La sera delle Idi di marzo furono tuoni e lampi a protestare la rabbia del cielo, ma non bastò l’acquazzone a lavare le coscienze dei vivi e i pugnali degli assassini. Cesare era morto per rinascere dio, Roma repubblicana agonizzava illudendosi di risorgere dal sangue dell’ultimo suo dittatore. Quattro mesi e cinque giorni dopo, alle 18 locali, nell’orizzonte nord della volta celeste spuntò una cometa crinita come la fiamma che, Troia cadente, aveva lambito senza bruciarlo il capo di Iulo, figlio di Enea, avo primordiale della Gente Giulia. Presagio divino. Sidus Iulium, la dissero i cesariani. L’aruspice Vulkha alzò gli occhi e profetizzò la fine di un mondo, l’ingresso nell’ultimo secolo di vita per la nazione etrusca, sconvolgimenti in arrivo; poi stramazzò morto sul basolato.

Ogni 15 marzo, a Roma, a ridosso del Foro di Cesare, sotto la statua bronzea che il fascismo volle dedicargli, mani devote offrono fiori e corone di lauro (non mancano mai omaggi da parte dei simpatizzanti di religione ebraica, perennemente grati all’uomo che li beneficò in antico per sdebitarsi dell’aiuto ricevuto ad Alessandria contro gli assalitori assoldati dal fratello di Cleopatra). La stessa scena si ripete in forme simili, tutti i giorni, all’interno dell’area archeologica, sull’ara sopravvissuta al tempio del Divo Giulio, nel luogo in cui il corpo di Cesare fu arso: turisti di qualunque estrazione lanciano monete, depongono fiori, lasciano cartoline con dediche dolci. Chiederanno qualcosa in cambio, come nei santuari salvifici? Gli stranieri si meravigliano: “Ancora oggi, la gente lascia regolarmente dei fiori presso l’altare… Lungi dall’essere condannato come un tiranno, Cesare viene commemorato come un martire. Il suo genio e la sua attenzione per i poveri restano, mentre la sua guerra contro la Repubblica per instaurare il potere di un uomo solo e la furia omicida che scatenò in Gallia… sono state dimenticate”. Scrive così Barry Strauss, sedotto e diffidente, nel suo ultimo libro appena pubblicato in Italia da Laterza – “La morte di Cesare”, traduzione di David Scaffei. Strauss è uno storico e divulgatore americano che gode di buona fama, qui si ricorda con favore un suo saggio sulla guerra di Troia. Ha deciso di misurarsi con “l’assassinio più famoso della storia”, come da sottotitolo del suo volume, sobbarcandosi con gusto di tirannicida la gravità di un evento cosmico. La lettura è agevole, il lavoro documentato, la tesi molto americana: i cesaricidi vennero “trasformati in simboli potenti, tali da rammentare a tutti che finché fossero esistiti uomini e donne che ricordavano i nomi degli uccisori di Cesare, i dittatori non avrebbero dormito sonni tranquilli”. Sul movente siamo invece d’accordo: Giunio e Decimo Bruto, Gaio Cassio, i fratelli Casca e gli altri senatori omicidi furono mossi da “meschini motivi personali” e partigianeria di ottimati, “avidità, brutalità, ambizione”. Ma il fato era lì, inesorabile, a giocare ogni parte in tragedia. E anche Cesare lo presentì, offrendo il petto disarmato ai carnefici, ignorando segni e portenti infausti enfatizzati non senza consapevolezza dai divinatori etruschi al servizio della vecchia res publica. Cesare doveva morire, Cesare vive.

