È impressionante, parlando con dei giovani “normali”, scoprire quanto essi amino i vincenti. Credo sia questo il segno di un fallimento politico e pedagogico delle generazioni che ieri hanno voluto tentare di cambiare le cose in una direzione egualitaria e in nome della solidarietà con i perdenti, ed è un paradosso se si pensa che i non-vincenti sono almeno il 90 per cento degli abitanti del pianeta… Certo, non è bello essere o pensarsi perdenti, o immaginare, se giovani, di doverlo diventare, è più consolante farsi illudere dai propagandisti di una società diseguale che ti racconta come anche tu potresti diventare un vincente: ricco, famoso, importante, potente come le Star dello spettacolo, della cultura, della politica, dell’economia…

Questa fantasia, stimolata e fatta circolare soprattutto tra i giovani, è tra le più nefaste delle molte propagandate dalla cultura e dal potere odierni. In campi più difficili da districare, viene chiamata meritocrazia, e il verbo più usato per chi ce la fa o tenta di farcela è emergere. Le parole e i verbi contano, anche se non sempre il loro significato è quello letterale: per esempio si sa fin troppo bene, nel caso di meritocrazia e di emergere, che questo sistema premia assai raramente il merito e molto più frequentemente l’appartenenza a una élite preesistente o gli individui più aggressivi, che emergere vuol dire aver sgomitato con più durezza e cinismo, e con il massimo disinteresse per gli altri, vedendo i simili e i vicini solo come rivali. Personalmente, diffido da sempre dei vincenti: se non altro perché, come diceva un maestro, bisogna rifiutarsi di “gareggiare”, bisogna agire senza sentirsi in concorrenza con nessuno.

In letteratura (a partire da Hemingway) e cinema la figura del perdente è stata assai presente negli anni 30, dopo la grande crisi, e nei 40 e 50 a causa della guerra e dei suoi reduci, che avevano ben compreso gli inganni della cultura dominante, del potere. Poi è tornato di moda il vincente, nelle sue forme più risibili, e supereroi sono diventati i divi dell’economia, della politica, della cultura, dello spettacolo. Poveri vincenti, in verità, quando appena si scruti il loro privato, prigionieri della vanità, il cui successo pubblico ha spesso il risvolto amaro del fallimento privato. Ma l’assurdità maggiore è quella di masse di giovani già in partenza perdenti, che idealizzano i vincenti e sognano di imitare le figure più odiose o più false.

Fonte: Avvenire