Intervista a cura di Luigi Mascheroni

Massimo Fini sta perdendo la vista, a causa di una degenerazione oculare. Lo ha rivelato un anno fa. Ma, come narra il mito ancestrale del «cieco veggente», compensa l’impossibilità di vedere con una particolare capacità di guardare il presente, e anticipare il futuro.

Del resto i suoi scritti – da La Ragione aveva Torto? (1985) fino a Il vizio oscuro dell’Occidente (2003) – hanno spesso profetizzato il nostro oggi, suggerendoci ciò che avremmo dovuto o non avremmo dovuto fare.

Massimo Fini, l’uomo deve fare tutto ciò che la scienza gli permette di fare?

«Prima occorre distinguere tra scienza e tecnologia. La scienza, intesa come conoscenza, è consustanziale all’uomo, è ciò che lo distingue dagli altri animali: noi dobbiamo continuare a conoscere. Altra cosa è la scienza tecnologicamente applicata. E allora la domanda diventa: è bene che l’uomo faccia tutto ciò che la tecnologia lo mette in grado di fare?».

La risposta?

«La mia risposta, seguendo il pensiero greco, che ha un forte senso del limite, è no. I greci, grazie a Pitagora, a Filolao e a altri straordinari scienziati e pensatori, avevano una teoria della meccanica che avrebbe permesso loro di costruire macchine tecnologicamente complesse. Ma non lo fecero. Sapevano che modificare o replicare la Natura è pericoloso. Usavano il termine hybris per indicare il delirio di onnipotenza dell’uomo, che provoca la fzònos Zeon, l’invidia degli Dei, con la conseguente punizione. Sul frontespizio del Tempio di Delfi era scolpito: méden àgan, Niente di troppo. Avevano conservato il senso del limite. Che la modernità, dall’illuminismo in avanti, ha perduto».

Il fisico nucleare Edoardo Amaldi, uno dei «Ragazzi di via Panisperna», disse: «Non c’è niente da fare: l’uomo se può fare una cosa prima o poi la fa».

«La Natura ha elaborato le sue leggi in milioni di anni. Io non ho il mito della Natura, che in sé non è né buona né cattiva, né morale né immorale, ma semplicemente a-morale. Però mi fido più di lei che di uno scienziato premio Nobel che non può conoscere le conseguenze delle proprie invenzioni».

Gli scienziati però hanno allungato la durata media della vita.

«Che vivere fino a 80-90 anni sia un bene è da discutere. Certo, da un punto di vista personale, ognuno di noi farebbe qualsiasi cosa per guadagnare anche solo un anno di vita. Ma dal punto di vista generale la cosa pone problemi enormi, e non solo di welfare. Arrivare a 60-65 anni avendo ancora i propri genitori – a proposito di natura – è qualcosa di innaturale».

Cosa pensi della «maternità surrogata»?

«Assolutamente contrario. Credo che tutto ciò che ci allontana dalla natura sia insidioso e pericoloso. Il filosofo della scienza Paolo Rossi, morto nel 2012, mi diceva che nel momento in cui la tecnologia risolve un problema ne apre altri dieci. Dopo la maternità surrogata, cosa arriverà? Nel campo della procreazione si sta già sperimentando la possibilità per una donna di autofecondarsi prendendo gli elementi essenziali dell’embrione dal proprio corpo. È un orrore, e la chiamano vita…».

E la morte? Sei contrario anche al «dare» scientificamente la morte?

«Soprattutto la morte. Noi non abbiamo alcun diritto alla morte facile, quella che ti fa prendere un treno, andare in Svizzera, farti fare un’iniezione e via… Semmai abbiamo diritto a una morte naturale, senza che la tecnologia ce lo impedisca. Io dico no sia all’accanimento terapeutico sia a pratiche mediche come l’eutanasia. Sono scorciatoie per ingannare la Natura. Lo sai cosa succedeva un tempo fra gli eschimesi? Quando un anziano capiva che era arrivato il proprio tempo, la sera radunava tutto il suo clan, guardava in silenzio i suoi cari, gli amici, e poi usciva e andava a morire nel freddo polare. Ecco cos’è la bella morte. L’abbiamo perduta. Non è più accettabile, oggi, nella società del benessere e del diritto stronzissimo alla felicità».

