Per comprendere l’appello che la Turchia ha indirizzato alla Nato, un’organizzazione di cui è stata per molto tempo un membro distratto, conviene tornare all’attentato del 20 luglio a Suruc, una città a 2 chilometri dalla frontiera siriana. In quella occasione l’Isis ha ucciso più di trenta persone e ne ha ferite un centinaio. Erano giovani, in buona parte curdi, che si apprestavano a partire per Kobane, la città che i curdi siriani, negli scorsi mesi, avevano tenacemente difeso contro l’Isis. Ma del gruppo facevano parte anche giovani laici e democratici che nelle ultime elezioni politiche hanno probabilmente votato per l’Hdp, il Partito democratico del popolo.

Il suo leader, il curdo Selahattin Demirtas, non ha esitato a denunciare pubblicamente l’ambiguità della Turchia di Erdogan: un Paese che è membro della Nato, ma non ha fatto mancare assistenza ai guerriglieri dello Stato islamico. Le stesse osservazioni circolavano in Occidente da parecchio tempo. Era lecito essere alleati degli Stati Uniti nella maggiore organizzazione militare dell’Occidente e, contemporaneamente, dare prova di simpatia per un movimento che Washington, alla testa di una coalizione, sta cercando di sconfiggere? Potevano il presidente Recep Tayyip Erdogan e il primo ministro Ahmet Davutoglu accettare senza reagire una violazione della sovranità nazionale turca come l’attentato di Suruc? I l governo turco doveva reagire e lo ha fatto, tra l’altro, permettendo agli americani di utilizzare la base militare di Incirlik per le incursioni dei loro aerei contro l’Isis. Non è certo, tuttavia, che la reazione all’attentato di Suruc annunci una nuova politica turca rispetto a quella praticata negli scorsi anni.

Il rapporto con gli Stati Uniti è cambiato da quando il Parlamento turco, nella primavera del 2003, negò alle truppe americane il permesso di attraversare la Turchia per invadere l’Iraq dal Nord. Il progressivo distacco della Turchia dall’Occidente è divenuto ancora più evidente quando il governo turco, dopo le rivolte arabe, ha sostenuto la Fratellanza musulmana e le sue ramificazioni mediorientali. Sapevamo da tempo che la Turchia aspirava a riconquistare nella regione, con i necessari adattamenti imposti dal tempo trascorso, il ruolo che era stato dell’Impero ottomano sino al suo declino. Ma era difficile immaginare che avrebbe spinto la sua simpatia per la Fratellanza sino alla rottura delle relazioni diplomatiche con il governo del maresciallo Al Sisi. In un momento in cui il mondo musulmano è dominato dal contrasto fra sunniti e sciiti, la Turchia, con una decisione che è allo stesso tempo politica e religiosa, ha scelto, in molte circostanze, il campo sunnita. Forse non è stata interamente complice dell’Isis, ma quando le circostanze hanno imposto una scelta fra lo Stato islamico e il regime filo-sciita del presidente siriano, ha scelto spesso il primo. E quando i curdi hanno dimostrato di essere i più efficaci e coraggiosi nemici dell’Isis, ha assistito senza reagire alla battaglia di Kobane in cui i primi correvano il rischio di soccombere alle forze del «califfo» Al Baghdadi. Non sarebbe giusto ignorare le ragioni dei turchi.

La guerra di George W. Bush in Iraq ha dato il via alla disintegrazione di un Paese che soltanto la dittatura di Saddam Hussein era riuscita, sia pure precariamente, a unificare. I curdi iracheni ne hanno approfittato per creare una provincia autonoma, molto simile a un piccolo Stato; e i turchi hanno colto l’occasione per fare del Kurdistan iracheno un utile partner economico. Ma la rivolta contro il regime di Damasco ha offerto un ruolo anche ai curdi siriani. Da quel momento i curdi, ovunque siano, sono diventati i protagonisti della regione, il popolo che costruiva combattendo, in Iraq e in Siria, il suo diritto all’indipendenza. Non è sorprendente che in queste nuove circostanze i rapporti del governo di Ankara con la propria minoranza turca, apparentemente avviati verso una migliore convivenza, siano rapidamente peggiorati. E non è sorprendente che Erdogan e il suo primo ministro, messi di fronte alla necessità di scegliere il loro obiettivo prioritario abbiano deciso di difendere l’integrità dello Stato. Comprendere le ragioni di un alleato, tuttavia, non significa condividerle. Per l’Europa l’obiettivo prioritario è la sconfitta dell’Isis e i curdi sono, in questa prospettiva, i suoi alleati. Se Ankara chiede alla Nato di essere autorizzata a combattere contemporaneamente l’Isis e i curdi, come sta accadendo in questi giorni, saremo costretti a rispondere che i nemici dei nostri nemici sono i nostri amici.

Fonte: Il Corriere della Sera