Uno legge certi giornali e si sente proiettato in una barzelletta dei carabinieri. In particolare, in quella in cui una pattuglia ferma un’automobile per un controllo. Il maresciallo chiede all’appuntato: “Funziona la freccia?”. L’appuntato risponde: “Adesso sì, adesso no, adesso sì, adesso no…”.

Per questi giornali la guerra in Siria c’è, è drammatica, brutale, orrenda. Ma a giorni alterni. Lo è quando si possono accusare i siriani di Assad e i russi di ogni nefandezza. Non lo è, e comunque se lo è non vale la pena di raccontarlo, quando a colpire sono i miliziani di al Nusra, dell’Isis o di una qualunque delle decine di formazioni più o meno “radicali” o “moderate”. Non lo è quando sparano i turchi. E così via. Adesso sì, adesso no…

Il caso di Aleppo è tipico. Passato il periodo di Pasqua la tregua è andata via via sgretolandosi. E le milizie di Al Nusra e Isis, comunque escluse dalla tregua ma pronte ad approfittare del rallentamento delle azioni militari per rinserrare i ranghi, hanno ripreso le loro operazioni. Ad Aleppo, due terzi della città controllati dai governativi e un terzo nelle mani dei miliziani, in queste ultime settimane la morte ha visitato centinaia di persone. Non è difficile scoprirlo, basta telefonare a chi vive laggiù. Migliaia di missili e di colpi di mortaio sparati dai ribelli anti-Assad hanno martellato i quartieri e ucciso civili, come peraltro fanno da anni.

In quel caso, però, tutto taceva. Non c’era alcun “attivista” (bellissima parola, fa venire in mente qualcosa di nobile, ma: attivista di che? Sarebbe utile saperlo) a tenere il conto delle vittime. Poi viene colpito l’ospedale dei Medici senza Frontiere e tutto cambia: paginate, sdegno, dolore. E conoscenza perfetta di chi, come e quando ha commesso il crimine. Perché? Perché lo dicono gli “attivisti”, improvvisamente ridestatisi dal coma. Adesso sì, adesso no…

E invece la guerra non è una barzelletta. È una cosa seria, schifosamente seria. E lo è tutti i giorni, non solo quando fa comodo alla propaganda di questo o di quello. Perché la realtà della Siria è una sola e non è cambiata da quando Obama, nell’estate del 2013, si fece venire in mente di bombardare le truppe di Assad e anche papa Francesco dovette intervenire per fermarlo: eliminare Assad vuol dire sbandare quel che resta dello Stato siriano e lasciare campo libero all’Isis e ad Al Nusra (cioè ad Al Qaeda). Vuol dire creare in Siria e in Iraq una situazione come quella della Libia, solo cento volte peggiore.

Per carità, ci sono anche quelli a cui questo scenario va benissimo. Sauditi, turchi, kuwaitiani, israeliani alla Netanyahu, funzionari della Nato, forse anche un po’ di americani e dei loro amici italiani. Secondo noi sarebbe il più atroce dei disastri. Ma in ogni caso, il giochino dei morti “buoni” e dei morti”cattivi”, quindi inesistenti, ormai fa più che vergogna: fa vomitare.

Eppure viene ripetuto con cinismo in ogni occasione. Con Aleppo, ovviamente. Potrei raccontare ogni giorno una storia come quella del pediatra Mohammed, morto nel bombardamento dell’ospedale pediatrico. Per esempio quella di Safa, una mamma di 36 anni: un missile dei ribelli ha colpito l’automobile su cui viaggiava e le ha portato via il marito, tre figlie e un figlio di due anni e mezzo. Tutta la famiglia tranne lei, viva per miracolo. Ne avete sentito parlare? No, nessun “attivista” si è fatto vivo con le redazioni. Adesso si, adesso no…

E così via. Abbattuto l’aereo della Malaysia sull’Ucraina? Giusto lutto globale. Abbattuto l’aereo russo sul Sinai? Quasi indifferenza. A proposito: perché della tragedia del Sinai sappiamo tutto e di quella dell’Ucraina ancora nulla? Non è strano? L’artiglieria ucraina uccide civili nel Donbass? Quattro righe a fondo pagina, anche se è successo ieri e tra i morti c’è una donna incinta. Un attivista indipendentista filorusso muore in carcere a Odessa dopo mesi di torture e percosse? Questa volta due righe a fondo pagina, nulla a confronto delle decine di pagine dedicate a Nadiya Savchenko, la pilota di elicotteri militari processata e condannata in Russia.

E così via. In Siria, l’assedio per definizione è quello di Madaya, 40 mila persone tormentate dalla fame nella città tenuta dai miliziani e bloccata dalle forze leali ad Assad. Quello dell’area di Deir Ezzor, dove 250 mila siriani sono circondati dall’Isis, non è un assedio. Semplicemente non è, non se ne parla, non deve esistere. Adesso sì, adesso no.

È questo il sistema con cui l’Occidente ha perso ogni credibilità in Medio Oriente. E l’ha persa non presso gli islamisti con il pugnale tra i denti, che sono pericolosi ma non importanti. L’ha persa presso la gente comune, quella che alla fine farà la differenza.

Fonte: Gli occhi della guerra