Sognava di diventare il nuovo Sultano, ma si risveglia da apprendista stregone. Un apprendista stregone ormai incapace di controllare le forze oscure con cui s’illudeva di giocare e che invece gli hanno invaso la casa. Non sappiamo ancora se i kamikaze che hanno colpito l’aeroporto di Istanbul siano militanti dello Stato Islamico o guerriglieri del Pkk, la formazione curda che – ben prima della comparsa dell’Isis – utilizzava gli attentatori suicidi. Sappiamo però quel che ha fatto in questi anni il presidente Recep Tayyp Erdogan. Illudendosi di poter piegare la realtà alla propria volontà di potenza non ha esitato ad intrattenere relazioni ambigue e pericolose con i più pericolosi attori regionali. Salvo poi infrangerle non appena gli sono sembrate inutili o infruttuose. Ha iniziato dopo il 2011 intessendo complessi negoziati di pace con Abdullah Ocalan, l’indiscusso capo del Pkk prigioniero dal 1999 nelle carceri turche. Negoziati bruscamente interrotti non appena i curdi siriani si sono dimostrati i principali avversari delle formazioni jihadiste e di quello Stato Islamico su cui Erdogan puntava per far cadere il regime di Bashar Assad.

A quel punto l’ambiguità del «sultano» capace da una parte di stare nella Nato e dall’altra di fare affari con lo Stato Islamico diventa assolutamente evidente. Dagli aeroporti turchi passano più di cinquemila jihadisti europei e trentamila extra-europei diretti verso i territori siriani controllati dall’Isis. Alla frontiera turco-siriana fanno la fila i convogli di autobotti carichi di greggio attinto dai pozzi di Der El Zor controllati dallo Stato Islamico. Nelle zone di confine i giornalisti turchi filmano e fotografano i carichi di armi diretti verso il Califfato sotto la protezione dei servizi segreti di Ankara. Ma a coprire la sfacciata ipocrisia di un Erdogan capace di bombardare le postazioni curde sostenendo, invece, di far la guerra al Califfato contribuiscono anche l’apatica indifferenza di una Nato, di un’Europa e di un’America pronte a tutto pur di mantenere i legami con un alleato considerato fondamentale nella contrapposizione alla Russia di Vladimir Putin.

E così il presidente Erdogan si ritrova libero di tirar la corda. Fino a quando l’illusorio e spregiudicato disegno di potenza diventa incauta e avventata smania auto-distruttrice. Il primo segnale evidente è l’abbattimento di quell’aereo russo con cui, lo scorso autunno, sperava di guadagnarsi la solidarietà dell’Europa, degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica. Quel passo troppo spregiudicato segna l’inizio dell’isolamento e l’inizio dell’abbandono. Spinto da un’irruenza autoritaria che lo induce ad arrestare giornalisti ed oppositori e ad utilizzare le leggi anti terrorismo per spegnere ogni forma di dissenso il Sultano finisce con l’imbarazzare gli stessi alleati che fino a quel momento han dato corda. L’altro passo falso nella credibilità già compromessa del presidente turco è la sconcertante disinvoltura con cui arriva ad utilizzare per fini personali immigrazione e terrorismo.

Nell’estate 2015 i campi profughi siriani, utilizzati fino a quel momento come area di reclutamento per i gruppi jihadisti siriani, si trasformano nella nuova arma con cui ricattare l’Europa ed estorcerle 6 miliardi di euro. Convinto di poter controllare gli attori utilizzati per piegare la realtà ai propri desideri Erdogan dimentica di essere il presidente di una nazione complessa e variegata dove deve fare i conti con quindici milioni di curdi e con qualche milione di estremisti islamici facilmente attratti dalle tesi di un Isis diventato il vero signore di molte zone di frontiera. E così il Pkk, utilizzato come spauracchio per alimentare la minaccia del terrorismo interno e vincere le elezioni, ritorna – una volta chiuse le urne – a rappresentare la vera emergenza nazionale. Un’emergenza affiancata dal terrorismo ancor più insidioso e minaccioso di quelle cellule dello Stato Islamico che sfuggite al controllo dei servizi segreti sono diventati il vero incubo del Sultano che s’illudeva di poterle ammaestrare e piegare ai propri fini.

Fonte: Il Giornale