C’è un nuovo ordine in Medio Oriente dopo l’accordo con l’Iran? L’antico detto del principe Talleyrand che gli stati non hanno amici ma solo interessi è più valido che mai, soprattutto nel caso dei rapporti tra Washington, l’Iran e le altre potenze della regione. Non solo: qui tutto è doppio. Doppio è lo standard con cui gli americani trattano i Paesi non alleati, duplici e anche triplici gli effetti della diplomazia e della guerre, basti pensare alla Siria e all’Iraq.
«Doppio contenimento» è il nome da 30 anni della politica Usa nei confronti di sciiti e sunniti: dalla guerra Iran-Iraq degli anni 80, a quella del ’91 contro Saddam, alla disastrosa invasione dell’Iraq nel 2003. Salvo poi misurare ogni mutamento di equilibrio in centinaia di migliaia di morti. Ma una versione aggiornata della pax americana si deve ancora vedere: Barack Obama e gli Usa sembrano ispirarsi alla realpolitik di Metternich e di Talleyrand giostrando in maniera precaria sulle rivalità locali ed evitando, fino dove è possibile, un coinvolgimento diretto. Dilemma libico compreso, il che forse non è del tutto una buona notizia per gli europei e gli italiani.
Quanto al doppio gioco, questo non è un’eccezione ma la regola, al punto che Obama, dopo avere compiuto il passo più importante della sua presidenza, quello per cui forse passerà alla storia come Nixon e Kissinger con la Cina, ha innestato la retromarcia, quel tanto che basta per tenere buoni vecchi alleati assai irritati dall’intesa con Teheran, come Israele, l’Arabia Saudita e la Turchia.
Non può quindi stupire che dopo avere tolto le sanzioni relative al nucleare, gli Usa ne abbiamo imposte altre per l’arsenale missilistico con conseguenti e invelenite reazioni degli iraniani. Le scintille tra le due parti non mancano adesso né mancheranno in futuro. Ma sarebbe più sorprendente se Obama, o un qualunque leader americano, si rivolgesse alla Turchia di Erdogan o all’Arabia saudita con lo stesso tono con cui apostrofa l’Iran. Il presidente americano ha raccomandato a Teheran, con un eccesso di enfasi retorica, di «aprirsi al mondo», come se la repubblica islamica fosse più chiusa e intrattabile della pessima monarchia dei Saud, che taglia teste tutti i giorni a colpi di sciabola e impedisce alle donne persino di guidare. Oltre al fatto che sostiene i gruppi islamici più radicali e conduce una guerra devastante in Yemen, che per altro non riesce a vincere per manifesta incapacità. Obama è bravo a bacchettare gli iraniani ma ai sauditi non intende rimproverare mai nulla.
Anche l’Europa farebbe bene ogni tanto a raccomandare al presidente Erdogan di non mettere in galera intellettuali e giornalisti se vuole davvero entrare nell’Unione, o per lo meno avere la libera circolazione per i suoi cittadini in cambio dell’ospitalità a due milioni di rifugiati siriani. E invece da un parte gli Usa sono sempre pronti a vendere armi e a proteggere la retrograda dinastia dei Saud, dall’altra gli europei stanno zitti davanti a ogni violazione dei diritti umani di Erdogan nei confronti dei turchi e dei curdi. E tanto meno, sia in Europa che negli Stati Uniti, nessuno osa più parlare di un negoziato tra israeliani e palestinesi, inghiottiti nel dimenticatoio della diplomazia grazie anche ai loro “amici” arabi. Forse solo il Califfato a Gaza potrebbe improvvisamente risollevare l’attenzione per la Palestina.
Non che la repubblica islamica sia molto meglio dei sauditi in tema di diritti umani e condanne a morte – anche in Iran il boia lavora a tutto spiano e le carceri rigurgitano – ma almeno si oppone ai jihadisti del Califfato e non ha quell’aria truce e inaffidabile dei governi di Riad e di Ankara che si dicono amici dell’Occidente. Del resto chi fa la guerra all’Isis sono l’Iran, la Russia di Putin sotto sanzioni, gli Hezbollah, che ancora compaiono nella lista nera Usa, e i curdi, che per la Turchia sono tutti pessimi tranne quelli di Massud Barzani, eccellente fornitore di petrolio di Ankara e di Israele.
Ma ora con la fine di una parte delle sanzioni sono tutti ventre a terra per fare affari con Teheran. Secondo l’«Economist» nei prossimi dieci anni il Pil iraniano potrebbe superare quello di sauditi e turchi.
È probabile che con i dollari e gli euro migliorerà anche l’immagine dell’Iran e si attenuerà il doppio standard delle relazioni internazionali che rende ipocrita oltre che inefficace la politica estera occidentale. Con il portafoglio gonfio e la calcolatrice in mano, è ovvio, si diventa più di manica larga su diritti umani, pena di morte e libertà civili.

Fonte: IlSole24Ore