Eletto nel maggio 2012 presidente della Repubblica francese, François Hollande ha imposto al suo paese un orientamento della politica estera totalmente nuovo. Il fatto che si sia presentato come un uomo di sinistra ha mascherato agli occhi dei suoi concittadini che questo alto funzionario voltava le spalle agli interessi della nazione, alla sua storia e alla sua cultura, mentre piazzava lo Stato al servizio di un piccolo gruppo di grandi borghesi neoconservatori.

Il cambiamento della primavera 2012

– Mentre durante la sua campagna elettorale era sembrato aperto a tutte le analisi, circondandosi di vari gruppi di riflessione concorrenti, doveva mettere giù la maschera al momento in cui assumeva l’incarico, il 15 maggio. Così collocava il suo mandato sotto l’egida di Jules Ferry. Con sottigliezza, affermava di onorare il fondatore della scuola laica e obbligatoria e non il teorico socialista della colonizzazione. Eppure, la laicità di Ferry non puntava a garantire la libertà di coscienza, bensì a estirpare i bambini dalle mani della Chiesa cattolica e a formarli, sotto l’autorità degli “ussari neri”, per farne carne da cannone per le sue spedizioni coloniali.

– Il 6 luglio, riuniva a Parigi una coalizione di Stati sedicenti “Amici della Siria”, in modo da sabotare l’accordo di Ginevra e rilanciare la guerra contro la Siria. Simbolicamente, salutava i “democratici” (sic) del Consiglio nazionale siriano, un’organizzazione fantoccio messa insieme dal Qatar, che si reggeva sulla società segreta dei Fratelli Musulmani. Si pavoneggiava accanto al criminale di guerra Abu Saleh che aveva guidato l’Emirato islamico di Baba Amr e fatto decapitare più di 150 dei suoi compatrioti. Pronunciò allora un discorso, scritto in inglese dai suoi mentori e poi tradotto in francese.

– In seguito, il 22 luglio, affermava solennemente che la Francia era responsabile dei crimini commessi dal governo illegittimo di Philippe Pétain contro i cittadini ebrei. In altre parole, l’alto funzionario Hollande poneva la superiorità dello Stato sulla Repubblica.

Scrissi allora che François Hollande, nel prendere la successione di Philippe Pétain, aveva offerto la Francia ai potenti del momento e riprendeva nuovamente la politica coloniale. [1]

Considerando che il mio esilio politico mi aveva fatto perdere il senso delle proporzioni, molti decisero di ignorare quel che consideravano come come qualcosa di eccessivo.

Così mi son sentito sollevato nel leggere l’ultimo libro del demografo Emmanuel Todd, “Qui est Charlie?”, nel quale cerca di analizzare come e perché l’attuale elettorato del Partito socialista sia l’erede dei “Maresciallisti” [2].

Ho sempre provato una forte ammirazione per questo intellettuale che è riuscito a dimostrare l’impatto incosciente dei sistemi familiari sulla storia. Da studente di scienze politiche, avevo divorato la sua tesi che dimostrava che la divisione del mondo durante la Guerra fredda in realtà corrispondeva alle strutture familiari dei popoli. Carte alla mano, egli osserva che oggi l’elettorato del Partito socialista, ampiamente scristianizzato, ha perso la bussola e si piega su se stesso. Aveva già analizzato il riallineamento della classe dirigente attorno al culto dell’euro, vale a dire la legge del più forte nello spazio europeo. Ne conclude che il Partito socialista ha venduto il paese agli stranieri con l’approvazione di un elettorato di possidenti.

La squadra di Hollande

Il cambiamento nella politica estera voluta dal presidente della Repubblica si basa su una semplice analisi: poiché gli Stati Uniti hanno meno bisogno del petrolio del Golfo, hanno annunciato l’intenzione di ruotare il loro apparato militare verso l’Estremo Oriente. Nel sostenere Washington alla maniera di un Tony Blair sulla scena internazionale, François Hollande potrebbe prendere il posto che gli USA lasciano vacante nel Golfo e ottenere denaro facile.

È del tutto logico che il Qatar – vale a dire Exxon-Mobil, la società dei Rockefeller – abbia largamente finanziato la campagna elettorale di François Hollande. [3]

Poiché questa donazione illegale secondo il diritto francese era stata negoziata da Laurent Fabius, Hollande, una volta eletto, lo ha designato ministro degli Esteri, nonostante la loro antica rivalità.

La corte fatta da François Hollande ai suoi generosi mecenati del Golfo è accompagnata da un forte sostegno allo Stato di Israele. Ricordiamo che il presidente Charles De Gaulle aveva rotto con questo stato coloniale nel 1967, sostenendo che la Francia, che si è alleata con esso per il controllo del Canale di Suez e la lotta contro l’indipendenza dell’Algeria, non poteva più farlo una volta che aveva rinunciato al suo Impero. Il presidente Hollande sceglie, invece, di dichiarare in ebraico all’arrivo in aeroporto di Tel Aviv nel mese di novembre 2013: «Tamid écha-èr ravèr chèl Israël, io sono vostro amico e lo sarò sempre» [4].