Contrario anche alle ricerche sul Dna?

«Contrarissimo. Abbiamo dimenticato il profondo insegnamento di Eraclito: Tu non troverai i confini dell’anima, per quanto vada innanzi, tanto profonda è la sua ragione. Cercare nel Dna le ragioni della vita è folle e stupido: non puoi trovarle. Perfino Bacone, che è considerato uno dei padri della rivoluzione scientifica, affermava: L’uomo è il ministro della Natura ma alla Natura si comanda solo obbedendo ad essa. Pensiamo di andare avanti e torniamo indietro».

I «secoli bui» sono quelli che abbiamo davanti?

«Sono quelli che stiamo vivendo. I futuri saranno forse ancora peggiori».

Sei un reazionario?

«No, sono uno che crede che il passato può essere una fonte di ispirazione. Cercare la parte migliore in ciò che abbiamo lasciato dietro di noi e trarne suggestioni utili per affrontare il presente, e magari il futuro. È un atteggiamento che necessita tempo e coraggio, e che è scomparso. I politici non possono permetterselo, troppo concentrati, per acquisire e mantenere il consenso, sull’hic et nunc. Dovrebbero farlo gli intellettuali. Se ce ne fossero ancora».

Il tuo manifesto dell’antimodernità – No alla globalizzazione né di uomini né di capitali né delle merci né dei diritti, No al capitalismo e al marxismo, due facce della stessa medaglia, l’industrialismo, No alle oligarchie politiche ed economiche – c’entra qualcosa in tutto questo?

«Il manifesto dell’antimodernità è l’essenza del mio pensiero. È l’idea che nel passato pre-industriale c’erano sì fatiche immense, ma anche un mondo più equilibrato e armonico. Oggi appena raggiungi un obiettivo ne devi subito raggiungere un altro, e poi un altro, e poi un altro… È il progresso…».

Il progresso non è sempre buono e giusto?

«No. E non l’ho detto io. L’ha detto Joseph Ratzinger prima ancora di diventare Papa. Il progresso non ha migliorato la società, si presenta semmai come una minaccia per l’umanità. Forse bisognerebbe ragionarci sopra. Ma non lo si fa. Perché se si facesse il sistema crollerebbe su se stesso. In questo i valori cristiani hanno da insegnarci molto. Pensa all’episodio evangelico di Gesù che entra nel tempio e comincia a scacciare i venditori, dicendo loro: “Sta scritto: ‘La mia casa sarà una casa di preghiera’, ma voi ne avete fatto un covo di ladri”. Ecco. L’ossessione del denaro e la perdita del sacro – lo dico da pagano – è preoccupante».

E la perdita dell’etica? Che rapporto c’è tra scienza e etica?

«L’etica non c’entra nulla con la scienza. C’entra solo la pratica. Il problema non è che abusando della scienza tecnologicamente applicata infrangiamo chissà quali principi etici, è che semplicemente ci facciamo del male. A noi, alla società, al pianeta. Se ci facessimo del bene sarei disposto ad abbattere qualsiasi etica».

Antimoderno, antiprogressista, antitecnologico. Critico verso l’illuminismo, verso la scienza, verso il potere della ragione. La Ragione aveva torto?

«Sì, la Ragione ha un torto metafisico. Era comprensibile, all’epoca della rivoluzione scientifica e industriale, che l’uomo cercasse di liberarsi dal dolore e dalla fatica cui lo condannava la vita quotidiana. Ma a due secoli e mezzo di distanza, dobbiamo chiederci se la strada che abbiamo imboccato sia quella giusta. O no».

Fonte: Il Giornale