La scorsa settimana, per cinque giorni – anzi, sei, e forse ancora stamattina –Messina non ha avuto l’acqua pubblica. E questa notizia – incredibile nella coda finale di un anno il cui datario segna 2015, dunque due millenni dopo l’invenzione degli acquedotti –fuori dalle cronache locali ha avuto difficoltà a trovare spazio in prima pagina. La realtà non fa notizia. Ancora un esempio, e questa volta un caso pesante: a meno di novità nottetempo, ancora oggi, a Gorizia – salvo miracoli – ci sono non meno di quaranta migranti accampati lungo l’Isonzo. Uomini e donne in fuga – salvo miracoli –non hanno un tetto sopra le loro teste e se ne stanno accanto al fiume che, col suo rumore prossimo alla piena, sovrasta il silenzio delle istituzioni e il buio dell’i n f o r m azione. La scena – sebbene questa abbia l’acqua dolce mentre l’altra è salata – è uguale a quella già vista da tutti noi sul mare di Ventimiglia e però risulta come un’istantanea oscurata, uno scatto che non buca. Fosse successo a Lampedusa sarebbe venuto giù il mondo e Debora Serracchiani, presidente della Regione, certa di poter negare la realtà nella narrazione dell’happy regime, può ben dire: “Il Friuli Venezia Giulia è un modello di accoglienza”.
L’ordinanza anti-bivacco, a Gorizia, coincide con l’ordinanza anti-profughi. Una cosa così pone ben più di un travaglio spirituale in una città come Gorizia che resta offesa nella memoria dal ricordo di un muro di due metri, sormontato da un’i nferriata. Eretto in piazza della Transalpina, fino al crollo della Jugoslavia, per separare la parte italiana da quella socialista, il muro fu picconato il 22 novembre del 1989 dai militanti di destra che, Dio ce ne scampi, quello stesso muro oggi lo vogliono, adesso che un’umanità in fuga cerca una strada costeggiando l’Italia. I profughi, nel frattempo che 150 tra loro sono stati spostati a Gradisca sull’Isonzo, nell’ex Cie riaperto per l’occasione, beneficiano solo della solidarietà della diocesi e dei volontari. Moni Ovadia, Aldo Cazzullo e Zoro sono andati a vedere per raccontare e documentare e però, al netto delle cronache, non un solo fotogramma è rimasto impresso. Nella prima pagina di ogni gazzetta – così come di ogni schermo – non va più a cercare la realtà, ma un’affabulazione di pura evasione rispetto alla durezza dei fatti. Pura emozione. Fosse solo per la fotografia di un bimbo, eventualmente morto.
Ernesto Milanesi, per il Manifesto, è stato lì, lungo l’Isonzo, e ha trovato solo tre anime a darsi da fare con l’accampamento: un carabiniere, il regista Andrea Segre e Ilaria Cecot, assessore provinciale. Milanesi descrive le coperte: sono quelle destinate ai cani. E Cecot, intanto, costretta a un esercizio di crudo realismo, gli dice: “Se si fosse trattato di salvare bestie probabilmente sarebbero arrivati gli elicotteri”. La realtà non fa notizia. Fate questa ricerca su Google: mettete insieme “drone” e “Slovenia”. Troverete le immagini di un impressionante serpentone di umani in marcia verso l’Austria, costeggiando l’Italia. Ed è una foto che nessuno vede perché si deve andare a cercare. E la domanda che resta appesa ai tirabaci della nostra coscienza è questa: “Perché la realtà non arriva in prima pagina?”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano