Barack Obama ha prolungato di qualche anno la durata di una leadership declinante. Non è amato da un grande numero dei suoi connazionali e si lascia alle spalle una eredità ineguale, fatta di mezze vittorie, iniziative generose e discutibili successi. Ma ha trasmesso al mondo l’immagine di un uomo che non ha collusioni imbarazzanti e sbaglia, come gli è accaduto frequentemente, in buona fede. L’immagine del potere nei prossimi anni, chiunque vinca, sarà alquanto diversa. Donald Trump è un palazzinaro libertino e volgare, un evasore fiscale che esibisce sfacciatamente i suoi vizi e parla ai peggiori istinti della società americana. Hillary Clinton conosce il mestiere della politica e ha alcune innegabili doti professionali. Ma ha anche segreti che custodisce morbosamente, è molto legata agli ambienti di Wall Street e ha un tesoretto elettorale probabilmente alimentato da persone e gruppi che non esiteranno a reclamare i frutti del loro investimento.

Non è rassicurante, per gli americani e per i loro alleati, che un ex-segretario di Stato parli di politica estera a porte chiuse di fronte a una accolta di banchieri e venga compensato con più di duecentomila dollari. Quale può essere il corrispettivo di tali somme se non la implicita promessa di favori futuri? Trump e Clinton sono molto diversi, ma appartengono entrambi a una democrazia fondata sul denaro. Esiste una legge degli Stati Uniti che prevede un finanziamento pubblico per i candidati alla Casa Bianca, ma obbliga il beneficiario a non accettare fondi privati al di sopra di una certa soglia; ed è per questa ragione poco utilizzata. Vi era anche una norma che limitava l’ammontare dei finanziamenti privati, ma è stata cassata dalla Corte Suprema nel 2010: una manna per le lobby e per i candidati che sono pronti a scambiare la propria rispettabilità contro i mezzi finanziari necessari al successo elettorale. Non è sorprendente. Da qualche anno il costo delle campagne elettorali cresce vertiginosamente: 5 miliardi di dollari nel 2008, 6 miliardi nel 2012, una somma forse superiore nel 2016. Vi è un altro aspetto di queste elezioni che non dobbiamo trascurare.

Il giorno dopo, gli Stati Uniti continueranno a essere un Paese dilaniato dallo scontro velenoso di due candidati che si sono battuti sino all’ultimo insulto e potrebbero azzuffarsi d’ora in poi anche nelle aule dei tribunali. Ciascuno dei due, vincitore o sconfitto, lascerà sul terreno un «partito dell’odio», pronto a riprendere la battaglia non appena ne avrà l’occasione. Questa situazione non può lasciare l’Europa indifferente. Non è stato facile convivere, negli ultimi quindici anni, con un Paese che ha destabilizzato l’intero Medio Oriente e ha contribuito con le sue leggi alla nascita di una finanza cinica e sregolata. E non sarà facile convivere d’ora in poi con un Paese avvelenato da sospetti e risentimenti. Dobbiamo prepararci ad affrontare circostanze in cui non sarà né possibile né saggio fare affidamento sugli Stati Uniti. E dobbiamo evitare che il vuoto lasciato dal declino della loro leadership venga riempito dalle ambizioni e dall’avventurismo di altre potenze. La risposta a questo problema può essere data soltanto da una Europa unita e solidale. Mai ne abbiamo avuto altrettanto bisogno.

Fonte: Corriere della Sera