Altra occasione mancata per Silvio Berlusconi, quella della improbabile legge Cirinnà approvata ieri con voto di fiducia e fra i sorrisi scaltri di Angelino Alfano e Denis Verdini (benvenuto nella maggioranza, senatore). Il Cav. si è ritrovato nella specialissima condizione di convitato irrilevante in ognuno dei tanti, troppi giochi di cui è tessuta la tela della legge sulle così dette unioni civili. Di base c’è che la gran parte di Forza Italia era e sarebbe ancora favorevole a votare una legge espressamente ritagliata sui diritti delle coppie omosessuali, sia pure con notevoli riserve sull’adozione dei figli naturali di un coniuge, la stepchild adoption goffamente stralciata dal provvedimento insieme con l’immaginario impegno alla reciproca fedeltà tra contraenti. Una posizione, quella che qui definiamo grosso modo berlusconiana, del tutto in linea con l’esito ultimo della controversia parlamentare. C’era insomma spazio di manovra, in una direzione o nell’altra, per rappresentare un’alternativa all’equivoco e infelice abboccamento tra il premier Renzi e i Cinque stelle, così come al successivo patto con il partitino clericale di Alfano.

Non basta. Berlusconi avrebbe potuto ingaggiare una battaglia di princìpi, se pure non sia il suo forte, ascoltando la proposta fogliante di chiamare le cose col loro nome – non “unioni civili” ma “matrimonio gay” – e farci sopra un referendum per lo meno consultivo (in omaggio ai limiti della Costituzione più bella del mondo) nel quale disputarsi in modo chiaro e pettoruto il consenso degli italiani su un tema così importante e divisivo. Nulla di tutto questo: il Cav., come dicono i giornalisti, sul ddl Cirinnà non ha toccato palla. Perché? Una plausibile risposta sta nella confidenza ricevuta qualche settimana fa da Maurizio Gasparri, il berlusconiano più acceso e militante nella difesa della famiglia ancien régime: in FI sono quasi tutti pro gay marriage ma, siccome non lo si può dire, tutti tacciono riparati dalla libertà di coscienza, a partire dal capo, e la linea ufficiale diventa quella di noi urlatori delle ragioni eteroparentali (traduzione mia). Ma questo al massimo può spiegare l’imbarazzo tattico di un partito meno acefalo che cefalalgico, col mal di Capo. Al fondo c’è un rapporto irrisolto con il principato renziano, la mal supposta necessità d’essere opposizione purchessia, la legittima convinzione che l’elettorato sommerso di centrodestra sia più facilmente recuperabile tenendosi a distanza anche soltanto dal ricordo delle larghe intese. Insomma, meglio soffrire il sicuro vampirismo di Matteo Salvini che l’eventuale cannibalismo elettorale di Matteo Renzi. Questione di gusti. Ma fare politica è un’altra cosa.

E così facendo, così pensando, ci si ritrova soli e incompresi là dove si poteva invece sfavillare mostrandosi più centrali di Alfano e Verdini, se si fosse detto fin dapprincipio sì alle unioni civili e no alle adozioni, motivando una scelta di retroguardia ma alla fine premiante, traducendola in una iniziativa parlamentare e diplomatica. E invece niente. Con l’aggravante che il voto di fiducia utilizzato dal governo, oltre a consacrare l’ingresso dello statista Verdini nella maggioranza renziana, ha costretto i berlusconiani a dire no a una legge ormai svuotata degli elementi che potevano renderla impalatabile al Cav. e ai suoi. Non è un capolavoro analogo a quello che abbiamo visto raggrumarsi intorno alle riforme costituzionali? Sì. Esistono vari modi per farsi del male, uno di questi è non provare a farsi del bene quando ciò sia possibile. E anche stavolta era possibile.

Fonte: Il Foglio