La selezione dei cervelli che propongono i temi per gli esami di maturità è sempre sorprendente: un misto di ovvietà, tartufismo e atteggiamento politicamente corretto che impone argomenti vieti usati ed abusati. Naturalmente non può mancare la Resistenza, ricorrendo i «settant’anni» dalla fine del Fascismo. Una ricorrenza zoppa e probabilmente inutile dal momento che la contrapposizione tra fascisti e antifascisti potrebbe perfino non essere percepita da un giovane di diciotto anni. Per esperienza so che una ragazza di vent’anni, oggi, può ignorare chi sia Mao Tse-tung. Appare dunque forzato esaltare (senza ovvie alternative) l’antifascismo almeno quanto esortare a non saponificare esseri umani, ricordando l’esistenza criminale della Cianciulli. Tra ricorrenze che cadono tonde, come quelle proprie di un centenario, ci sarebbe, peraltro, la Grande guerra, che ha dato occasione a belle mostre (con opere italiane originali e rare) come quella nelle Gallerie d’Italia a Milano. Ma l’estensore dei temi non prova soddisfazione in ciò che mostra l’Italia positiva o vincitrice.

Per quello che riguarda la letteratura, poi, inutile opporre riflessioni di scrittori come Leonardo Sciascia, Tomasi di Lampedusa, Tommaso Landolfi, Vitaliano Brancati. Non può invece, naturalmente, mancare un Italo Calvino d’ordinanza, con il solito pezzo ovvio e rassicurante. Ma la sovrana vergogna è nella scelta dei dipinti con il fondamentale equivoco di assumerli per ragioni illustrative e non estetiche. Il tema è «La letteratura come esperienza di vita», e i «documenti» sono tre brutti quadri di Van Gogh, di Matisse e di Hopper, forse i più brutti quadri dei tre pittori, proposti con titoli e date sbagliate. Il Matisse è «La lettrice in abito viola» (e non bianco, e la data è 1919 e non 1898). La scelta è coerente con lo strabismo del presidente del Consiglio, così alieno del suo Paese, da pensare che le priorità del governo siano la riforma del Senato e quella della legge elettorale. Nessun dubbio che Renzi ami Van Gogh, Matisse e Hopper.

Infatti la scelta di tre quadri di artisti stranieri è autolesionistica, quando si ha a disposizione tanta arte italiana. Ed è propria di chi vuole mostrarsi moderno e veloce. Una sconcertante banalità, com’è banale mostrare persone che leggono per illustrare la letteratura come esperienza di vita. Su questo stesso tema, anche anteponendo il contenuto alla forma, ci sarebbe stato l’imbarazzo della scelta tra i grandi dell’arte italiana, dal San Gerolamo nello studio di Antonello al Sant’Agostino di Vittore Carpaccio, al San Gerolamo di Caravaggio, all’Antonio Riccobono di Giovan Battista Tiepolo. Il provincialismo fa preferire Van Gogh, Matisse ed Hopper. Eppure un grande regista inglese come Peter Greenaway, nella sezione a lui dedicata nel Padiglione Italia della Biennale di Venezia, curato da Vincenzo Trione, esalta l’Italia e la bellezza degli artisti italiani denunciando l’ignoranza e la superficialità di intellettuali e amministratori che non ne sono consapevoli. Io gli ho risposto all’Expo, nel Padiglione Eataly, portando meravigliose opere originali di artisti anche poco conosciuti, per una mia ansia pedagogica. E mentre Peter Greenaway esalta l’arte italiana, insegnanti ed esperti del Miur, cosa fanno? Propongono ai giovani tre quadri di artisti stranieri brutti. E sbagliano anche la didascalia. Che dire? Leggano più Roberto Longhi e meno Italo Calvino.

Fonte: Il Giornale