Ai tempi dell’università il professore di Filosofia antica della Sapienza, Gabriele Giannantoni, amava stupire gli studenti svelando una statistica non comprovabile né smentibile secondo la quale ogni giorno nel mondo esce un libro su Platone. Non ci stupiremmo se fosse così anche per Caio Giulio Cesare, visto che già in antico prese forma e consistenza una robusta letteratura cesariana (i Commentarii di Cesare medesimo, Nicola Damasceno, Appiano, Cassio Dione, Plutarco, Svetonio e via così), ben prima di Shakespeare e Bertolt Brecht, del cinema e delle serie tivù contemporanee. Ma una domanda rimane: che altro dire, su Cesare, e perché? Necessità e furbizie dell’intrattenimento, forse, che deve cambiare pelle anche se lo fa mantenendosi fedele alle regole demotiche del sangue, del sesso e dei soldi. E Cesare al riguardo si presta meglio dei suoi innumeri odiatori e adulatori, o imitatori che dalla tarda Repubblica arrivano fino al Novecento mussoliniano (il duce scrisse anche un dramma teatrale su Cesare) passando fra gli altri per Federico II di Svevia, Arrigo VII e Napoleone Bonaparte. Col che siamo all’eterno presente della politica, ormai neppure lontana dall’intrattenimento, al cesarismo come prosecuzione di Cesare con mezzi aggiornati. Strauss è in larga compagnia quando sostiene con parole sue che Cesare, aristocratico vicino ai popolari, fu un disintermediatore talmente impareggiabile che oltre al Senato finì per inimicarsi i tribuni della plebe. Eppure il popolo, i veterani e i soldati, e cioè il nerbo del potere, rimasero quasi tutti dalla sua parte. La congiura contro di lui, meno pasticciata di quanto avrebbe poi sostenuto Cicerone, non nacque in ambienti soltanto pompeiani: fu il prodotto di una possente fazione oligarchica maggioritaria in Senato e minoritaria nei Comizi, ma sopra tutto uscita sconfitta sul piano militare. Umiliati sul campo di battaglia di Farsalo, accettarono il perdono e le promozioni doviziose elargite da Cesare, e videro nella sua clemenza un ulteriore attentato alla loro dignitas. Come scrive Strauss: “Catone accusava Cesare di arroganza poiché rivendicava il diritto a ‘perdonare’ i suoi nemici. Adottando la stessa prospettiva, un altro autore antico riassumeva così il risentimento contro Cesare: ‘Divenne gravosa per quegli uomini liberi la stessa possibilità che egli aveva di far loro dei doni’” (Floro). Ma quanto erano davvero liberi, i cesaricidi? Giunio e Decimo Bruto avevano conficcato nel proprio nomen il destino dei regicidi, se pure in assenza di un vero sovrano. Il primo, più noto avversario e poi amico di Cesare, di natura sprezzante ma moderata, si fece consegnare da Cassio e dalla moglie Porcia (figlia di Catone) nel ruolo luminosamente angusto di garante politico dell’assassinio. L’altro, Decimo, luogotenente di Cesare e suo commensale alla vigilia delle Idi, colui che quasi di peso vinse le resistenze del morituro a recarsi in Senato nel giorno fatale, fu un traditore di prima grandezza e misera fama postuma (“strega venefica” disse di lui Marco Antonio). Gli altri, ambigui e interessati congiurati, agirono sotto il ricatto dell’insoddisfazione e dell’ingratitudine; ma non si può escludere che alcuni di loro, come in fondo anche Bruto, sentissero in cuore di dover difendere la res publica dall’affronto di una novità giuridica rivoluzionaria: la dittatura perpetua conferita, sì, a Cesare dal Senato, ma da lui evidentemente attesa e agguantata. Cesare rivoluzionario incauto, è opinione comune. Cesare troppo sicuro di sé per ascoltare le voci crescenti su trame e capovolgimenti d’animi alle sue spalle. Strauss si spinge fino al limite estremo: “Perdonò i suoi nobili nemici senza chiedere in cambio il loro perdono. Risparmiò le loro vite, ma in alcuni casi non le loro terre. Concesse loro i titoli a cui ambivano, riducendone però il potere. La crudele verità è che sarebbe stato più sicuro se avesse ucciso i suoi nobili nemici fin da subito”. (Un errore analogo, esiziale secondo Cicerone, commisero poi i cesaricidi lasciando in vita il console designato Marco Antonio; un errore ancor più fatale, secondo Decimo Bruto, avrebbe infine commesso Cicerone medesimo sottovalutando le capacità politiche del sopraggiunto erede Ottaviano Cesare, poi Augusto). Sbagliò, il rivoluzionario Cesare? E fu consapevole nell’errore? Su questo punto ci soccorre la visione di un grande estremista cesariano come Luca Canali, che dopo tante scorribande intorno a Cesare (da preferire sempre, insieme con quelle di Luciano Canfora) ha lasciato a Castelvecchi un ultimo, piccolo legato testamentario messo in ordine e arricchito da Lorenzo Perilli (“Il rivoluzionario conseguente. Cesare, Augusto e il secolo estremo di Roma”). Canali ammette che Cesare “si lasciò uccidere, per stanchezza o per presunzione di fascino. Ma entro quel cerchio, nella pubblica contesa degli interessi e degli istinti camuffati da princìpi e da ideologie, egli fu forse il più spietato, fulmineo, lungimirante uomo che la Storia abbia avuto”. Rivoluzionario, appunto, vindice post graccano degli italici esclusi dalla partecipazione civica, nipote di Caio Mario (marito della zia Giulia) e perciò amico severo delle plebi urbane, quelle indebitate coi latifondisti (“Più al popolo, tuttavia, che ai patrizi egli fu caro, e amatissimo particolarmente dai soldati”, Tito Livio); chiaroveggente e inclusivo verso le forze nuove emergenti nelle terre romanizzate della Gallia, in omaggio al principio di scambio tra integrazione culturale e cittadinanza acquisita, talvolta perfino di rango senatoriale (la stulta et barbarica adrogantia che, grazie all’incoraggiamento decisivo giunto poi dall’imperatore Claudio, sarebbe nel tempo divenuta romanità scelta in figure di primissimo conio come Ausonio e Rutilio Namaziano). Ma a quale prezzo tutto ciò? “V’era indubbiamente nel nuovo regime una distruzione della libertà repubblicana: ma quella libertà, che tanto risuonava nei discorsi degli oligarchi, nella pratica dello Stato non esisteva più. E v’era al contrario in quel regime una libertà ben più alta di quella tradizionale: la libertà che avrebbe permesso, e già permetteva, alle classi e alle popolazioni fino allora oppresse dal privilegio della polis, un apporto decisivo all’economia e alla cultura dello Stato universale”. Canali scivola nel giacobinismo e rimprovera a Cesare, “in luogo del terrore, la clemenza” ovvero “la convinzione di poter saltare, lungo il cammino rivoluzionario, il momento del ‘terrore’. Terrore v’era stato, a Roma, negli ultimi decenni; ma era stato il terrore delle fazioni in lotta per la conquista del potere, e del resto anche durante questa fase di anarchia faziosa Cesare aveva avuto modo di dimostrare il suo equilibrio”.

