L’assetto attuale dell’Europa è impensabile senza l’annessione della Repubblica Democratica Tedesca, la cosiddetta Germania Est, il cui acronimo in tedesco era DDR. Per diversi motivi. In primo luogo, grazie all’incorporazione della DDR la Germania ha riconquistato la centralità politica ed economica nel continente europeo che aveva perduto nel 1945, alterando drasticamente gli equilibri in Europa. In secondo luogo, l’unità tedesca ha funzionato da formidabile acceleratore del processo d’integrazione europea. Per il presidente francese Mitterrand, l’integrazione europea, in cui la Germania avrebbe potuto essere imbrigliata, era il pegno che quel paese avrebbe dovuto pagare in cambio della propria unità. La stessa moneta unica europea era concepita come un tassello fondamentale di questo disegno. Ha però sortito effetti opposti a quelli sperati: la Banca centrale europea è diventata una sorta di Bundesbank continentale, e l’ortodossia neoliberale tedesca si è imposta in tutta l’Europa.

La crisi nell’Eurozona è la stessa dell’ex DDR L’evoluzione della crisi europea in questi ultimi anni costringe a chiedersi se l’unione monetaria europea non abbia replicato su scala continentale le dinamiche innescate dall’estensione del marco tedesco-occidentale alla DDR. In effetti, a più di 16 anni dall’avvio della moneta unica, molte economie europee soffrono degli stessi mali patiti dall’economia della Germania Est dopo l’introduzione del marco: caduta del Prodotto interno lordo, deindustrializzazione, elevata disoccupazione, deficit della bilancia commerciale, emigrazione. Non è un caso. La moneta unica ha eliminato la possibilità, per i paesi a più bassa produttività del lavoro, di recuperare competitività tramite riallineamenti del cambio. Gli effetti di questa rigidità sono stati aggravati dall’aggressiva politica mercantilistica tedesca, resa possibile dai rapporti di subfornitura stabiliti coi paesi a basso salario dell’Est europeo (fuori dall’Eurozona) e dalla “riforma” del mercato del lavoro di Schröder (Agenda 2010). Quest’ultima, in particolare, ha consentito alla Germania di comprimere la dinamica salariale, mantenendo i redditi da lavoro al di sotto dell’inflazione e degli stessi aumenti di produttività del lavoro: tra 2000 e 2012 la produttività è cresciuta del 14%, ma i salari reali sono diminuiti dell’1%. In tal modo si sono creati nell’Eurozona crescenti squilibri delle bilance commerciali, innescando processi di deindustrializzazione nei paesi della periferia e permettendo invece alla Germania di rafforzare la sua industria manifatturiera.

Questi squilibri, nascosti dai cospicui finanziamenti delle banche tedesche (e francesi) verso i paesi periferici, sono venuti allo scoperto quando, a causa del la crisi finanziaria iniziata nel 2007, quelle stesse banche – investite in pieno dalla crisi – hanno iniziato a rimpatriare i loro prestiti. La crisi è stata però falsamente interpretata come una crisi del debito pubblico, anziché da squilibri delle bilance commerciali. L’Ue l’ha affrontata prima lasciando gli Stati in crisi in balia dei mercati finanziari, per poi intervenire con prestiti d’emergenza (che in Grecia hanno consentito alle banche francesi e tedesche di mettere al sicuro i loro soldi a spese dei contribuenti europei), chiedendo in cambio pesanti tagli ai sistemi di protezione sociale, la vendita del patrimonio pubblico e cessioni unilaterali di sovranità. Allo stesso modo, nel 1990 Kohl e Schäuble avevano chiesto alla DDR la cessione unilaterale della sovranità politica e prima ancora il conferimento dell’intero patrimonio pubblico come pegno per il “dono” del marco.

Ma ci sono altri punti di contatto tra i due processi. Un metodo già adottato: austerity e svendita Il primo è la colpevolizzazione delle vittime: improvvisamente, i greci diventano un popolo di furbi che si arricchiscono alle spalle del nord Europa. Lo stesso disastro economico creato dalle misure di austerity imposte alla Grecia (-26% del Pil) viene addebitato ai suoi abitanti, abituati a vivere “al di sopra dei propri mezzi”, incapaci di lavorare e di fare le “riforme”. Allo stesso modo, nei primi anni 90, quando non fu più possibile nascondere il disastro creato dall’unione monetaria tedesca e dalle privatizzazioni, se ne diede la colpa all’“economia in rovina” della DDR e alla “pigrizia” dei suoi abitanti. Il secondo punto di contatto riguarda la Treuhandanstalt, l’istituto tedesco per le privatizzazioni, proposto già nel 2011 come modello da seguire dall’al l or a capo dell’Eurogruppo e oggi presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker: “Saluterei con piacere il fatto che i greci fondassero un’agenzia per le privatizzazioni indipendente dal governo, secondo il modello della Treuhandanstalt, in cui ricoprissero ruoli anche esperti stranieri”. L’adozione di questo modello è stata sancita nell’ultimo “piano di salvataggio ” della Grecia controfirmato da Tsipras. Il terzo punto di contatto è quello più importante. Si tratta dell’imposizione agli altri paesi del modello economico tedesco, nella presunzione della sua superiorità. Ma il modello che oggi si vuole imporre, basato sulla svalutazione dei salari (e quindi sul sacrificio della domanda interna) ai fini di una maggiore capacità esportatrice, è stato in questi anni uno dei principali fattori di destabilizzazione delle economie europee. Anziché aumentare i salari tedeschi, si chiede agli altri paesi di abbassare i loro.

Le politiche di austerity e le “riforme strutturali” convergono verso quest’obiettivo: le prime attraverso il taglio di servizi sociali e pensioni (salario indiretto e differito), le seconde attraverso modifiche al mercato del lavoro tese a ridurre il salario diretto. Si vuole esportare l’Agenda 2010 all’Europa intera, si vuole un’Europa tedesca. Con risultati catastrofici, per almeno due motivi. Il primo è che ogni politica mercantilistica imperniata sulla deflazione salariale per funzionare richiede che gli altri non seguano la stessa politica (altrimenti il ribasso delle retribuzioni produrrà solo un impoverimento di tutti). Il secondo è che nei paesi in crisi la diminuzione dei salari indebolisce la domanda e colpisce le imprese che servono il mercato interno, col risultato di distruggere capacità produttiva e aggravare la crisi. Lo si è visto in Grecia, lo si vede in Spagna, in Portogallo e in Italia. In fondo a questa strada, insomma, c’è una deflazione salariale generalizzata entro l’Eurozona, ma anche l’accentuarsi degli squilibri tra paesi ed economie: processi dirompenti per l’Europa. A chi, come Angela Merkel, continua a ripetere lo slogan “se fallisce l’euro, fallisce l’Europa”, è quindi facile contrapporre il punto di vista di Sahra Wagenknecht della Linke: il pericolo più grande per l’Europa è proprio “che l’euro non funziona e sta creando squilibri sempre maggiori”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano