Gli scudi umani dell’Isis escono da Hammam Alil in fila, uno accanto all’altro, quasi incolonnati, una fiumana con in testa le donne in nero che stringono i figli per mano, poi gli uomini che si radono la barba: sembrano in marcia verso la liberazione come il popolo dei braccianti nel Quarto Stato di Pellizza da Volpedo. Cento cadaveri sono stati trovati decapitati ieri in una fossa comune di Hammam Alil. L’orizzonte di Mosul è funesto, quasi apocalittico, perché i jihadisti, nel tentativo di rallentare l’avanzata della coalizione, hanno incendiato gli ultimi pozzi di petrolio e gli altri scudi umani in fuga del Califfato si aggirano come fantasmi tra le colonne di fumo e la polvere dei combattimenti, inseguiti dal fragore dai colpi di mortaio dell’Isis e presi in mezzo dall’artiglieria dell’esercito iracheno. Agitano la bandiera bianca, un brandello di lenzuolo annodato su un pezzo di legno, Samira, Yassir e i loro cinque figli.

«Abbiamo camminato per ore dal quartiere di Haisamah fino a qui, nascondendoci dietro a ogni muro, passo dopo passo con la paura nel cuore, senza acqua, nulla», dice Samira.

Adesso sono in salvo, dietro le postazioni della Golden Division di Baghdad, dopo avere superato la linea del fuoco sulla riva orientale del Tigri. L’autista Barzan li carica tutti sul suo pick up e gli diamo un passaggio fino al punto di raccolta da dove li porteranno nel campo profughi di Kazir, una distesa di tende bianche che ne ospita già alcune migliaia. Ma prima c’è la selezione. Vengono raggruppati sull’asfalto, donne e uomini silenziosi che rimangono accovacciati sotto il sole con intorno i bambini che si agitano. «I jihadisti si possono nascondere anche tra di loro», dice il comandante Mohammed in tuta nera, pistola al fianco e stemma dei paracadutisti sul petto. I colpi di mortaio dei jihadisti cadono a poche centinaia di metri: un’artiglieria leggera ma insidiosa e micidiale, che si muove rapidamente su un fronte mobile che può essere una strada, il cornicione di una casa, il tetto di una moschea. «È da lì che sparano i cecchini», indica il maggiore Mohammed. Si combatte casa per casa e la resistenza dell’Isis è accanita. Nella retrovia le truppe scelte irachene divorano il rancio e si abbandonano al riposo ma anche alle foto di rito con un soldato australiano della coalizione. Gli americani sfrecciano sui blindati e corrono verso il fronte da una base che è a 20 chilometri da Mosul. La sensazione è che questa volta non se ne andranno come fecero nel 2011, quando Barack Obama decise di ritirare le truppe dopo il mancato accordo con il governo dell’ex premier sciita Nouri al Maliki. Dall’altra parte del fronte anti-Califfato, in Siria, c’è la Russia alleata di Bashar Assad, con le sue basi sul Mediterraneo e le batterie di missili S330- e S400, e sta cominciando la battaglia per Raqqa, capitale ufficiale dell’Isis, che non sarà meno lunga e contrastata di quella di Mosul. Qui la punta di lancia della coalizione sono i curdi siriani del Rojava, gli eroi di Kobane per intenderci, alleati degli americani ma nemici giurati della Turchia di Erdogan che li bombarda a ogni occasione.

Sono loro l’incubo geopolitico di Ankara, che li teme con l’embrione di un futuro stato curdo. La nuova geopolitica mediorientale, che il nuovo presidente americano erediterà, si decide qui, in queste pianure desolate, sassose, tra rilievi spelati dalle punte acuminate, un territorio dai colori grigi e rosa pallido dove l’acqua è preziosa ma i pozzi eruttano colonne di gas e petrolio alte cinquanta metri. In questa guerra contro lo Stato Islamico e il terrorismo ce ne sono almeno tre: Russia e Stati Uniti sono faccia a faccia, poi in un’altra si confrontano le potenze regionali – la Turchia, l’Iran, l’Arabia Saudita – nella terza, che vediamo scorrere davanti ai nostri occhi, il conflitto è una guerra civile, etnica, settaria, ma anche economica e sociale, manovrata, a seconda dei momenti, dagli attori esterni. Barzan fa lo slalom tra le macerie di Gogjali, il quartiere che i jihadisti avevano intitolato a Zarqawi, il nome dal capo di Al Qaida in Iraq, colui che con il terrore aveva messo a punto la strategia di sollevare un conflitto infinito tra sciiti e sunniti. Abu Musab Zarqawi fu ucciso in un bombardamento americano nel 2006 ma è stato da una costola della sua organizzazione che è nato l’Isis di Al Baghdadi. In un angolo si sfiora un’autobomba dei jihadisti, l’ultima è esplosa solo un paio di ore fa mentre ci avvicinavamo alla prima linea. L’esercito iracheno, con la copertura dei peshmerga, fa progressi ma la resistenza del Califfato è ancora forte mentre i combattenti curdi, sostenuti dall’aviazione americana, sono entrati a Bashiqa e ne rivendicano il controllo.

