«Sarebbe bello morire sulla strada e salire al cielo di colpo», aveva detto Charles Péguy al fraterno amico Joseph Lotte. Se non colse il poeta lungo una strada ma ai margini di un bosco in un chiaro pomeriggio d’autunno, il 5 settembre 1914, mentre, da poco cominciata la battaglia della Marna, guidava i suoi uomini all’assalto, la morte fu tuttavia magnanima con questo spirito irrequieto che confessava di avere ritrovato la calma interiore sul campo di battaglia. Un suo commilitone ha lasciato di Péguy, come fu ritrovato, un’immagine toccante: il poeta era con il braccio ripiegato dietro la testa, la barba bionda inargentata di polvere e un’espressione «infinitamente quieta» sul volto.Il tema della morte è presente in molti scritti di Pèguy a cominciare da quel piccolo testo, forse il meno conosciuto dei suoi, Getsemani (Castelvecchi, pagg. 64, euro 9), a metà fra prosa oracolare e poesia, uno dei capolavori della letteratura cristiana, scritto probabilmente nel 1910 ma rimasto inedito fino alla metà degli anni ’50 e ora proposto in una bella edizione italiana presentata da Jean Bastaire. Centrato sulla Passione di Gesù e sull’accettazione della sofferenza e sull’esorcizzazione della morte («anche Dio ha temuto la morte») per portare a termine la propria missione redentrice, è un testo mistico redatto quando, già da qualche anno lo aveva confidato a Jacques Maritain nel marzo 1907 , l’ex socialista e dreyfusardo Péguy si era convertito al cattolicesimo. Se è vero che il nome di Péguy era noto per la rivista Cahiers de la Quinzaine da lui fondata all’inizio del secolo e sulle cui pagine avevano scritto Jules Benda e Romain Rolland, George Sorel e Daniel Halévy fino ad Anatole France, è anche vero che la sua opera diventò popolare soltanto dopo la sua morte. Da quel momento la sua influenza, in particolare sui giovani, diventò grandissima. E, durante la seconda guerra mondiale, il suo nome fu contrapposto dai nazionalisti e dal governo di Vichy a quello di André Gide.Il fascino di Péguy presso quegli ambienti si spiega, probabilmente, con il fatto che egli cantava l’amore per la patria ed esaltava la grandeur, quel sentimento di orgoglio che veniva fuori nei momenti più drammatici della storia del Paese, quando la nazione era prostrata e non sembrava esserci speranza di resurrezione. Ma quel fascino aveva anche altre ragioni legate alla critica da lui mossa alla modernità e alle degenerazioni da essa provocate in tutti i campi. Contro il mondo moderno scettico e incredulo, scristianizzato e inaridito, Péguy pronunciò una requisitoria spietata e martellante. In Notre Jeunesse (1910) stigmatizzò così il mondo moderno: «è il mondo che fa il furbo; il mondo degli intelligenti, di quelli che sono andati avanti, di quelli che sanno, di coloro ai quali non si danno lezioni, di coloro ai quali non la si dà a bere. Il mondo di quelli che non sono grulli, non sono imbecilli. Come noi».Il popolo francese, secondo Péguy, non credeva più nella repubblica come non aveva più fede in Dio. La «mistica» era degenerata in «politica» secondo un processo che aveva favorito la diffusione di idee false imposte e sostenute dai partiti al potere. Si era instaurata, in nome dello «spirito critico», una nuova «barbarie» fondata sul disprezzo per i valori tradizionali e sull’abbandono di ogni forma di spiritualità: era stato messo a coltura, insomma, il seme di una società materialistica. Di fronte a ciò, per Péguy non si poneva nemmeno più, in termini politici, il problema dell’alternativa repubblica-monarchia, tema al centro del dibattito intellettuale nella Francia della III Repubblica. Non esisteva, in altre parole, per Péguy, un problema di contrapposizione tra formule politiche e regimi diversi, perché il conflitto non riguardava tanto il mondo moderno e l’antico regime, quanto il mondo moderno e ogni forma di cultura o, se si preferisce, la mentalità moderna e la società stessa.Agli inizi Péguy era stato socialista, sia pure di un socialismo lontano da quello classico, e ben lo dimostrano le invettive quasi oracolari contro lo «spirito borghese» degli «arrivisti-arrivati» diffusosi contaminando anche i ceti più umili che avevano finito per imborghesirsi perdendo il senso dei «valori» morali e spirituali. Il suo ideale e utopico socialismo avrebbe dovuto contrastare questo processo caratterizzandosi come una «mistica», cioè come una sorta di «tensione spirituale» non contaminata dalla politica politicante. Questo impossibile socialismo di Péguy era, entro certi limiti, affine a quello di Georges Sorel, il padre del sindacalismo rivoluzionario: per entrambi, discepoli di Henri Bergson, il problema morale prevaleva sul problema materiale.Il misticismo di Péguy trasparente in Getsemani e in Il mistero della carità di Giovanna d’Arco che alimentava il suo sogno di un socialismo destinato a sconfiggere la «miseria» più che la «povertà», si incontrò, in nome della critica al mondo moderno e del recupero dei valori etici della tradizione francese, con l’amor di patria. La passione socialista intrisa di misticismo diventò passione nazionalista. Tutto un filone del nazionalismo francese, che pure aveva ascendenze culturali e basi filosofiche diverse, fu influenzato dal misticismo: basti pensare alle pagine di un altro scrittore francese morto nella Grande Guerra, Ernst Psichari, nipote di Ernst Renan, autore di Il viaggio del centurione che rappresenta un paradigmatico esempio di «misticismo eroico». E se è vero che tale componente mistico-spiritualistica nella tradizione nazionalistica francese è sotterranea e poco immediatamente percettibile, è anche vero che essa è presente ancora, con le sue pulsioni antimoderne, in taluni settori dell’attuale destra francese.

Fonte: Il Giornale