A proposito di grillini. E’ significativo che si parli di Roma e niente di Milano. In Lombardia – a parte la ributtante scena delle arance da consegnare a un uomo arrestato – il M5s non è in arrivo. Alle porte di Roma, invece, sì. Ed è all’ordine delle cose. Vinceranno, dicono tutti. E dare Roma ai grillini, specialmente adesso, con le delicatissime cose prossime ad accadere – il Giubileo tra tutte – non potrà che essere una ghiotta occasione: quella di metterli alla prova. E vedere l’effetto che fa. Vinceranno, ringhiano i tassinari. Vinceranno, ripetono i ristoratori. E che vincano, al punto di prendersi il Campidoglio, se lo augurano in tanti così da risolvere quello che nella conta della politica, oltre la destra e la sinistra, è il punto N del nulla. Si parla di Roma e non di Milano perché ancor più di quest’ultima – pur sempre speciale, emancipata dalle pochezze italiote – è la Capitale ad assomigliare in tutto all’Italia intera. La teoria traffica con la realtà molto più di quanto non s’immagini. Pizzarotti, anche a dispetto dello stesso M5S, a Parma amministra. A Ragusa, giusto un altro esempio, il M5s – al netto delle ovvie difficoltà della disperazione di Sicilia – amministra non bene, benissimo. Ragusa, certo, non è Roma ma è la città dove la sezione che fu di Forza Italia – il partito del 61 a zero, epicentro del terremoto trasformista – è diventata sede del Pd nel giro di un mattino.

E stare al municipio mentre il Partito della Nazione resta fuori un senso tutto da svelare lo reclama. Chi corre a votare il M5s non vuole neppure conoscerli, poi, i suoi beniamini. Cosa sono o cosa possano diventare i grillini – a Roma, soprattutto a Roma – è, propriamente, un fatto secondario. Sono il vaffa, i grillini e dopo aver verificato il risultato della società civile messa alla prova – Marino è l’esempio che fa scuola – è giunto il momento di provarlo, il vaffa, fino alla radice del budello. Se si parla di Roma e non di Milano per le amministrative è segno di un allerta tutto dentro alla corruzione della cosiddetta nazione infetta. La vera terra di mezzo non è la palude degli impicci ma il sottobosco del rancore. Quando si dice parlare alla testa è un conto, parlare alla pancia un altro, arrivare infine al culetto, e aprire lì un forum di discussione diventa un altro paio di maniche. E sono maniche su cui, oggi, più che l’antipolitico, si sbraccia il “non politico”. Andare “contro la politica”, infatti, è stato il banco di prova di Marino. Quella del chirurgo e dei suoi scontrini, però, è stata solo una stravagante mascherata del realismo politico: l’alchimia di un Bettini, pur nume e tutore di una continuità che parte da due protagonisti quali Rutelli e Veltroni, andata poi ad affumarsi in un disastro che – Deo gratias – ha messo fine al mito della purezza razziale dei “civili” prestati alla res publica. Il nulla di politica, dunque, attende adesso la sua prova.

Vinceranno, dicono. Lasciateli vincere, infine. Soprattutto a Roma. Se va bene, bene. Se va male, ancora meglio. Non se ne parlerà più. La politica sarà costretta alla responsabilità che le compete e perciò la sinistra saprà trovare il modo di passare dalle braccia amiche di Verdini alle braccia non amiche di Grillo mentre la destra, invece evitando di sacrificare cavalli da corsa in una trista gara municipale potrà dedicarsi alla leadership nazionale. Il punto X nell’incombere di cotanta N – se vale un consiglio non richiesto – non è di mettersi con Berlusconi ma di prendergli il posto perché fintanto che il Cav. cincischia, la realtà farà strame della più splendida tra le teorie.

Fonte: Il Foglio