TEHERAN – Le aspettative erano alte, forse troppo. A prima vista l’accordo sul nucleare firmato a Vienna il 14 luglio di un anno fa dal Cinque più Uno ha deluso un po’ tutti. Con la fine delle sanzioni gli iraniani, nonostante il raddoppio dell’export di petrolio, speravano in un decollo economico che non è ancora arrivato; l’America di Obama pensava di trovare una nuova sponda in Medio Oriente superando l’opposizione dei falchi del Congresso, Israele e Arabia Saudita; i businessmen europei anelavano a un nuovo Eldorado di affari che compensasse le perdite del mercato russo.

Non è stato così e per una ragione fondamentale. Tutti temono che con il cambio di presidenza in Usa vengano reimposte sanzioni finanziarie alla Repubblica islamica. Ma questa è una partita doppia assai pericolosa, fuori e dentro l’Iran. «Dovremo lavorare molto in questi mesi se vogliamo rivincere le prossime elezioni presidenziali e portare a casa risultati convincenti: nelle piazze il populismo dell’ex presidente Ahmadinejad, con gli ultraconservatori, è partito all’attacco delle nostre posizioni moderate», dice Mohammed Mohammadi, stretto consigliere del presidente Hassan Rohani.

Il sistema bancario è sotto scacco: «Nessun istituto di credito occidentale ha ancora finalizzato un accordo di finanziamento con le controparti iraniane, e nessuna agenzia di credito all’esportazione ha definito con Teheran un’intesa sulle garanzie sovrane che comprenda i rischi di nuove sanzioni», fa notare l’ambasciatore italiano Mauro Conciatori, grande tessitore dei rapporti con gli iraniani e speaker al seminario di direttori di sistema di Confindustria in corso a Teheran. Per sbloccare la situazione si sta preparando la strada a una missione in Iran del ministro dell’Economia, Per Carlo Padoan.

Ecco perché le mirabolanti cifre di cui si parla a proposito dei progetti in Iran restano virtuali: ci sono grandi opportunità ma nessuno è scattato dai blocchi di partenza. Così langue il mercato di un Paese di 80 milioni di abitanti con 400 miliardi di dollari di Pil, superiore a quello di Algeria, Libia, Marocco e Tunisia messe insieme e un potenziale per l’export italiano dieci volte superiore quello attuale.

Il menù è attraente: autostrade, ferrovie ad alta velocità, ospedali, infrastrutture urbane. Una sorta di “master plan” per riammodernare il Paese. Gli iraniani hanno approvato gran parte dei piani presentati dalle aziende italiane, ma la sfera bancaria e finanziaria gira a una velocità assai inferiore al libro dei sogni. Gli iraniani chiedono di chiudere gli accordi ed evocano, per fare pressioni, la presenza dei concorrenti internazionali (alcuni fantomatici, altri reali come i cinesi). Gli europei vorrebbero firmare ma non hanno le garanzie bancarie. Il nodo è la “sanction clause”: cosa accade se tornano le sanzioni? L’erogazione dei crediti verrebbe sospesa ma sono incerti i tempi di restituzione di crediti.

La questione è politica. Rohani ha tracciato una linea rossa: nessun collegamento tra sanzioni e recupero dei crediti, nessun meccanismo che possa facilitare il ritorno di un embargo finanziario. Lo “snap back”, il ripristino delle sanzioni, è possibile in ogni momento: basta che un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu riporti una violazione e si torna al sistema di prima. Il governo Rohani ha accettato la clausola ed è esattamente il motivo per cui è tenuto sotto tiro dai conservatori più radicali. Che stanno facendo ostruzionismo anche sui nuovi contratti petroliferi che dovrebbero schiudere condizioni più favorevoli alle compagnie, Eni compresa.

In poche parole chiunque nel Consiglio di Sicurezza può strangolare l’Iran, soffocare gli investimenti stranieri e le chance di restare in sella del governo moderato di Rohani che il prossimo anno affronta nuove elezioni. Alle municipali di marzo il presidente ha colto un’affermazione confortante che potrebbe rivelarsi effimera in un Paese dove l’ala dura controlla le leve del potere, e i Pasdaran coltivano ambizioni politiche, oltre che dirigere l’apparato militare e di sicurezza.

Il caso Iran pone una questione: perché il Medio Oriente genera più problemi che opportunità? È una domanda che dovremmo girare ai protagonisti regionali ma anche agli Stati Uniti e a una politica estera che ha provocato un disastro dopo l’altro, a partire dalla guerra in Iraq del 2003. L’accordo con l’Iran sembrava segnare un cambio di rotta. La Repubblica islamica ha certamente molte colpe, ma gli Usa hanno appoggiato Stati anche peggiori come l’Arabia, che ha fomentato con il wahabismo la più retrograda e radicale ideologia islamica. Washington ha dato il via libera alla Turchia per riempire la Siria di jihadisti, e ora dopo l’intervento di Mosca deve affannarsi per salvare la faccia di un alleato della Nato spericolato e di una dinastia saudita impantanata anche in Yemen.

Se dopo Rohani avremo a Teheran qualche esponente più duro sappiamo a chi rivolgerci. La vera colpa dell’Iran sciita non è solo aver sostenuto la Siria – unica nazione araba che aiutò Teheran dopo l’attacco di Saddam nell’80 – ma di opporsi a un sistema che prevede le capitolazioni, non l’indipendenza degli Stati e la loro dignità. Rohani potrebbe essere la prossima vittima di un’agenda dove alla disgregazione mediorientale in atto si accompagna quella possibile dell’Europa.

Fonte: Il Sole 24 Ore