Non lontano da Bashiqa, a Zelkan, c’è la base delle forze armate turche che avrebbero addestrato duemila uomini per partecipare a una battaglia dove sono ospiti sgraditi: non li vogliono né le autorità di Baghdad né i peshmerga. I turchi si presentano come i difensori della minoranza turcomanna e dei sunniti che dopo la caduta di Saddam nel 2003 sono stati emarginati da un potere che, pur essendo in Iraq una minoranza, avevano detenuto per decenni. Erdogan qui in Iraq, come in Siria, punta a espandere l’area di influenza della Turchia e in qualche discorso ha rivendicato l’appartenenza di Mosul allo stato turco citando le promesse non mantenute degli anglo-francesi che dopo la prima guerra mondiale si spartirono le spoglie dell’Impero Ottomano. Nella polvere di Mosul però non contano le antiche ragioni ma i morti di oggi. Eppure tutti sanno che non finisce a Mosul la storia del Califfato nero e neppure quella dell’Iraq o della Siria. Qui corrono i blindati dell’esercito iracheno che sventolano la bandiera nazionale ma anche i vessilli neri degli sciiti con l’immagine dell’Imam Alì che con il figlio Hussein è l’effige dello scisma storico con i sunniti. Le milizie sciite filo-iraniane, denominate Forze di mobilitazione popolare, sono schierate fuori da questa città a maggioranza sunnita e forse non entreranno per evitare le vendette che ci sono state a Ramadi e Falluja. Già nei simboli delle truppe si comprende che sarà decisivo quello che accadrà dopo. Lo dice l’inviato di Obama per la coalizione, Brett McGurk, ma anche Masrour Barzani, capo del consiglio di sicurezza del governo regionale del Kurdistan e figlio del presidente Massud.

«Non dovete pensare che con la battaglia di Mosul finisce il Califfato – dice Barzani – l’ideologia del gruppo è destinata a sopravvivere. Questa sarà una lotta lunga che non si limita al campo militare ma investe anche quello sociale ed economico».

Il revanscismo sunnita, vuole dire Barzani, non sarà seppellito tra le macerie di Mosul. I Barzani e il loro clan hanno in mano le sorti di questa parte dell’Iraq e secondo un collaudato modello feudale e nepotistico occupano la presidenza, il governo, dirigono i peshmerga e decidono cosa fare del petrolio dei curdi. L’Iraq tra Nord e Sud produce quasi 5 milioni di barili di greggio al giorno, ha le maggiori riserve stimate al mondo: sembra impossibile, guardandosi intorno, che la gente sia così povera. Il nastro d’asfalto tra Erbil e Mosul, interrotto dai ponti fatti saltare dall’Isis e punteggiato di villaggi sbriciolati dall’artiglieria, è anche l’autostrada del petrolio, quello cui ambivano anche i jihadisti del Califfato: alle nostre spalle, lontano dalla polvere della battaglia, si alzano le lingue di fuoco dei pozzi di Kirkuk, definita la Gerusalemme curda. Tra questi il leggendario Baba Gurgur: qui il 15 ottobre del 1927, con un rombo terrificante che echeggiò nel deserto, nacque l’industria irachena del petrolio. Ci vollero migliaia di uomini per fermare la marea nera che minacciava l’antica medina. Con un accordo per l’esportazione dell’oro nero di Kirkuk sul terminale turco di Ceyhan, Massud Barzani nell’agosto scorso si è alleato, dopo anni di litigi, con il governo del primo ministro iracheno Haider Abadi. E il petrolio da queste parti continua a essere il lubrificante più efficace per fare sia la pace che la guerra.

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