Per attuare la sua svolta, il presidente ha costituito una squadra intorno a due personalità di estrema destra: il suo capo di stato maggiore privato, il generale Benoît Puga e il suo consigliere diplomatico, Jacques Audibert.

Il generale Benoît Puga è un ex membro de “la coloniale” (Fanteria della Marina). Cristiano lefebvriano, non fa mistero della sua ammirazione per l’ex arcivescovo di Dakar né della sua profonda avversione per la Rivoluzione francese. Tra due Messe a St. Nicolas-du-Chardonnet, ha diretto la Operazioni speciali e i servizi segreti militari. Era stato nominato all’Eliseo dal presidente Nicolas Sarkozy e – fatto senza precedenti per questa funzione – è stato incorporato nel proprio ufficio di gabinetto dal suo successore.

Jacques Audibert è spesso descritto dai suoi ex collaboratori come un «Americano con un passaporto francese», poiché la sua devozione per l’imperialismo USA e il colonialismo israeliano è molto più grande del suo rispetto per la Repubblica francese. Ha giocato un ruolo centrale nel bloccare per anni i negoziati 5 + 1 con l’Iran. Sperava di essere nominato rappresentante permanente della Francia all’ONU, ma alla fine ha raggiunto il presidente Hollande all’Eliseo.

Quando era direttore degli affari politici del Ministero degli Esteri, Jacques Audibert ha sistematicamente eliminato i diplomatici arabizzanti a partire dai più competenti. I più prestigiosi sono stati esiliati in America Latina. Si trattava certamente di eliminare qualsiasi appoggio ai palestinesi per soddisfare i coloni israeliani, ma soprattutto di finirla con secoli di «politica araba della Francia», al fine di lasciar cadere i tradizionali alleati e di avvicinarsi a miliardari del Golfo, nonostante le loro dittature e il loro fanatismo religioso.

Questa evoluzione, per quanto sia sorprendente, corrisponde a ciò che François Hollande aveva annunciato diversi anni fa. Ricevuto il 30 novembre 2005 dal Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche in Francia (CRIF), ebbe modo di dichiarare, secondo il verbale della riunione: «C’è una tendenza che viene da lontano, quella che viene chiamata la politica araba della Francia, e non è ammissibile che un’amministrazione abbia una ideologia. C’è un problema di reclutamento al Quai d’Orsay e presso l’ENA e questo reclutamento dovrebbe essere riorganizzato» [5].

Lo sfondo del pensiero di Hollande

François Hollande ha espresso i suoi pensieri reconditi mentre evocava la Resistenza. Ha definito questo concetto nel corso della collocazione nel Pantheon di quattro grandi figure della Resistenza francese, il 27 maggio scorso, mentre escludeva i comunisti dal suo tributo.

Lo Resistenza francese ha ispirato Stati e milizie che, oggi, dicono no all’occupazione della loro terra e alla sottomissione a un regime di apartheid. In omaggio ai loro predecessori francesi, hanno definito la loro alleanza come «l’Asse della Resistenza».

Ma ai palestinesi, François Hollande ha negato il diritto di resistere e, situandosi nella linea retta dell’armistizio del 1940, ha loro ingiunto di «negoziare»(sic). Ha fatto qualificare gli Hezbollah come «terroristi» da parte dell’Unione europea, così come Philippe Pétain fece condannare Charles De Gaulle a morte per «terrorismo». [6] Ha scatenato la guerra ai siriani e ha imposto un assedio economico agli iraniani.

François Hollande e i dittatori del Golfo

Nel corso degli ultimi tre anni, la Francia ha beneficiato del sostegno di Hillary Clinton e del generale David Petraeus per gli Stati Uniti, di Exxon-Mobil e del suo stato privato il Qatar, e, infine, della famiglia dei Saud e dello Stato privato al quale ha dato il suo nome, «Arabia Saudita».

La Francia ha potuto così lanciare una seconda guerra contro la Siria e l’Iraq spostando decine di migliaia di mercenari provenienti da tutto il mondo, tra cui alcune migliaia di francesi. Reca quindi con sé una responsabilità primaria per le centinaia di migliaia di morti che hanno seminato il lutto nel Levante. Naturalmente, tutto questo è stato fatto sotto la copertura degli aiuti umanitari alle popolazioni martirizzate.

Ufficialmente, questa politica non ha ancora dato i suoi frutti. La Siria è ancora in guerra e non è possibile sfruttarne il gas, benché gli «Amici della Siria» (sic), se lo siano già spartito, nel giugno 2012 [7].