Non dunque un autentico rivoluzionario, Cesare, “un riformatore che dovette ricorrere a metodi rivoluzionari per realizzare il suo programma”. Un piano dagli esiti imprevedibili, se Cesare non fosse stato assassinato con l’accusa nemmeno implicita di adfectatio regni, alimentata dalla sua sprezzatura verso i canoni di un sistema che non si reggeva più da sé, e mentre un Senato antipatizzante eccitava ad arte i sospetti cumulando su di lui onori semi divini (rifiutati invano, e con insofferenza palese). “Fu ucciso – conclude lirico Canali, arieggiando Strauss – da uomini che egli aveva graziato e gratificato, che, come Bruto, aveva dichiarato eredi nel suo testamento, antichi nemici che non poteva ammettere di non aver definitivamente guadagnato alla sua causa. L’occasione per fermarlo, e averlo più opportunamente a tiro di pugnale, fu appunto un’ennesima richiesta di clemenza. E nell’atto di cadere in terra trafitto da molte ferite, non volle venir meno neanche alla fedeltà al suo stile di eleganza e decoro, ma avvoltosi il capo con la toga con la mano sinistra fece in modo di coprirsi fino ai piedi per cadere in terra più dignitosamente”. La morte come opera d’arte dopo una vita da soldato, condottiero audace, perfetto oratore “ornato ed elegante nella forma” (Cornelio Nepote), letterato “schietto e leggiadro” (Cicerone), astronomo e riformatore del kalendarium, seduttore sopraffino e afroditico (dicono si depilasse alla maniera degli Etruschi).

