La battaglia per Mosul in mano all’Isis non è soltanto un’operazione complicata dal punto di vista militare ma anche politico. L’attacco alla roccaforte jihadista coinvolge l’esercito e le forze antiterrorismo irachene, con le milizie dei peshmerga curdi e quelle sciite strette alleate del governo di Baghdad e dell’Iran. Sono inoltre schierate sul campo le forze speciali americane e quelle occidentali. L’attacco per riconquistare Mosul è il più grande intervento militare in Iraq da quando le truppe statunitensi si sono ritirate nel 2011.
Qual è l’obiettivo? Liberare la città ma anche contenere le perdite civili e, soprattutto, impedire che la caduta di Mosul si trasformi in una pulizia settaria tra sciiti e sunniti come è accaduto in altre offensive contro l’Isis. I peshmerga curdi, per niente amati a Mosul, hanno annunciato che non entreranno in città ma puntano a occupare postazioni e villaggi sulla strada di Kirkuk.

Ma c’è anche qualche altro attore in questa offensiva su Mosul che non è troppo gradito agli iracheni di Baghdad, come la Turchia, già coinvolta nell’offensiva contro il Califfato in Siria in appoggio alle milizie dell’Esercito libero siriano (Els) che hanno appena conquistato Dabiq, città simbolo dell’Isis perché citata in un profetico hadith di Maometto come il campo di battaglia di uno apocalittico scontro epocale tra musulmani e non musulmani. Per allentare la tensione l’ex governatore di Ninive, Atheel Nujaifi, citato dall’agenzia stampa Anadolu, ha affermato che alla battaglia parteciperanno duemila combattenti addestrati dalla Turchia nella base di Bashiqa mentre i soldati turchi resterebbero nelle retrovie a guidare i miliziani. L’obiettivo di Ankara nella guerra mediorientale è sempre stato duplice, se non triplice. Abbattere Assad manovrando ribelli e jihadisti, evento al momento improbabile, impedire la nascita di uno stato curdo ai suoi confini, estendere l’influenza turca su Aleppo sul fronte siriano e su Mosul su quello iracheno.

Il governo turco è stato l’unico nel campo occidentale – la Turchia è un membro della Nato – a trattare direttamente con lo Stato Islamico per il rilascio del personale diplomatico e consolare sequestrato dai jihadisti nell’estate del 2014, dopo che l’Isis si era impossessato della seconda città irachena e Al Baghdadi aveva proclamato da qui il Califfato. Inoltre la Turchia in questo conflitto del Siraq si è sempre presentata come portabandiera delle rivendicazioni sunnite con il sostegno finanziario e politico dell’Arabia Saudita e del Qatar. Il presidente turco Erdogan aveva fatto sapere che la Turchia non avrebbe tenuto conto del parere del governo iracheno in merito alla partecipazione turca nell’operazione su Mosul. E in un recente incontro con il ministro degli Esteri italiano Gentiloni aveva ribadito che la Turchia non lascerà la base di Bashiqa per avere un ruolo «nella protezione della popolazione sunnita» di Mosul. Ora dice che la Turchia non «può liberare da sola Mosul», un’affermazione forse suggerita dagli americani per non esasperare i governo di Baghdad e non alimentare troppo la contrapposizione con le milizie sciite e l’Iran.

Le ambizioni di Erdogan sia in Siria che in Iraq si sono rafforzate dopo l’incontro di Ankara con il presidente russo Putin. A parte l’accordo per la ripresa del gasdotto Turskish Stream, si è avuta un’intesa sulla questione curda: in poche parole Putin ha ritirato il suo sostegno ai curdi siriani per dare via libera ad Ankara nel realizzare con le milizie islamiche e dell’Els un’area che spezza la continuità tra i territori conquistati dai curdi siriani. In cambio Erdogan lascerà probabilmente ai russi e ad Assad anche la parte orientale di Aleppo. Turchi e iraniani condividono l’obiettivo di non dare spazio all’irredentismo curdo mentre sono su fronti opposti ad Aleppo dove gli ufficiali dei Pasdaran e le milizie sciite svolgono un importante ruolo nella battaglia contro i ribelli. La battaglia di Mosul è una formidabile contraddizione. Gli americani qui devono contare contro l’Isis sull’esercito iracheno e le milizie sciite legate all’Iran mentre in Siria gli Stati Uniti, la Turchia e i loro alleati arabi sono avversari della repubblica islamica che sostiene storicamente Assad.
Ecco perché la battaglia di Mosul, come quella di Aleppo, è importante.

Queste sono le città-chiave per definire le future zone di influenza sia in Siria che in Iraq. Ma forse non nuovi stati come molti pretendono seguendo vecchie elucubrazioni i cui presupposti sono crollati, sconvolti dagli eventi bellici, dalle migrazioni e dagli spostamenti forzati della popolazioni. Se è vero che dalla disgregazione della ex Jugoslavia sono nati nuovi stati, questo appare più complicato in Siria e in Iraq perché la spartizione riguarda non solo territori e città ma anche risorse strategiche come gas e petrolio. Forse la frammentazione del Medio Oriente fa comodo a Israele, che vede disfarsi anno dopo anno le maggiori nazioni arabe, ma non del tutto a potenze regionali come Turchia e Iran. E forse neppure troppo a Usa e Russia che la loro spartizione – nonostante il clima da guerra fredda o forse proprio per questo – sembra che l’abbiano già fatta: l’Iraq agli americani, la Siria a Mosca. Non è detto che cento anni dopo gli accordi anglo-francesi il Medio Oriente abbia bisogno di una nuova Sykes-Picot. In pratica questo del Siraq potrebbe essere un altro sanguinoso pareggio tra superpotenze sulla pelle di migliaia di morti.

Fonte: IlSole24Ore