C’è sempre qualcosa di triste e insincero nella rinuncia alle proprie radici, ai propri culti, ai propri avi. Nella parola “radice” (il vardh-ati dei parenti hindu) è compresa l’idea di elevazione, una crescita che fa prosperare; perciò nei miti di molti popoli antichi ricorreva la simbologia dell’albero perenne con le radici rivolte verso il cielo, come un axis mundi, centro di collegamento fra i tre mondi (celeste, terrestre, catactonio). “Mettere radici” in questo o quel posto non vuol dire chiudersi alla conoscenza di altri popoli e altre culture, al contrario aiuta a comprendere e rispettare l’altro da sé. Più profonde sono le radici, più in su potrà giungere la chioma dell’albero, e da quella altezza lo sguardo abbraccerà orizzonti vastissimi, consentendo di riconoscere i propri simili anche a lunghe distanze, ma sempre sulla stessa linea di vetta.

on bisogna fraintendere il discorso filosofico degli stoici, che concepiscono l’uomo come cittadino dell’uni-verso, figlio della volta stellata e dell’alma dea Terra, soggetto al disegno incorruttibile della provvidenza. E’ così, ma lo è dopo un percorso di crescita e di rinnovamento interiore (metanoia) precluso ai più. In antico, un flamine romano, un lucumone etrusco, un bramino indiano e un druido celta (e perfino un filosofo stoico…) avrebbero potuto intendersi parlando la lingua della conoscenza, quella degli uccelli e dei venti, del crepitìo d’un focolare o del chioccolìo d’una sorgente; mai però si sarebbero sognati di pretendere una simile capacità da chiunque, se non al prezzo di uno studium, d’una disciplina, d’una prova provata attraverso un percorso di risveglio. Da molti secoli però l’illusione dell’eguaglianza, la morte delle caste, l’irruzione delle religioni di salvezza hanno via via ingrassato la parte più vile dell’uomo (quella umida e terrigena, impantanata nell’humus) e sarebbe sbagliato non farsene una ragione. L’albero-uomo, come genere diciamo così, ha forse dato tutto quel che poteva? Altre forme viventi s’incaricheranno di tramandare ciò che non obbedisce alla legge del caso e del divenire, perché s’incardina ancora nell’asse che non vacilla, quello del mos maiorum?

 Pensavo questo, ieri, ispirato da un frammento di Nietzsche recuperato nella sua “Gaia scienza” (l’edizione Einaudi curata da Carlo Gentili). “Mi è caro pensare gli uomini rari di una certa epoca come germogli postumi, che buttano [io avrei tradotto “gettano”] all’improvviso, di culture trascorse e delle loro energie: per così dire, come l’atavismo di un popolo e della sua civiltà: – in questo modo c’è realmente ancora qualcosa da comprendere in loro! Ora essi appaiono estranei, rari, eccezionali: e chi sente in sé queste forze deve coltivarle, difenderle, onorarle, farle crescere contro un mondo diverso che oppone loro resistenza: e così egli diviene un grand’uomo oppure un pazzo e uno stravagante, ammesso che non abbia a soccombere per tempo”.

Nietzsche, com’è noto, preferì rifugiarsi in una follia nobilitata dal tocco del dionisismo, a modo suo scelse di sacrificarsi per alimentare un dio generoso ed esigente. Oggi i grandi uomini, se ve ne siano, si tengono nascosti. E non è tempo per pazzi e stravaganti, che invece ci sono eccome ma di rado se ne coglie l’importanza. Un tempo al così detto “matto del villaggio” venivano perfino accreditate virtù profetiche e gli si tributava un distaccato rispetto: nella sua follia si presentiva un’espiazione vicaria delle negatività comunitarie, oppure un lignaggio sepolto nella memoria del tempo, l’eredità incognita di chissà quale avo impegnato nella divinazione e nell’occultismo. Questo pensiero magico, questo modo prelogico di accostarsi al mistero della vita ordinaria, è rimasto nei fanciulli: stelle giovani non ancora sfiduciate dal calcolo razionale. Poi l’adolescenza moderna annerisce la luce e spegne certi bagliori, al più sostituendoli con un videogioco.

C’è atavismo e atavismo, d’accordo. Guai a fermarsi al dato biologico. Lo stesso Nietzsche, che pure troppo concesse alla biologia, non penso intendesse limitarsi al corredo genetico quando parlava di atavismo. Si tratta più che altro di risonanze interiori, la sensazione di appartenere a una catena invisibile della quale il sangue (famigliare, gentilizio, nazionale) è l’aspetto esteriore necessario ma non sufficiente, insomma un buon conduttore di elettricità. Conoscere i propri avi significa risalire alle origini della catena, dove troneggia il nume che li ha generati, prima che sopraggiungessero le loro inclinazioni “sub lunari”, le loro passioni, qualità e vizi personali. Ecco il punto: bisogna saper selezionare, schivando il superfluo e il dannoso. Perché nel nostro sangue scorrono anche l’iracondia di un padre, l’ansia patologica di una madre, il narcisismo di un nonno, l’insoddisfazione frustrante di una bisnonna e così via. Talvolta ci sono addirittura empietà o ingiustizie da riparare.Chi sceglie di elevarsi al di sopra della propria radice, di superare lo stato dell’humus, intraprende un viaggio nel labirinto immateriale costruito dalle generazioni precedenti. Prima di giungere nel vestibolo dell’avo primigenio, si dovrà navigare come Ulisse verso la sua reggia di Itaca. Il che aiuta a capire la cura e l’ardore nel culto degli antenati tipico di ogni civiltà tradizionale.

Lo stesso dedalo attende, su scala maggiore, chi voglia ridestarsi alla conoscenza della propria stirpe, che nel caso nostro è italica e romana. Il primo passo da compiere è un sacrificio: bruciare le certezze della personalità moderna, gli abiti soffocanti tessuti dai pensieri ossessivi dell’epoca in cui si vive. Dopodiché l’istinto, un’intelligenza cardiaca accesa dal ricordo di sé, dirigerà verso l’albero maestro della Patria intorno al quale si salda quello che i nativi americani chiamano “cerchio della nazione”, protetto dai Divini Gemelli. La strada è lunga e richiede una guida, un “Virgilio” dantesco. Ma perché fermarsi a Dante quando esiste il Virgilio dell’Eneide? Il poema delle nostre radici è lì, pronto a risuonare nei cuori impavidi.

 

Fonte: Il Foglio