Il casus necis viene comunemente identificato nell’offesa recata all’ambasceria senatoriale che si presentò nella sua domus publica all’inizio del 44 prima dell’èra volgare per comunicargli l’esito del Senatoconsulto con il quale i patres gli conferivano la dittatura perpetua e il titolo di divus (da esercitare, diciamo così, post mortem). Alla presenza dei senatori, Cesare rimase seduto anziché salutare in piedi. I gesti a Roma contano, non meno dei simboli regali di cui il dittatore poteva far mostra (sella curule, toga purpurea, corona aurea). La maggioranza degli osservatori antichi e moderni vede nell’atteggiamento di Cesare uno sfregio deliberato alla potestà senatoriale. Altri ipotizzano un malessere. Fra costoro c’è Valerio Massimo Manfredi, l’archeologo e scrittore dalla capigliatura à la Caterina Caselli, che nel suo romanzo “Idi di marzo” (Mondadori 2008) certifica un attacco di colite. L’ipotesi suona azzardata o appunto romanzesca, eppure Manfredi è in buona compagnia: in una delle migliori monografie specializzate (“Cesare e il mos maiorum”, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 2001), Giuseppe Zecchini scrive: “Io non escludo che egli rimanesse seduto per un momentaneo malessere, anzi questa mi sembra tutto sommato la spiegazione più probabile di un gesto altrimenti troppo polemico e intempestivo, ma il fatto che esso poté essere interpretato come segno di insofferenza e di altezzosità significa che gli stessi esponenti del Senato sapevamo di non recargli un testo di suo gradimento e con lui concordato”. Ciò spiegherebbe perché Cesare: a) già Pater Patriae come Romolo e Furio Camillo, non ha mai reso operativo il proprio culto in vita, compresa la nomina di Antonio a suo sacerdote (Flamen); b) soltanto un mese dopo ha assunto concretamente la carica dittatoriale; c) nel corso delle antichissime feste Lupercalia del 15 febbraio, rifiutò per due volte il diadema regale che Antonio di punto in bianco gli aveva messo sulla testa: “Solo Giove è re dei romani” (forse fu una messa in scena architettata dai due per svuotare di argomenti la propaganda del fronte nemico).

A metà marzo, nei modi che tutti conoscono, giunse il cesaricidio, dentro la Curia di Pompeo, proprio sotto una statua del triumviro. Strauss resta in superficie ma coglie due aspetti essenziali della vicenda: come ogni altro luogo nel quale usava riunirsi il Senato di Roma, “la Curia di Pompeo era uno spazio sacro, per cui i cospiratori si sarebbero macchiati non solo di un omicidio, ma anche della profanazione di un tempio”; “L’attacco ha qualcosa di una coreografia, perfino un che di ritualistico. Per descriverlo due testi antichi [gli autori sono Plutarco e Floro] usano il linguaggio del sacrificio…”. Profanazione e omicidio rituale. Qui entra in gioco la religione, che in effetti non era mai stata assente poiché nel mondo romano res publica e res sacra sono inscindibili. Ci accostiamo al non detto e al poco dicibile, all’intuibile, al chiaroscuro che balugina nelle vampe eteree come nelle sentenze oracolari delle pizie delfiche (Plutarco fu ierofante di Apollo). Cesare passa per epicureo e per spregiatore del fatalismo, e in parte è senz’altro vero. Il gran giacobino Canali accentua l’aspetto eversivo dell’epicureismo cesariano, però anche lui attinge al vero quando segnala il suo rapporto speciale con la Fortuna: “Una sorte che si può cambiare, come vuole il principio guida del pensare e dell’agire di Cesare… è l’arte emendare fortunam di Orazio, il correggere con le proprie capacità e le proprie forze quel che la sorte ci riserva”. Il che, a dispetto dei laicismi grossolani, non fa di Cesare un ateo né un utilizzatore strumentale delle numerose cariche sacerdotali volute, ottenute e onorate. Sono le più alte, e dal poderoso valore simbolico-gentilizio, considerando che Cesare si diceva fieramente disceso da Venere per lignaggio paterno troiano-latino (Anchise-Enea-Iulo, re e pontefice di Alba venerato come incarnazione numinosa di Vediovis). Scrive Anna Pasqualini: “E’ un fatto che le leggende di fondazione di Lavinio, Alba e Roma, e tutto ciò che sta loro intorno, debbono molto alla dinastia pontificale dei Giuli, culminata nel Pontefice Massimo Giulio Cesare. Sono stati i Giuli – uno di loro, Giulio Proculo, vide salire in cielo l’anima di Romolo; un cugino di Cesare compose Libri Pontificali – a tenere costantemente in vita le loro memorie gentilizie e a far sì che Alba continuasse la sua vita terrena attraverso culti e sacerdozi” (“Le basi documentarie della ‘leggenda’ di Alba Longa”, Annali Archeoclub d’Italia Aricino-nemorense, 2007-2008). Per non dire della prassi gentilizia della communicatio sacrorum nominumque all’erede adottato (nel caso di Cesare: Ottaviano), ai liberti della famiglia o ai propri sodali meritevoli per prodezze belliche. Come nel caso dei Giulii di Provenza, nobiltà equestre gallica egemone nel Primo secolo dell’èra volgare, la quale fiorì per volere di Cesare anzitutto a Glanum come un ramo della Gens Iulia men che cadetto rispetto al sangue albano, eppur verdeggiante di linfe durevoli (c’è uno splendido mausoleo di famiglia a testimone).

Cesare, in fatto di religione, non era né uno scettico né uno sprovveduto, semmai temerario. Lui giovanissimo, Silla gli negò il sacerdozio di Giove (Flamen Dialis). Nel 63 a.e.v. venne eletto Pontefice Massimo, supremo ministro dei culti romani, inferiore a nessuno per potestà decisionale nei sacra publica. Tale dignità, una volta poi sbaragliati i concorrenti politici e militari, gli avrebbe infine permesso di unificare auspicia e imperium in una sola persona: la sua. La carica di Pontifex Maximus garantiva il pieno diritto (ius-fas) di contrastare pressioni e influenze provenienti dagli altri collegi religiosi, a cominciare dall’ordine ambitissimo dei LX Aruspici etruschi, che si rinnovava per cooptazione e simpatizzava per gli ottimati. Nel 58-57, in Gallia, Cesare ricevette amicizia e insegnamenti dall’Archidruido eduo Diviciaco, tanto da pretendere di esercitarne le funzioni nel 46, mediante un doppio sacrificio umano che s’indovina gallo ritu (Diviciaco era morto da qualche anno): la maggior parte delle notizie sul druidismo ancora oggi le dobbiamo al De Bello Gallico, così come a Cesare si deve quel processo di interpretatio religiosa latina delle divinità celtiche che avvicinò alla causa dell’Urbe le più luminose aristocrazie transalpine.

Un altro momento importante arrivò nel 58 quando Sesto Giulio Cesare, cugino di Caio Giulio, diventò sacerdote di Quirino (Flamen Quirinalis), riportando in familia la funzione di Giulio Proculo: se Romolo vivo era figlio di Marte, Romolo divinizzato accede alla condizione di Quirino, un Mars tranquillus. Esattamente come avrebbe voluto essere Cesare-Romolo nel 45, appena debellati i pompeiani nella battaglia di Munda: una sua immagine venne posta nel tempio di Romolo-Quirino, rendendolo contubernalis del nume agli occhi di un non disinteressato Cicerone, che nella sua corrispondenza privata auspica larvatamente per il suo nemico la stessa fine di Romolo: ucciso ritualmente dai patres.

Tornato a Roma vincitore, Cesare istituì (ripristinò?) anche il collegio giovanile dei Luperci Iulii legati alle origini albane dell’Urbe (secondo un lignaggio tradizionale, la festa giovanile di metà febbraio non sarebbe soltanto un rito di passaggio affidato alle famiglie dei Fabi e dei Quintili ma rievocherebbe la fuga di Romolo e Remo da Alba a Roma-prima-di-Roma).

Nel 47 Cesare entrò nel collegio degli Auguri, sacerdozio genuinamente latino e in latente contrapposizione con l’ordine dei LX Aruspici d’inclinazione filosenatoria, come si diceva, allora guidati da Spurinna. Costui era il netvis (nella lingua dei tirreni significa appunto aruspice) che aveva minacciato Cesare di guardarsi dalle Idi di marzo. Scrive di lui Zecchini: “Spurinna nel 44 assiste agli atti religiosamente più significativi compiuti da Cesare e vi interviene in piena libertà col suo giudizio e il suo monito e solo una posizione di assoluto prestigio tra gli aruspici poteva autorizzarlo a un simile atteggiamento”. Nemico o consigliere sgradito? Entrambe le cose, probabilmente. Non potendo intervenire sul loro collegio, che per orgoglio di ascendenza preromana scelse l’ordo equester piuttosto che il laticlavio dell’Urbe, Cesare rabbuiò gli aruspici ufficiali cooptandone altri di sua fiducia in Senato. Spurinna non profetizzò il cesaricidio, ma crediamo a Zecchini quando afferma che i responsi di morte da lui tratti nei sacrifici effettuati da Cesare nel 44 furono “una vera e propria minaccia”, nonché una “immediata risposta alla decisione di Cesare di rompere gli indugi e assumere la dittatura perpetua”. E chi conosca l’Etrusca Disciplina – Cesare non poteva ignorarla – sa che consultare la sorte significa predeterminarla, darle direzione d’efficacia: l’arte emendare fortunam di Orazio citato prima con Luca Canali. Non può essere secondario il fatto che Spurinna provenisse da una stirpe sacerdotale di Tarquinia che aveva consuetudine con i sacrifici di capi consacrati ad Apollo notturno o Pater Soranus, ce lo ricorda un insigne etruscologo contemporaneo come Giovanni Colonna (“Apollon, les Étrusques et Lipara”, MEFR 96, 1984).

Un capitolo a parte, in relazione alla sua morte, meriterebbe il rapporto di Cesare con le acque. Valicò il Rubicone nel 49 a.e.v., vantando il favore di Apollo: “L’atto, gravissimo di per sé, vìola insieme sia la sacralità del limite che quella del fiume, e colloca Cesare in una situazione di non ritorno”, malgrado la “complessa gamma di escamotages comportamentali tesi a diluire, sfumare, e negare, di volta in volta, quanto sta, invece, materialmente accadendo” (Giulia Piccaluga, “Cesare e il controllo sacrale delle acque”, in “I riti del costruire nelle acque violate”, Scienze e Lettere, Roma 2010). Cesare agì nottetempo per sfruttare la qualità magica dell’indistinto, frammentò le truppe per risparmiare un contraccolpo collettivo, lasciò perfino liberi i cavalli utilizzati per il guado (e loro si sarebbero lasciati morire d’inedia in prossimità del cesaricidio. Altro segno misconosciuto. Così come poco nota è la circostanza che la morte di Cesare intervenne prima che lui potesse realizzare il progetto di exaugurare il Campo Marzio e deviare il corso del Tevere: “Non resta che ricordare come, una volta assassinato, colui che aveva progettato una tale violazione del Tevere abbia rischiato di esservi gettato dentro”, dice Piccaluga). Cesare vincitore mirava al regno dei Parti, ma sapeva che lo status di nemico pubblico di Roma gli aveva attirato qualcosa di violentissimo, quasi che le ventitré coltellate dei congiurati lo attendessero già nella Curia. E ventitré coltellate equivalgono all’apoteosi fulgurale o per smembramento rituale inflitta a Romolo-Quirino dai suoi senatori. Chi volesse far di conto in modo non profano capirebbe molte cose. Cesare doveva morire, come Troia doveva cadere. Cesare vive.

Fonte: Il Foglio