«Qui dello Stato islamico sono rimasti i cadaveri e le insegne. Da qui è iniziata la nostra rivincita.

Da qui riconquisteremo Raqqa». Il generale Munzer Zamani non parla a caso. Per capirlo basta guardarsi attorno. I cartelli neri dell’Isis con il richiamo al Profeta e l’esortazione ad Allah iscritta in un candido circolo bianco costeggiano da 15 chilometri l’autostrada per Raqqa. Intorno non è rimasto nulla. Le bombe russe e siriane hanno fatto «tabula rasa» di ogni postazione del Califfato. Palazzi e case sono impressionanti panini di cemento appiattiti e spianati dalla manata di un invisibile gigante. Qui e là gli scheletri di automezzi e camion inceneriti, circondati da resti umani smembrati e carbonizzati, raccontano d’una ritirata disordinata e frettolosa. Qui, davanti a trincee e camminamenti, sono rimasti, come in un film dell’orrore, scheletri, teschi biancheggianti e brandelli di divise del Califfato. È quel che resta degli assalti lanciati per anni dai fedelissimi di Al Baghdadi. Più in là invece ci sono i corpi in decomposizione dei caduti durante l’ultima battaglia. La battaglia che ha costretto l’Isis a indietreggiare di almeno (…)

(…) 30 chilometri lungo l’autostrada per Raqqa.

Siamo a Kuweyres, una base dell’aviazione siriana, 26 chilometri a est di Aleppo. Per tre anni il 62enne generale Zamani e i suoi 1.200 uomini hanno difeso questo perimetro di tre chilometri per quattro circondato dai militanti dello Stato islamico. Dal 2013 intorno e dentro a questa Fort Alamo siriana si è combattuto contro un nemico dilagato come una marea in tutti i territori circostanti e arrivato a lambire la periferia orientale di Aleppo. «Eravamo circondati, ma non abbiamo mai mollato. In questa base i miei soldati hanno combattuto come i russi a Stalingrado. Lì la resistenza ai tedeschi durò per 999 giorni, qui abbiamo combattuto per 216 giorni di più».

Il vero vincitore della battaglia di Kuweyres, il vero demiurgo della grande offensiva che – con il decisivo appoggio dei bombardieri russi – ha spazzato via lo Stato islamico si chiama però Suheil al Hassan. Quando pronunci il nome di quel collega diventato, a solo 46 anni, il generale più giovane e famoso di tutta la Siria, Zamani si scioglie in un sorriso di gratitudine. «Il generale Suheil, il Tigre come lo chiamiamo noi, è stato il nostro salvatore. Io qui ho combattuto per tre anni perdendo 600 uomini, ma da solo non ne sarei uscito vivo. Suheil si è mosso da Aleppo, ha fatto a pezzi lo Stato islamico metro dopo metro e alla fine lo ha attaccato su tre lati costringendolo a ritirarsi trenta chilometri a est». Pochi del resto qui in Siria mettono in dubbio la gloria del Tigre. Dopo aver sbaragliato lo Stato islamico a Kuweyres, il generale Suheil, ha appena liberato Palmira per puntare poi alla riconquista dei pozzi petroliferi di Der El Ezzor. Una mossa che secondo molti prelude alla riconquista di Raqqa e alla definitiva sconfitta del Califfato sul versante siriano. Cresciuto tra le file del Direttorato d’Intelligence dell’Aereonautica Militare, il Tigre è oggi l’uomo simbolo della riscossa siriana. Una riscossa iniziata alla fine dell’estate del 2013 quando, ancora colonnello, guida una spettacolare avanzata di 250 chilometri in mezzo alle linee ribelli che lo porta, tra il settembre e l’ottobre dello stesso anno, a riconquistare 40 villaggi spezzando, per la prima volta dal 2012, l’assedio di Aleppo. Amato dagli iraniani e sostenuto dai russi, sempre pronti a fornirgli il massimo appoggio, il Tigre è il terrore dei nemici.

Le distese di macerie e rovine che fanno da contrappunto alla sua avanzata su Kuweyres sono l’esemplificazione della dottrina militare di un comandante pronto a muovere le truppe solo dopo aver fatto «tabula rasa» di tutte le posizioni nemiche. Un comandante sempre attento a ricordare che «ogni villaggio, ogni centro abitato ancora in piedi è un possibile covo di terroristi». Il Tigre è, del resto, l’unico generale a cui Bashar Assad permette di richiedere l’intervento dell’aviazione e di disporre liberamente di 130 obici della «Quarta Divisione Corazzata», messi a disposizione delle sue truppe. Ma nella leggenda del Tigre rientrano anche l’impegno a non rivedere il figlio, nato 4 anni fa, prima di aver consegnato la vittoria finale a Bashar Assad e il puntuale invito ad arrendersi rivolto al nemico prima di ogni assalto decisivo. Un invito seguito prima dall’indicazione della via di fuga, lasciata a disposizione di chi voglia ritirarsi, e poi dalla raccomandazione di comportarsi lealmente perché, ricorda sempre il Tigre, «tutti quelli che hanno tentato d’ingannarmi sono morti».

