Ogni carta costituzionale ha le sue fonti ispiratrici. Per la nostra Costituzione del 1948 secondo Piero Calamandrei si sarebbe dovuto salire sui monti dove erano morti i partigiani, andare nelle prigioni e nei campi di concentramento, perché in quei luoghi essa era nata.

La costituzione renziana del 2016 ha ben più misere fonti, ma non per questo meno evidenti ed esplicite. La prima di esse è il “Piano di rinascita democratica” della loggia P2 di Licio Gelli, che fu scoperta dalla magistratura nel 1982. La lettura di quel documento è molto istruttiva, soprattutto per la sua attualità. Il principio di fondo che ispira quel testo è che i problemi dell’Italia deriverebbero dalla troppa democrazia e dalla troppo poca concentrazione del potere in chi deve decidere. Per questo Licio Gelli chiedeva di restaurare autorità nella produzione, abolendo il contratto nazionale e l’articolo 18, e nel paese, affidando ad un capo non condizionato dal parlamento o da altri poteri democratici, il potere di decidere. Ai fautori delle riforme che finalmente sbloccherebbero il paese, consiglio attenta lettura di quel testo facilmente reperibile nella rete.

Allo stesso modo è facile trovare, ricorrendo ad Internet, il documento “Aggiustamenti nell’area Euro” reso pubblico il 28 maggio 2013 dalla Banca J. P. Morgan. Questa grande banca d’affari americana, sotto accusa per tutte le speculazioni finanziarie che hanno alimentato la grande crisi a partire dal 2007, ha sentito il bisogno di far conoscere la sua opinione sulle questioni istituzionali. Non inganni infatti il titolo sottotono, siamo qui di fronte ad un testo politico sull’Italia, che i banchieri presentano come frutto di una stringente necessità economica, come del resto fanno sempre quando rivendicano qualcosa.

Il documento Morgan parte dalla constatazione che le “riforme” economiche liberiste non hanno sortito particolari effetti positivi nei paesi ai quali sono state applicate. Si riferisce ai PIGS, acronimo che individua Portogallo, Italia, Grecia, Spagna. La Banca Morgan non può usare questo termine, che in inglese significa porci, e quindi usa la definizione: paesi periferici. Questi paesi hanno tutti reagito male alle “riforme”. La loro economia va sempre peggio, ma secondo la banca la causa non sta nelle riforme stesse, ma nei sistemi politici di quei paesi. Che, recita il documento, sono governati da costituzioni antifasciste, figlie della fine della seconda guerra mondiale e per questo condizionate dal peso eccessivo che allora avevano le forze di sinistra, socialiste e comuniste. Questo peso ha squilibrato le costituzioni a favore dei parlamenti e del pubblico, dei diritti del lavoro, degli enti locali e più in generale di ogni forza particolare o locale. Per questa ragione in questi paesi, conclude la banca, le riforme vengono respinte o attenuate al punto da non renderle efficaci. La riforma istituzionale e politica deve quindi precedere la riforma economica, se si vuole che questa abbia successo. Che queste conclusioni riguardino prima di tutto l’Italia è evidente. Per quanto sicuramente i banchieri speculativi americani non siano pozzi di cultura, non possono ignorare che il solo paese con una costituzione sociale promulgata dopo la guerra è l’Italia, mentre tutti gli altri paesi periferici sono usciti dal fascismo alla fine degli anni 70 del secolo scorso. Certo anche la Germania si è data una costituzione antifascista dopo il 1945, ma non credo proprio che la Banca J. P. Morgan si sia riferita a quel paese: è di noi che la banca parla quando chiede la revisione autoritaria della Costituzione. E per un singolare contatto della storia quella sua ricetta coincide perfettamente con quella di Licio Gelli di trenta anni prima.

La domanda ora è, ma come hanno fatto quei due filoni di pensiero a giungere fino a Renzi? Rispetto al piano della P2 bisogna parlare di un fiume carsico che ha percorso tutta la crisi della prima repubblica e la triste inutile storia della seconda. Il culto del capo che deve decidere e l’odio verso tutti quei freni democratici che gli impedirebbero di farlo, sono la sintesi periodicamente emersa negli ultimi trenta anni: lasciateli governare hanno gridato i fan di Craxi, quelli di Berlusconi e via scendendo fino a quelli di Renzi. Ma decisiva è stata la crisi per trasformare la paccottiglia reazionaria della P2 in pensiero costituente. E ancora più importante nella crisi il ruolo del sistema bancario e finanziario e dei poteri europei. Licio Gelli per sostenere i suoi piani poteva solo fare riferimento alle minacce dei vecchi poteri occulti ed eversivi degli apparati dello stato. È infinitamente più forte la minaccia attuale: o fate le riforme e siete fuori dall’euro. Grazie ad essa la Grecia ha rinunciato alla sua democrazia e si è posta sotto amministrazione controllata della Troika.

A Renzi la controriforma costituzionale auspicata dalla P2 è dunque arrivata attraverso via bancaria e non solo per ispirazione indiretta. Il consigliere politico della Banca Morgan, lautamente retribuito, è quel Tony Blair che ha trascorso per molti anni le vacanze in Toscana, quando Matteo Renzi era uno sconosciuto presidente di provincia e poi sindaco di Firenze. Credo che quel primo ministro britannico, che ha promosso le più disastrose guerre dell’Occidente le cui conseguenze ancora paghiamo, credo che Blair sia stato il talent scout internazionale del nostro attuale presidente del Consiglio. E che il documento della Banca Morgan del 2013, quando Renzi ancora non governava, non sia stato un riflessione politica astratta, ma il mandato con cui la finanza internazionale costruiva il suo governo nel nostro paese.

Nel referendum del prossimo ottobre il popolo italiano sarà alla fine chiamato a scegliere: volete la Costituzione di Piero Calamandrei o quella di Licio Gelli e della Banca J. P. Morgan? Nel passato non ci sarebbe stata partita, ma dopo trent’anni di regressione democratica e dieci di crisi economica questa alternativa viene formalmente proposta e il solo fatto che ciò sia possibile ci dice in che guaio siamo.

Fonte: L'Espresso