Per contro,

– la Francia ha ricevuto un’ordinazione da 3 miliardi in armamenti dall’Arabia Saudita in favore dell’esercito libanese. Si trattava di ringraziare i libanesi per non aver registrato le confessioni di Majed al-Majed, l’agente di collegamento tra l’Arabia Saudita e Al-Qa’ida e di ringraziare i francesi per il loro muovere guerra contro la Siria [8].

– La Francia ha venduto 24 Rafale al Qatar per 6,3 miliardi di euro.

Ma questi mega-contratti non saranno profittevoli per la Francia:

– gli israeliani hanno opposto un veto alla vendita di armi al Libano che fossero in grado di farlo resistere a loro. La Francia è stata quindi autorizzata a fornire solo 700 milioni di dollari per uniformi, veicoli di servizio e pistole. I restanti 2,3 miliardi saranno in armi obsolete fabbricate a suo tempo in Germania Est.

– il Qatar ha certamente comprato dei Rafales, ma ha preteso in cambio che il governo costringesse Air France ad abbandonare alcune delle sue linee più redditizie in favore della Qatar Airways.

In ogni caso, anche se tali contratti fossero stati onesti, non avrebbero mai rimpiazzato quelli persi a causa dell’accanimento di Jacques Audibert contro tutte le aziende francesi che lavoravano con l’Iran, come Peugeot e Total, così come per quello del generale Benoît Puga volto a far distruggere tutte le fabbriche francesi installate in Siria.

L’accordo Washington-Teheran

Nonostante gli sforzi della squadra di Hollande in generale, e di Jacques Audibert in particolare, l’accordo negoziato tra gli Stati Uniti e l’Iran dovrebbe essere firmato il 30 giugno 2015. Si rimanda ai miei precedenti articoli sulle conseguenze di questo testo [9].

Già da ora, sembra che i due grandi perdenti saranno il popolo palestinese e la Francia. Il primo perché nessuno difenderà più il loro diritto inalienabile al ritorno e il secondo perché assocerà il suo nome a tre anni di ingiustizie e massacri in questa regione.

Questa settimana, il 2 giugno, l’Assistente Segretario di Stato, Tony Blinken, è andato a Parigi per co-presiedere una riunione dei 22 Stati membri della Coalizione Internazionale anti-Daesh. Contrariamente a quel che ne ha detto la stampa francese, non si trattava di organizzare la risposta militare alle cadute di Ramadi e di Palmira; il Pentagono non ha bisogno di riunire i suoi alleati per sapere cosa deve fare. No, l’argomento è stato quello di far inghiottire il cappello al ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, e di fargli accettare l’accordo iraniano-statunitense. Cosa che è stato costretto a fare.

La firma dell’accordo era minacciata dalla caduta di Palmira che taglia la “via della seta”, ossia il canale di comunicazione tra l’Iran da una parte, la Siria e Hezbollah dall’altra [10]. Nel caso che Palmira restasse nelle mani degli jihadisti (vale a dire i mercenari che combattono contro l’«Asse della Resistenza» [11]), Teheran non potrebbe trasportare il suo gas ed esportarlo verso l’Europa e non avrebbe quindi alcun interesse a raggiungere un accordo con Washington.

Il Segretario di Stato aggiunto Antony Blinken ha dunque informato l’assistenza che aveva autorizzato l’«Asse della Resistenza» a portare forze fresche in Siria per sconfiggere Daesh. Si tratta in questo caso di 10.000 Guardiani della Rivoluzione, che andranno a rafforzare l’Esercito arabo siriano entro il 30 giugno. Finora i siriani si difendevano da soli, unicamente con l’Hezbollah libanese e il PKK turco, ma senza truppe russe o iraniane né milizie irachene.

Antony Blinken ha inoltre informato i suoi interlocutori che era stato concluso con la Russia un accordo che autorizza lo svolgimento di una conferenza di pace sulla Siria, sotto l’egida delle Nazioni Unite in Kazakistan. Ha preteso che Laurent Fabius firmasse una dichiarazione finale che accettasse il principio di un governo siriano designato dal “comune accordo” tra l’attuale coalizione al potere (Baath e PSNS) e le sue diverse opposizioni, che si trovino a Parigi o a Damasco .

Dopo essersi fatto rialzare le braghe, Fabius ha inghiottito il suo slogan «Bashar deve andarsene», ha ammesso che il presidente al-Assad avrebbe finito il mandato per il quale il suo popolo l’ha largamente eletto, e si è limitato pietosamente, abbassando la cresta, a un «il signor Bashar (sic) non sarà il futuro della Siria».

Fra tre settimane, il re dovrebbe essere nudo. Firmando insieme, Washington e Teheran ridurranno a nulla i calcoli di François Hollande, del neoconservatore Jacques Audibert e del neo-fascista Benoît Puga.

Fonte: Voltairenet.org