Lettera di Fulvio Abbate a Dagospia

Caro Roberto,

la paternità surrogata di Nichi Vendola e del suo Eddy (tutti i nostri auguri di cuore, ovvio!) sta evidenziando, e per l’ennesima volta, il più devastante e patetico sentimentalismo di sinistra. Davvero l’approccio più acefalo che si potesse manifestare, ordire, spendere davanti a un fiocco azzurro; una roba così desolante, se vuoi proprio che te lo dica, come non accadeva dal tempo del film “Love Story”: ricorderai, tutti lì, cominciando dalle nostre cugine o amiche più semplici, a piangere davanti allo schermo e alla flebo finale.

 In questo nostro caso c’è però di mezzo, come amano dire sempre loro, i semplici, un lieto evento, ossia l’arrivo del piccolo Tobia Antonio, e dunque, ancora una volta da parte dei banali di sinistra, ecco giungere un entusiasmo pietoso assolutamente simmetrico, se lo guardi bene, alla medesima retorica sentimentale che la cultura dei ben pensanti di destra clericale e fascista spende davanti all’abito con i ciaffi e i freschi della prima comunione dei propri figli o nipotini.

 Nel nostro caso, davanti al fiocco azzurro in casa Vendola c’è però un’aggravante culturale: intuisco già Concita De Gregorio, o chi per lei, china all’uncinetto per realizzare un paio di babbucce per il piccolo Tobia.

 Sorvolo tuttavia sull’ormai epica affermazione di Nichi: “Ci sono donne socialmente emancipate che scelgono, non per il profumo dei soldi, di vivere l’esperienza di una maternità surrogata”.

 Sorvolo, sì, ma già che ci sono, ti do invece la notizia d’essere incinto. Comprenderai che si tratta di una rivelazione sentimentalmente non meno straordinaria. Affinché non si possa pensare a una boutade, accludo un documento inoppugnabile: una foto che mi mostra addirittura alla trentunesima settimana.

I ginecologi sono fiduciosi, hanno detto che tutto andrà bene, aggiungendo che, assai probabilmente, come puoi ben immaginare, sarà un cesareo. Speriamo non d’urgenza. E’ bello non avere avuto bisogno di surrogati, caro Roberto. Sapessi com’è meraviglioso portare una vita in grembo.

 Dimenticavo: non ho voluto conoscere il risultato dell’amniocentesi, quindi ignoro ancora il sesso del nascituro, ma di sicuro, se dovesse essere maschio, non si chiamerà Tobia. Un abbraccio e ci vediamo al battesimo, sei invitato insieme a tutti i tuoi attenti lettori.

 

Fonte: Dagospia