L’uomo non aveva un carattere facile. Discendente da una famiglia aristocratica ligure espatriata in Francia per motivi politici, Vilfredo Pareto (Parigi, 1848 – Céligny, 1923) appariva altezzoso e, a volte, sprezzante. Usava, nei discorsi come negli scritti, un’ironia vicina al sarcasmo.

Era uno spirito volterriano, anche se la sua verve finiva per colpire proprio gli idoli cari a Voltaire e all’illuminismo. Insomma, uno spirito beffardo e dissacratorio che, dall’alto di una immensa erudizione immersa in una miscela di scetticismo e pessimismo, metteva alla berlina illusioni e ipocrisie degli utopisti della politica e dei sognatori “metafisici” insoddisfatti della realtà. Diceva che “la razza dei gonzi è immortale”, sosteneva di non potersi pronunciare sulla “fatalità del progresso essendo una entità a noi perfettamente ignota”, ridicolizzava Il Capitale di Marx definendolo “il libro santo del socialismo” che possedeva “in grado eminente i caratteri che si notano in tutti i libri santi, ossia l’indeterminatezza e l’oscurità”. Amava i paradossi, come questo: “gli uomini desiderano, in genere, la libertà e temono la coazione. Il primo termine si associa a idee piacevoli, il secondo a idee spiacevoli; per far loro accettare la coazione, sarebbe dunque bene battezzarla col nome di libertà”. L’immagine più diffusa di Pareto, come sociologo, è quella del pensatore positivista che attrasse, proprio per questo, su di sé gli strali polemici di Benedetto Croce. Ma è una immagine riduttiva, come dimostra una sua battuta che distrugge, a ben vedere, il positivismo dominante nel XIX secolo: “con una scienza così positiva come quella di Saint-Simon e di Comte, si potranno dedurre sempre nuove leggi storiche, e sempre i fatti si incaricheranno di smentirle”.

La verità è che Vilfredo Pareto, liberista in economia e liberale in politica, non era discepolo di alcuna scuola. Apparteneva al filone di pensatori che si rifaceva alla tradizione di quel “realismo” politico che in Italia aveva annoverato Niccolò Machiavelli, Francesco Guicciardini e Giovanni Botero. Era subentrato, dopo anni di lavoro come ingegnere ferroviario, nella cattedra di economia politica dell’Università di Losanna a Léon Walras. Aveva pubblicato il Cours d’économie politique e, stabilitosi all’inizio del nuovo secolo a Céligny, sul lago di Ginevra, aveva cominciato a interessarsi di sociologia e di fenomenologia del potere, legando il suo nome a opere divenute celebri: Les systèmes socialistes (1902), Le mythe virtuïste et la littérature immorale (1911) e, infine, il Trattato di sociologia generale (1917). In quest’ultima opera era delineata una teoria dell’equilibrio sociale; era analizzato il fenomeno della “circolazione delle élites”; era studiato il peso dei sentimenti e delle azioni non logiche nei comportamenti politici; era tratteggiata una concezione non ciclica ma ondulatoria della storia.

Poi, senza tralasciare l’economia, Pareto si accostò allo studio della società umana e, quindi, anche della politica. Il suo approccio non era quello proprio del filosofo della politica interessato a ricercare e teorizzare il miglior governo possibile. E neppure quello dei politologi che sarebbero venuti poi inflazionando il mercato delle idee e che avrebbero focalizzato la propria attenzione sulle tecniche e sui metodi per la conquista e la gestione del potere. Egli si proponeva, invece, di comprendere, al di fuori di schemi ideologici o di qualsiasi preoccupazione di natura contingente, in qual modo si svolgessero i fenomeni politici e quale fosse, realmente, il ruolo delle azioni logiche e delle azioni non logiche in tale svolgimento.

Il “canto del cigno” della riflessione paretiana sulla politica così lo definì l’economista Luigi Amoroso fu un piccolo libro dal titolo Trasformazione della democrazia (ora riproposto da Castelvecchi, pagg. 110, euro 12,50) uscito nel 1921 e nato dalla raccolta di alcuni articoli apparsi l’anno precedente sulla Rivista di Milano, un periodico di orientamento liberista cui collaborarono Luigi Einaudi e Agostino Lanzillo. In esso Pareto sosteneva, operando una totale traslazione del concetto di equilibrio dalla dimensione economica a quella politica, che in ogni collettività umana si confrontano due forze, “una che potrebbesi dire centripeta, spinta alla concentrazione del potere centrale, l’altra che potrebbesi dire centrifuga” che spinge “alla sua divisione”. Quando, nel moto oscillatorio da esse determinato, prevale la forza centrifuga, allora il potere centrale, quale che sia monarchico, oligarchico o popolare appare destinato ad affievolirsi e la “sovranità del potere” diventa “un nome vuoto di senso, si sgretola e copre dei suoi ruderi il paese”. Nasce, così, una nuova feudalità che riproduce, sia pure in parte, l’antica e della quale sono protagonisti tanto i politicanti quanto i sindacati che non si preoccupano di evitare violenze contro gli avversari pur di conseguire utili.

Naturalmente, dietro queste riflessioni c’era l’eco delle vicende politiche e sociali che avevano ritmato lo svolgersi del 1920 in Italia, un anno caratterizzato tanto dagli eclatanti risultati delle elezioni politiche del 1919 quanto da una grave crisi economica e finanziaria oltre che da una massiccia ondata di scioperi e occupazioni di fabbriche. Ma, al di là dell’analisi della contingenza politica, si ritrova, nelle pagine di Pareto, il tentativo di ricondurre le sue considerazioni a un livello teorico generale in grado di spiegare quel fenomeno dello sgretolamento della sovranità centrale di cui era spettatore. Così, egli individua una serie di fattori che, nel loro insieme, definiscono il fenomeno e portano a una vera e propria “trasformazione della democrazia”. Il più importante di questi fattori, un concetto per taluni versi assimilabile all’idea del “populismo” contemporaneo, è l’apparire sulla scena politica della “plutocrazia demagogica” ovvero un ceto politico composto di ricchi speculatori e lavoratori arricchiti che cerca e ottiene il consenso grazie all’astuzia e ai sofismi e non già alla forza delle proprie idee. In altri termini, Pareto sottolinea, e al tempo stesso denuncia, l’esistenza di meccanismi di corruzione e di clientelismo tipici delle minoranze organizzate che si contendono il potere anche in una democrazia.

È comprensibile come questa piccola opera, di sapore quasi machiavelliano, abbia potuto contribuire alla leggenda di un Pareto protofascista. Mussolini, che probabilmente non aveva letto molto della sua opera anche se ne aveva ascoltato qualche lezione in Svizzera, se ne proclamò discepolo. In realtà, lo studioso che, come tanti liberali del suo tempo, guardò con una certa simpatia ai primi successi del movimento mussoliniano, rimase sempre fedele ai suoi ideali di liberismo economico e di rispetto delle libertà fondamentali. E del resto non poté assistere alla evoluzione, o involuzione, del fascismo perché morì, a Céligny, all’età di settantacinque anni, nel 1923.

Fonte: Il Giornale