegue costantemente l’attimo senza riuscire a dare consistenza e continuità alla sua esperienza. Il Don Giovanni declina in questo modo una versione solo estetizzante del desiderio: il suo perpetuo rilancio coincide con la sua perpetua insoddisfazione. L’arte del seduttore non è, come il Don Giovanni libertino crede, una manifestazione della sua libertà, ma la manifestazione della sua schiavitù: il godimento assume il carattere di un imperativo che prescinde da ogni contenuto. Molto pertinentemente la diagnosi formulata da Kierkegaard è quella di “isterismo dello spirito”. Nel linguaggio di Lacan il desiderio isterico è, infatti, il desiderio che ricerca attivamente la propria insoddisfazione, è un desiderio che non conosce la possibilità della sua realizzazione, ma differisce questa possibilità in un altrove impossibile da raggiungere. Il gioco del Don Giovanni rivendica, dunque, solo apparentemente l’entusiasmo nei confronti della vita sensibile perché finisce per uniformare la varietà del mondo allo specchio della propria volontà narcisistica.

È il caso di Nerone — descritto da Kierkegaard — il cui sguardo melanconico osserva le fiamme del proprio crimine che avrebbero invece dovuto sancire il suo successo eterno. Come Nerone, anche Don Giovanni non conosce senso di colpa. Egli decide con fierezza di essere un impenitente, di giocare con la verità; ama la maschera, il trucco, l’artificio. La sola Legge che conosce è quella del proprio godimento temerario. Per questo ai suoi occhi la Legge del Padre non può essere che una Legge inumana e severa, non può che assumere la forma patibolare della sentenza. Ma la libertà che vuole rigettare la Legge del Padre, senza coglierne, in realtà, la funzione autenticamente liberatrice, non può che trascinare Don Giovanni verso la distruzione di sé. Il rifiuto ostinato della Legge, o, meglio, il suo più totale fraintendimento (la Legge per il libertino è solo repressivamente e perversamente contrapposta al desiderio), comporta, almeno nella versione di Mozart, il suo ritorno trasfigurato nella figura altrettanto inquietante del Convitato di pietra che getta l’impenitente Don Giovanni tra le fiamme dell’inferno.

Fonte: Repubblica.it