L’alfabeto di oggi deriva dalle parole di ieri. Figurarsi le istantanee. Ecco la Biennale del 1952. C’è Giancarlo Pajetta, Carlo Salinari e poi, tra gli altri, Emilio Sereni. C’è anche Mino Maccari, a spasso sotto il cartello che indica le “toelette”. Non sono di passaggio, questi signori. Sono di riconosciuto valore e, fotografati tra i padiglioni, nel fulgore degli anni ’50, hanno l’aria di quelli che vanno di fretta.

Le istantanee, in un cambio scena – e nella perpetuazione dell’egemonia culturale del Pci – si specchiano su ciò che può offrire adesso l’Italia. Ogni ieri si sveglia nell’oggi. A Expo, per esempio, tra i pergolati più cool, ci sono gli Andrea Guerra, i Luca Lotti e i Giuseppe Sala, insomma – quelli della nomenklatura Pd su cui però calza la sentenza di Leo Longanesi: “Non sono le idee che mi preoccupano, ma le facce che le rappresentano”.

Quello che fa le foto, alla Biennale, è Antonello Trombadori – docente di Estetica, uno dei massimi protagonisti del Pci – quella che fa la storia è una fotocamera Contax, una stupefacente macchina Zeiss-Ikon. Il racconto per tramite di I-Phone, invece, si dovrà pur fare ma l’Italia di ieri – con il “fronte nuovo delle arti”, sotto l’apostrofo chiodato di Palmiro Togliatti – non è solo allegoria del bianco e nero ma dottrina, e le foto di Trombadori, oggi raccolte in Album di famiglia, un volume firmato dal figlio Duccio, raccontano la fabbrica mai veramente dismessa, quella dell’intellettuale organico. Ieri, ha un suo altr’ieri. Duccio Trombadori, segue lo sguardo del padre e ne fa un racconto: “L’occhio si appuntava soprattutto sugli amici, con i quali aveva condiviso i Littoriali universitari fascisti del 1937 e del 1938, o le accanite discussioni in fatto di pittura e di cinema, collaborando alla rivista Cinema di Vittorio Mussolini o a Primato di Giuseppe Bottai”.

Trombadori vive in famiglia una finezza obbligata verso le arti figurative. Antonello, infatti, è figlio di Francesco, maestro della scuola romana di pittura, e Duccio dunque, è testimone diretto di quel clima che con Togliatti imperante – nemico degli “scarabocchi”, “gli orrori e le scemenze” – in nome del realismo socialista cancella i semi delle avanguardie degli anni ’30, precisamente quelli dell’Era Fascista. Gli anni ’50, in Italia, iniziano il 28 ottobre del 1949. A Roma, precisamente. E’ la stagione compiuta dell’intellettuale organico. In un’affollata piazza San Giovanni c’è il comizio di Pietro Nenni – il segretario dei socialisti italiani, in verità un uomo controllato dai soviet – e ad ascoltarlo c’è Pablo Picasso. La Contax, qualche ora prima della manifestazione, ha già fatto propria un’istantanea: il pittore è ritratto a Trastevere, sotto il monumento al poeta Belli e così – da quello scatto – prende avvio il libro.

Longanesi, si sa, ha sempre ragione: “Un articolo si guarda, una foto si legge”. E “Album di famiglia” – il distillato di una stagione italiana attraverso il Pci e le cronache familiari – è una storia tutta da sfogliare. Antonello Trombadori impugna la macchina dalle lenti Zeiss e le foto diventano pagine di un libro che non si finisce di leggere. Ecco, l’Album: Picasso e Giulio Einaudi sono raccontati in uno scorcio di Firenze. Paolo Ricci, pittore e mecenate, accompagna, al Vomero, e poi a Sorrento, Delia Del Carril e Pablo Neruda. I professionisti della rivoluzione passeggiano ma il pretesto su cui s’intesta lo Spirito del Tempo, cubismo permettendo – e in punto di poesia – è il comizio di Pietro Nenni.

Il tribuno romagnolo si lancia in un discorso contro la Nato e il Patto Atlantico e i “Partigiani della Pace”, ossia il popolo chiamato in adunata dal Pci – e poi gli intellettuali del “partito nuovo” di Palmiro Togliatti – applicano la lezione di Antonio Gramsci, l’egemonia culturale, nella dislocazione del servizio d’ordine. La sera, poi, la stretta cerchia – non certo Nenni – si ritrova sulla Salaria, a ragionare in tema di formalismi nell’arte, nella villa di Luchino Visconti. Tante sono le personalità di prestigio della cultura, della scienza e dell’arte, in quella piazza. E tanti sono i comprimari e le comparse dell’identità comunista, una speciale famiglia alto-borghese tutta italiana e cosmopolita nella vocazione, e però allargata agli operai, alle mondine e ai braccianti per attuare “l’Uomo nuovo” o – per dirla con Maria Antonietta Macciocchi, in Duemila anni di felicità – soltanto “una rozza seduta di psicoanalisi collettiva”. Nel libro, Album di famiglia, c’è una foto dove si vede Antonello Trombadori. E’ uno scatto di Plinio De Martiis. Con Renato Guttuso e altri amici, Trombadori partecipa a una messa in scena, una vera e propria posa, per La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio.

L’alfabeto di oggi deriva dalle parole di ieri e darsi appuntamento nel fulgore degli anni ’50 dove tutti, appunto – bellissimi gli scatti al matrimonio di Mimise Dotti e Renato Guttuso, il 21 dicembre 1950 – vanno di fretta è un arrivare ad oggi. C’è Neruda in una foto. Il poeta dei Partigiani della Pace sorride. Sembra uguale ad Haruki Murakami, lo scrittore del Che tempo che fa. E il tempo, scatto dopo scatto, continua nell’organicità intellettuale.

Fonte: Il Fatto Quotidiano