Le guerre di Siria e Iraq non solo mietono migliaia di vittime civili in stati in disgregazione e portatori di instabilità in una vasta aerea del mondo ma l’esito di questi conflitti appare sempre più incerto e controverso anche nel caso di sconfitta del Califfato. Non è questa la prima volta che accade negli ultimi decenni: gli Stati Uniti soprattutto sono nella scomoda posizione di combattere con alleati diversi e conflittuali sui due fronti. In Siria gli Usa sono contro Assad, la Russia e l’Iran, in Iraq sostengono l’esercito del governo sciita di Baghdad legato strettamente a Teheran. Come se non bastasse Putin il 10 ottobre si prepara a incontrare Erdogan e sarebbe davvero paradossale ma non così improbabile che un alleato della Nato trovasse un’intesa sulla Siria con la Russia.

Gli Usa si sono cimentati in 64 guerre grandi e piccole negli ultimi cent’anni, in 43 dei casi giungendo solo al pareggio. Troppi pareggi, commenta l’ex diplomatico americano e giornalista James Hansen. Tolte anche le nove sconfitte, hanno vinto meno del 20% dei conflitti. Lo dice il Socom, il comando unificato delle forze speciali americane. Il documento delle forze speciali, che comprendono Navy Seals, Delta Force e Berretti Verdi, esamina i nove conflitti cui hanno preso parte gli americani negli ultimi 15 anni con la presidenza prima di Bush junior e poi di Obama: il risultato stilato in termini calcistici è di zero vittorie, due sconfitte e sette pareggi.

L’analisi si intitola “A Century of war and Gray Zone Challenges” e risale al settembre 2015 ma è stata da poco resa nota dal sito TomDispatch.com grazie a una legge che permette di accedere a documenti riservati se chi le detiene non riesce a motivarne la segretezza. I risultati delle guerre possono essere opinabili ma raramente è necessario tenerli segreti.

Vengono esaminati cento anni di interventi militari americani e dei 64 conflitti considerati solo cinque vengono definiti di primaria importanza. Tre sono stati vinti, la prima guerra mondiale, la seconda e Desert Storm in Iraq nel ’91, una sconfitta, il Vietnam, e un pareggio, la guerra di Corea negli anni Cinquanta. Nella zona grigia citata nel titolo del documento ricadono i conflitti minori con un bilancio di nove vittorie, otto sconfitte e ben 42 pareggi.

Gli Stati Uniti ovviamente non sono una “tigre di carta” ma la maggior superpotenza militare mai comparsa sul globo, eppure c’è da chiedersi se condurre tutte queste guerre sia davvero funzionale agli obiettivi che si pongono i presidenti americani. Qualcuno afferma che le guerre servono a far lavorare l’industria degli armamenti e a esportarli in tutto il mondo. Questa può essere una giustificazione: Stati Uniti e Russia mantengono le loro posizioni di guida come principali esportatori di armi nel periodo 2011-2015. Secondo il Sipri, l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, gli Stati Uniti sono i leader con un terzo del totale e un aumento del 27% rispetto al quinquennio precedente mentre la Russia mantiene il secondo posto con una quota pari a un quarto dell’export globale.

Tuttavia tutti questi pareggi fanno pensare che l’azione militare non sia in molti casi lo strumento più adatto ed efficace della politica estera americana. Possibile che gli Stati Uniti facciano troppe guerre in troppi posti sbagliati? Una domanda che appare legittima scorrendo i risultati del rapporto.

Fonte: Il Sole 24 Ore