Già. Sull’amore e sul sesso si discute da secoli. Sull’argomento hanno discettato romanzieri e filosofi, e anche poeti e registi. Eppure il tema è sempre d’attualità. Oggi come ieri, come negli anni Sessanta, come nel 1963 quando Pier Paolo Pasolini, microfono alla mano e mille domande in testa, seguito da una macchina da presa si mise a percorrere l’Italia, da Nord a Sud, sulle spiagge, davanti alle fabbriche, al bar, nei cortili, per chiedere alla gente – ragazzini, madri, vecchi, padri di famiglia, signorine, campioni del calcio e seriosi intellettuali – cosa fosse per loro l’amore e cosa il sesso.

Il risultato furono decine e decine di ore di «girato» da cui uscirono i 90 minuti del film-inchiesta, o documentario d’autore, dal titolo Comizi d’amore . Prodotto dal leggendario Alfredo Bini, vietato ai minori di 18 anni (quando molti intervistati erano minorenni), presentato per la prima volta al Festival di Locarno nel luglio 1964, uscì in Italia nel ’65. Distribuito in pochissime sale e con esiti commerciali scarsissimi, il film è stato a lungo considerato un lavoro minore di Pasolini. Oggi, a cinquant’anni di distanza, appare come una delle sue opere più moderne, più intelligenti e più utili per capire come si sia trasformata nel corso dei decenni la morale del Paese. Forse molto, viene da pensare. Ma identiche sono rimaste l’ignoranza, la superficialità, la vergogna e l’ipocrisia in materia.

Sullo schermo passano dubbi, contraddizioni, misoginia. «In questa società bisogna essere Dongiovanni, se no sei un fallito», dice un militare. «Io cerco di intavolare il discorso sul sesso con mio figlio, ma lui è evasivo… forse si vergogna», dice una mamma. «I giovani sono molto più liberi oggi di quanto lo erano ai miei tempi, ma era meglio una volta, oggi i giovani sono troppo spudorati», dice una contadina. «La donna è concepita come madre di famiglia; non è concepita, che so, per andare a lavorare, la sera uscire sola, andare al cinema, al caffè», risponde un calabrese.

Cosa è cambiato rispetto a oggi? Molto poco. Riproposte oggi – provate a leggerle – le domande di Pasolini otterrebbero risposte simili, tra paure, luoghi comuni, tabù, pudori, menzogne.

Le «interviste di strada sull’amore» dicono tantissimo sull’Italia di allora (schiacciata fra tradizionalismo cattolico, prime tentazioni del boom consumistico e perbenismo borghese), dicono molto su quella di oggi figlia naturale di quella di ieri (a partire dalla spaccatura feroce dal punto di vista culturale e sociale tra Nord e Sud), e tantissimo su Pier Paolo Pasolini, curioso di sapere lo stato delle cose sulla sessualità, «la prima volta», l’omosessualità, il divorzio, la prostituzione e soprattutto sull’amore, che era la cosa che lo interessava di più. Come scrisse Enzo Siciliano: «Il film è il suo più spassionato autoritratto».

Oggi, a cinquant’anni dall’uscita del film e a quaranta dalla morte di Pasolini, Comizi d’amore torna in forma di libro. Edito da Contrasto, curato da Maria D’Agostini e Graziella Chiarcossi (cugina dello scrittore), il volume presenta la trascrizione integrale del testo cinematografico e le fotografie di scena di Mario Dondero e Angelo Novi (che assieme a quelle scattate da Philippe Séclier sulle orme del reportage pasoliniano del 1959 La lunga strada di sabbia costituiscono la mostra La vera Italia? Due inchieste di Pier Paolo Pasolini che inaugura tra due giorni allo spazio «Forma Meravigli» a Milano). Ma il libro contiene anche parecchio materiale preparatorio. Tra cui il questionario, inedito nella forma originale, steso da Pasolini come ipotesi di lavoro prima di iniziare a girare. Da qui, con modifiche e improvvisazioni sul «campo», trasse tutti gli spunti per la sua inchiesta sulla sessualità degli italiani. Ed ecco le domande che lo scrittore si era appuntato: sull’importanza del sesso nella vita quotidiana (ad esempio: «Così, istintivamente, senza pensarci troppo, che cosa prova per chi è sessualmente anormale: odio, pietà, antipatia, indifferenza, disprezzo?»), sulle perversioni sessuali («Esiste un limite preciso tra normalità e anormalità sessuale?» oppure «Lei sa cos’è un feticista? Ha mai provato qualcosa che assomiglia al feticismo?»), sull’omosessualità («Se lei si accorgesse che suo figlio è omosessuale, come si comporterebbe, che provvedimenti adotterebbe?»), sul sesso e la vita sociale (micidiale, per il 1963-65, la domanda: «Secondo lei la donna sessualmente ha la stessa libertà dell’uomo o no?»), e poi sul libertinaggio («È una aberrazione sessuale o una scelta morale?»), sulla pornografia, il divorzio e la prostituzione: «Se dipendesse da lei, come risolverebbe il problema della prostituzione?». Che, come domanda, è più che mai perfetta oggi.

«Esaminando l’Italia dal basso e dal profondo – cioè nei più bassi strati sociali e nelle profondità dell’inconscio – ne è venuta fuori un’immagine irrimediabile, fatale, e certo, parziale; il mistero più misterioso, la realtà più reale di quanto si fosse potuto calcolare. Perciò l’inchiesta rimane aperta», scrive Pasolini a lavoro compiuto, stupito che al miracolo economico non corrispondesse nel Paese un miracolo culturale. Un’inchiesta così aperta che ancora oggi, fra intolleranza di vecchia data e confusione delle nuove generazioni, è lecito chiedersi: e noi, cosa risponderemmo alle domande di Pasolini sul sesso?

Fonte: Il Giornale