Prima dell’arrivo di Suheil la base circondata di Kuweyres è stata comunque uno dei più spietati fronti della guerra siriana. «Qui era facile perdere la speranza, il nemico era a cento metri, gli unici rifornimenti arrivavano per via aerea e ogni giorno qualcuno moriva o restava ferito ma nessuno ha mai pensato di arrendersi», ricorda il generale mentre ci accompagna all’entrata occidentale della base. Qui il paesaggio ricorda l’epicentro di un terremoto. Gli edifici che un tempo ospitavano il personale sono cumuli di macerie informi, circondate da enorme voragini che hanno risucchiato porzioni di palazzi e resti di mezzi blindati. «Da questo lato cercavano di sfondare le nostre difese con le auto bomba. Non mi sarei mai aspettato di dover resistere ad attacchi del genere. Vedi la recinzione… lì in fondo a un chilometro da qui… lì bruciavano enormi pile di pneumatici, creavano delle barriere di fumo da cui poi scaturivano ondate di auto bomba affidate ai loro kamikaze. Utilizzavano blindati pieni di tonnellate di tritolo capaci d’abbattere interi edifici. A volte ne mandavano cinque o sei alla volta. Le armi anticarro non bastavano a fermarli e così i miei soldati e i miei ufficiali dovevano sacrificarsi per salvare gli altri. Soltanto grazie alle decine di coraggiosi che si offrivano volontari e saltavano su quei mostri facendoli esplodere a colpi di granate siamo riusciti a impedirgli di penetrare nella base».

Altre battaglie, tanto sanguinose quanto decisive, si sono combattute intorno al perimetro delle piste dell’aeroporto. Qui correvano le linee – distanti meno di 150 metri dalle postazioni del Califfato – affidate al colonnello Mohammed Yad, numero due di Munzer Zamani. A lui il generale aveva dato il compito d’affrontare i miliziani dello Stato islamico che sbucavano da un gruviera di tunnel scavato nel sottosuolo. «Non sapevamo né quanti fossero, né da dove arrivassero. Era come combattere un esercito di topi emerso dalle viscere della terra», confessa il colonnello mostrando l’ingresso di una galleria scavata dallo Stato islamico sotto le sue trincee. Oltre quella tetra voragine s’apre una ragnatela di gallerie disegnata nelle viscere della terra. «Non immaginavamo fossero in grado di scavare tunnel così lunghi, profondi e ben strutturati», racconta il colonnello, uno dei pochi ufficiali della base ad averle esplorate tutte. «Ora siamo a tre metri sottoterra e scenderemo anche fino a cinque», spiega mentre avanziamo in uno stretto cunicolo. Oltre una curva la galleria si allarga. Ai suoi lati s’aprono una serie di cavità larghe quanto una stanza. «Vedi, qui dormivano, mangiavano e si riposavano. Avevano creato un mondo parallelo sotto i nostri piedi senza che ce ne accorgessimo. E le bombe dei nostri aerei erano praticamente inutili perché appena li sentivano arrivare si buttavano dentro questi tunnel. All’inizio sono perfino riusciti a sbucare in mezzo alle nostre linee e a prenderci di sorpresa. Da quel momento è iniziata la guerra delle gallerie. Loro scavavano e noi seguivamo il rumore dei macchinari cercando i fori d’aerazione. Quando li trovavamo non serviva neppure ucciderli… se capivano d’essere in trappola si facevano saltare da soli».

La battaglia più dura era però quella combattuta faccia a faccia su una terra di nessuno larga non più di 150 metri. «Avevano dei tiratori infallibili, quasi tutti ceceni, che non sbagliavano un colpo. A causa loro abbiamo perso tantissimi soldati. Su 600 caduti almeno una cinquantina sono stati colpiti da quei cecchini». Ma i ceceni non erano gli unici stranieri. «Qui sono venuti da tutto il mondo per farci la festa – scherza il maggiore Yad -. I sauditi erano la maggioranza, ma dietro a loro c’era di tutto, dai militanti del Mali a quelli della Tunisia, dai cinesi agli afghani. Quando esaminavamo i cadaveri e controllavamo i documenti non trovavamo mai dei siriani. Gli stranieri erano più del 70 per cento». Il problema maggiore per il colonnello Yad e i suoi uomini era, però, l’indifferenza del nemico di fronte alla morte. «Quando attaccavano erano tutti sotto l’effetto di droghe e quindi non si ritiravano mai. L’unico modo per fermarli era ammazzarli tutti. E così abbiamo fatto».

Fonte: Occhi della Guerra