L’ultima guerra del petrolio, che ha accompagnato quelle sui campi di battaglia in Medio Oriente, è cominciata nel 2014 e potrebbe finire alla riunione dell’Opec del 30 novembre se verrà deciso un taglio della produzione per far risalire i prezzi che galleggiano intorno ai 50 dollari al barile: un paio d’anni fa la quotazione era più del doppio, 110 dollari. L’Iran, riluttante all’idea di sostenere la recente politica del Cartello, ha annunciato la volontà di assecondare una riduzione della produzione: fu il ministro iraniano Bijan Zanganeh che al vertice di Vienna del giugno scorso si rifiutò di appoggiare i tagli voluti dall’Arabia Saudita. Non solo, Mosca ha dichiarato, per voce dello stesso Vladimir Putin, di essere pronta a tagliare la produzione. Se l’economia russa si è ripresa negli anni Duemila è stato soprattutto per il picco del petrolio. Il crollo delle quotazioni, insieme alle sanzioni, ha reso tutto più complicato. La guerra al ribasso del petrolio riflette quella che si svolge da anni tra Riad e Teheran, tra sciiti e sunniti e per la leadership del mondo musulmano. Il punto di svolta fu la riunione Opec del 27 novembre 2014, quando il petrolio era già precipitato da 115 a 70 dollari al barile. Invocando la necessità di battere la concorrenza del petrolio di scisto americano, il ministro saudita Ali al-Naimi avviava allora la guerra dei prezzi: secondo la sua tesi invece di chiudere i rubinetti della produzione conveniva inondare i mercati perché una volta neutralizzato il greggio Usa, più costoso da estrarre, le quotazioni sarebbero risalite.

Da decenni il ruolo del regno era sempre stato quello di ago della bilancia, pronto ad aumentare o ridurre la produzione di petrolio per bilanciarne il prezzo. In quell’occasione, l’Arabia Saudita abbandonò invece quella politica e prendendo in contropiede i mercati globali decise di non diminuire la sua produzione per alzare i prezzi, bensì di continuare a estrarre petrolio per proteggere la sua quota di mercato. Con i prezzi del petrolio in caduta libera, al-Naimi convinse la famiglia reale regnante a giocare d’azzardo. Questa manovra avrebbe avuto un effetto collaterale decisivo agli occhi dei Saud: l’asfissia economica del nemico iraniano, sostenitore del regime siriano di Bashar Assad, dei ribelli Houthi in Yemen, del governo sciita di Baghdad, impegnato nella guerra al Califfato, e concorrente storico per la supremazia e il controllo nel Golfo. Come sappiamo non è andata così. Il crollo dei prezzi non si è tradotto in un aumento della domanda, in calo anche per il rallentamento mondiale dell’economia e neppure sono stati mandati fuori mercato i produttori degli Stati Uniti. Ma il fatto più eclatante è che con l’ingresso in campo nel settembre 2015 della Russia in Siria Assad è rimasto in sella mentre i sauditi sono sempre più impantanati in Yemen, una sorta di Vietnam arabo di cui si parla troppo poco sui media. Non solo: in Iraq, con il sostegno degli Usa, occidentale e iraniano, il governo sciita, avversato da Riad, ha lanciato la sua offensiva contro Mosul, roccaforte del Califfato, e Baghdad è tornata protagonista sui mercati con una produzione che sfiora i 5 milioni di barili mettendosi d’accordo anche con i curdi di Massud Barzani per dividere i barili estratti dai pozzi contesi di Kirkuk.

Mentre l’Isis incendiava i pozzi lasciando una nube nera che continua a galleggiare sui destini dei sunniti iracheni, anche l’orizzonte geopolitico dei sauditi si è oscurato con la sconfitta di Hillary Clinton, la cui campagna era stata finanziata per oltre il 20% dalla casa reale saudita. Come se non bastasse la débâcle elettorale, il neo-presidente Trump ha promesso di liberare le riserve americane di gas e petrolio ed eliminare le barriere alla produzione responsabile di energia. Non sono state queste buone notizie per la scommessa del ministro al-Naimi: i produttori americani, nonostante sovrapproduzione e ribassi, non sono usciti dal mercato mentre la repubblica degli ayatollah non si è piegata ai Saud che sponsorizzano i movimenti islamici radicali ispirati alla dottrina wahabita. Il successore di al-Naimi, Khalid al-Falih, è stato costretto a cambiare rotta: ma questo atteso accordo Opec più che a una pace somiglia a una tregua. Tutti i principali produttori mondiali sono in guerra, dagli Usa, che bombardano sette Paese diversi, alla Russia, all’Iran, all’Arabia Saudita: con il petrolio in ascesa si riforniranno gli arsenali.

Fonte: Il Sole 24 Ore